Dalle radici della tradizione musicale napoletana a un linguaggio che intreccia jazz, canzone d’autore ed elettronica, Chiaré, nome d’arte di Chiara Ianniciello, porta avanti un percorso di ricerca che mette al centro la scrittura e l’identità culturale. Cantautrice, cantante jazz e contrabbassista, classe 1999, si è formata in Canto Jazz al Conservatorio Domenico Cimarosa di Avellino, proseguendo gli studi di Contrabbasso Jazz al Conservatorio Santa Cecilia di Roma. Nel 2023 ha vinto il Premio Bianca d’Aponte, ottenendo anche il riconoscimento per la Miglior Composizione, mentre nel 2024 ha pubblicato per Four Flies Records il suo album d’esordio omonimo. Nel 2026 è arrivato “Sei”, secondo capitolo discografico che sviluppa ulteriormente la sua ricerca tra tradizione e innovazione. Sei brani composti e registrati in sei giorni, nei quali le sonorità acustiche dialogano con l’elettronica e la dimensione personale si apre a una riflessione sulle relazioni e sulla condizione femminile. instagram.com/__chiaree/
Raccontaci del tuo progetto musicale e della tua ultima uscita discografica.
Il mio progetto nasce da una naturale consapevolezza dell'enorme cultura musicale napoletana che ho avuto la fortuna di assimilare. Quando ho iniziato a scrivere canzoni mi sono automaticamente cercata nella mia verità e la mia verità sono le mie radici. La tradizione napoletana, dunque, è stato il mio punto di partenza, ma non la considero qualcosa da conservare intatto: mi interessa prenderla, attraversarla e capire cosa può diventare quando passa attraverso di me. Ho studiato jazz e quel percorso mi ha dato molto, soprattutto nel modo di ascoltare, di cercare e di stare dentro la musica. Ma non sento il bisogno di definire quello che faccio attraverso un genere. Prendo quello che mi nutre da ogni esperienza e lo lascio convivere con il pop, con il cantautorato e soprattutto con la mia scrittura. La mia ultima uscita discografica, rispetto alla prima approfondisce ancora di più questa ricerca sonora tra innovazione e tradizione. Il disco si chiama "sei", poiché è stato realizzato in sei giorni e contiene sei brani. Mi piaceva il fatto che il titolo contenesse sia il significato numerico che verbale perché "sei" è anche la seconda persona del verbo essere: "tu sei". In effetti più che un disco autobiografico è un disco che riconosce l'altro, racconta anche degli altri ma soprattutto di condizione femminile. Il sound mescola elementi acustici con suoni elettronici ben bilanciati tra di loro.
Che brano presenterai al Premio Parodi?
Al premio Andrea Parodi presenterò il brano "Ninna Nanna Nennè" , il brano che chiude il mio secondo album. Un brano che smaschera la mentalità patriarcale che si cela dietro la violenza di genere. Tema purtroppo, ancora molto attuale
Pensi sia possibile rinnovare la tradizione con modi vocali e stilistici che non conducono necessariamente verso forme mainstream?
Penso che sarebbe bellissimo se la tradizione, incontrando l’innovazione, riuscisse ad arrivare al mondo mainstream senza essere snaturata o dissacrata. Forse, però, questa è ancora una realtà utopica. Il mainstream lascia sempre meno spazio a una musica che abbia bisogno di essere ascoltata con attenzione, in un mondo che corre sempre più veloce e che sembra avere sempre meno tempo per fermarsi ad ascoltare. Eppure, credo che la musica abbia un compito che va oltre l’intrattenimento: quello di trasmettere cultura, memoria, pensiero e identità. Mi piacerebbe che anche oggi potesse tornare ad avere quello spazio, senza dover necessariamente rinunciare alla contemporaneità per farlo.
Il Premio Parodi è un concorso dedicato alla “world music”. Come definisci questa etichetta? Rispecchia la tua cifra stilistica
Credo fortemente che la world music non sia un’etichetta, ma soprattutto un modo di vivere e di intendere la musica senza confini. È uno spazio in cui i popoli e le loro tradizioni possono continuare a vivere, essere tramandati e, allo stesso tempo, incontrarsi e contaminarsi. Quando penso alla world music penso a qualcosa di sacro, quasi magico: penso alla condivisione, alla curiosità e alla possibilità di incontrare l’altro senza averne paura. Credo che, se lavorassimo davvero sulla nostra identità, non avremmo bisogno di sentirci minacciati dal diverso. Al contrario, potremmo vivere l’incontro con altre culture come un’occasione per arricchirci, senza perdere ciò che siamo. Mi viene in mente una frase che potrebbe dire un maestro napoletano: sì alla contaminazione, no alla colonizzazione. Per me è proprio questa la differenza. Contaminarsi significa incontrare l’altro, lasciarsi attraversare e magari cambiare, senza smettere di riconoscersi. Io vivo la musica proprio così. Mi piace cercare, ascoltare, entrare in mondi che non conosco e vedere cosa succede quando questi mondi incontrano quello da cui vengo. Non mi interessa scegliere una sola strada, perché sento che la mia identità è fatta anche di tutti questi incontri.
Salvatore Esposito e Ciro De Rosa
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