Andreas Paragioudakis Chamber Ensemble – Heritage (Soundblossom Records, 2026)

Per “musica da camera” di solito si intende musica pensata per piccoli complessi strumentali, ciascuno trattato come voce solista, ed è destinata a piccoli spazi più che a grandi sale da concerto. Storicamente, nasce nelle corti e nei salotti aristocratici tra il ‘600 e il ‘700 e ha avuto il momento di codifica con Haydn, Mozart e Beethoven, quindi i compositori del periodo propriamente detto “classico”. Dopodiché ha percorso tutta la storia della musica occidentale passando per compositori come Brahms, Debussy, Šostakovič etc., restando il terreno in cui i musicisti spesso mettono alla prova le idee più personali e sperimentali. Come riportato in precedenza, la caratteristica tipica della musica da camera è che ogni strumentista dialoga con gli altri alla pari, senza la gerarchia solista-accompagnamento tipica del concerto, né la mediazione di un direttore. È un genere che vive di ascolto reciproco e di equilibrio timbrico. Naturalmente, con il passare dei secoli la musica da camera si è aperta a contaminazioni musicali sempre più variegate. Non è più presente soltanto il nomale quartetto d’archi, per esempio, ma ci sono strumenti moderni, linguaggi jazzistici e tante tradizioni che, nonostante il cambiamento, hanno mantenuto lo spirito della forma musicale originaria, quindi piccoli gruppi e dialogo paritario tra le parti. In un modo o nell’altro, è proprio su questa strada che si inserisce il disco di nostro interesse, “Heritage”, dell’Andreas Paragioudakis Chamber Ensemble. Andreas Paragioudakis nasce e cresce a Retimo, sull'isola di Creta, dove fin da bambino entra in contatto con la lira e gli altri strumenti tradizionali della sua terra. Dopo gli studi pianistici in Grecia, si trasferisce in Austria nel 2000 per formarsi al Mozarteum di Salisburgo, per poi affinare, a partire dal 2010, la propria padronanza di lira, liuto e mandolino cretesi. Da allora la sua carriera si è mossa costantemente su un doppio binario: da un lato una solida formazione classica ed europea, dall'altro un legame mai reciso con le tradizioni musicali del Mediterraneo orientale. Compositore, polistrumentista e didatta, ha attraversato negli anni progetti di teatro musicale, collettivi interculturali come “Unter der Laterne” e la Salingari Klangakademie, collaborazioni con musicisti di Austria, Svizzera e Grecia, fino a opere corali di grande formato come “Somnia pacis”. Insomma, un percorso costruito quasi interamente sull'idea di mettere in dialogo mondi sonori distanti. L’album in sé è un insieme di otto brani di musica da camera contemporanea che fonde tecniche compositive comunemente dette classiche con timbri mediterranei e sfumature modali. Il titolo potrebbe essere interpretato come l’esplorazione dell’identità culturale come un continuum vitale, attingendo alle proprie radici, ai paesaggi sonori regionali e all'estetica della musica da camera moderna. Accanto a Paragioudakis, che suona pianoforte, liuto cretese e mandolino, si muove un quartetto d'archi "classico" nella sua articolazione (due violini, viola, violoncello, affidati rispettivamente ad Aris Kapajannidis, Kristi Pleshti, Lauri Hämäläinen e Yenisey Rodriguez), che nell'immaginario comune resta ancora l'emblema stesso della musica da camera occidentale. A questo nucleo si affiancano però contrabbasso e batteria (Peter Herbert e Martin Grabher), una coppia ritmica che appartiene più al linguaggio jazz e alla popular music che al repertorio cameristico tradizionale. Tra tutte le tracce proposte forse “Return” è quella da consigliare all’ascoltatore che si vuole avvicinare al disco. Il brano si apre con un arpeggio di due note del pianoforte che sostiene l’ingresso del fraseggio melodioso degli archi. L’atmosfera che si respira è quasi fiabesca, come se la musica raccontasse una scena ambientata in un luogo incantato. Il ritmo incalza con l’ingresso della batteria e la fiaba si tinge di colori jazz, senza però perdere quella sospensione iniziale. In conclusione, “Heritage” vale la pena di essere ascoltato per la sua capacità di tenere insieme diversi mondi sonori senza che nessuno prevalga sull'altro. Naturalmente, non è pensato per un ascolto distratto. Richiede attenzione, la stessa che A. Paragioudakis e il suo ensemble hanno dedicato a mettere insieme archi classici, sezione ritmica jazz e strumenti tradizionali cretesi in un unico tessuto sonoro coerente. 


Francesco M. Tommasiono

Posta un commento

Nuova Vecchia