C'è una geografia sonora che i Minyo Crusaders hanno tracciato pazientemente dal 2011, quando a Fussa, periferia occidentale di Tokyo cresciuta all'ombra della base aerea americana di Yokota, il chitarrista Katsumi Tanaka e il cantante Freddie Tsukamoto decisero che il min'yō, la musica popolare giapponese nata nei campi di riso e nelle miniere, meritava una seconda vita. Dopo l'indomani del terremoto del Tohoku, Tanaka andò a cercare in quelle melodie un senso di radicamento che la vita urbana gli negava, e insieme a Tsukamoto, che il min'yō lo aveva scoperto per caso in televisione riconoscendo il canto della propria terra d'origine, mise in piedi una formazione capace di attraversare continenti musicali senza smarrire l'anima contadina di partenza. Da "Echoes of Japan" (2017) a "Tour of Japan" (2023), il percorso ha portato la dodici elementi di Tokyo su palchi come Trans Musicales, WOMAD, Roskilde e Primavera Sound Bogotá, fino a conquistare l'attenzione di Blue Note Records, che pubblica oggi il loro terzo lavoro in studio, "From Japan With Love". Ad aprire il disco è "Hokkai Bon Uta", canto sboccato di minatori dell'Hokkaido riscritto negli anni Quaranta, qui vestito di un abito latino che non tradisce la ruvidezza originaria: la sezione ritmica firmata da Mutsumi Kobayashi alle percussioni e Sonoo Ide ai timbales imposta subito un passo che oscilla tra la festa da villaggio e il patio caraibico, mentre la chitarra di Tanaka scandisce l'accento senza ingombrare la voce. Segue "Kokiriko Bushi", tra i canti più antichi del repertorio giapponese, qui affidato al progetto gemello Minyo Cumbiero e trasfigurato in una cumbia colombiana carica di tropicanibalismo, dove ottoni e fiati diventano protagonisti assoluti: il trombettista Stephane Yamauchi e il saxofonista Koichiro Osawa, anche produttore e direttore musicale del progetto, disegnano
fraseggi che sembrano dialogare da una sponda all'altra del Pacifico. Il cuore pulsante dell'album è "Hanagasa Ondo", con la partecipazione degli storici compagni di viaggio Frente Cumbiero: la canzone, dedicata alla danza comunitaria della prefettura di Yamagata, nasce da un innesto ancora più radicale, quello con "Cumbia En Do Menor", brano classico colombiano che i Crusaders reincarnano in min'yō senza soluzione di continuità. L'apertura è affidata a fiati e percussioni che costruiscono l'atmosfera con un tocco quasi cinematografico, mentre il basso resta sullo sfondo, appena percettibile, prima che la voce entri con un'urgenza che spezza il fiato e restituisce profondità emotiva a un impasto altrimenti ballabile e leggero. "Shimotsui Bushi", canto risalente al periodo Edo, chiude il primo lato con arrangiamenti più scarni, quasi acustici, dove il conguero Irochi lascia respirare gli spazi e la tastiera di Moe accenna colori jazzistici appena sfumati. Il secondo lato si apre con "Shigesa Bushi", canto della prefettura di Shimane rivitalizzato dalla voce di Saya Asakura, che intreccia il proprio timbro cristallino con quello robusto di Tsukamoto in un dialogo che pare quasi teatrale, sospeso tra il canto di lavoro e la ballata. "Kiyama Ondo", canto legato alla costruzione del castello di Imabari, procede con un passo più marziale, quasi da fanfara, che i fiati della band sanno rendere solenne senza appesantire. Il momento più toccante arriva con "Waido Bushi", tratto dal repertorio delle isole Amami e storicamente legato ai combattimenti tra tori: la partecipazione di
Chitose Hajime, con il suo falsetto che sembra sbucare da un altrove rurale, sposta il brano tra rock, jazz e folk in un continuum che non conosce cesure stilistiche, restituendo tutta la nostalgia di chi canta la propria terra da lontano. Chiude "Iyo Manzai", riscrittura in chiave latina di uno spettacolo comico del Seicento, dove Tanaka riprende il microfono da narratore-guitto e l'intera band si scioglie in un groove irresistibile che è insieme commiato e invito alla pista da ballo. Rispetto a "Echoes of Japan", "From Japan With Love" appare meno ancorato all'ortodossia del min'yō e più disinvolto nell'abbraccio di ritmiche africane e latine, un equilibrio che i produttori Tanaka e Osawa rivendicano apertamente come scelta di rotta e non come compromesso. Il risultato è un disco che non si limita a connettere due mondi lontani, ma li compenetra: la tradizione contadina giapponese, con il suo carico di lavoro, comunità e nostalgia per il paese natale, trova nella grammatica sonora sudamericana e caraibica non un travestimento esotico ma una lingua franca capace di farla vivere ancora, ben oltre i confini dell'arcipelago.
Salvatore Esposito
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