Anche questa è una scelta precisa. Hayes racconta di evitare per quanto possibile le formazioni costruite intorno a uno spettacolo già confezionato: preferisce piccoli ensemble e musicisti capaci di suonare in maniera spontanea, scegliendo, come dice lui stesso, “heart” piuttosto che “flamboyance”. La vera protagonista è la musica, e ogni elemento del festival sembra essere posto al suo servizio. È nei concerti segreti, che questa filosofia trova la sua forma più naturale. Il primo vede protagonisti Charlie e Rowan Piggott, padre e figlio: il primo, leggendario organettista e membro fondatore dei De Dannan; il secondo violinista e cantante. Più che la genealogia musicale, però, a colpire è la loro relazione sul palco. Tra i due c’è una sintonia fatta di ascolto e cura reciproca, con Rowan che sembra quasi accudire il padre nel corso dell’esibizione. Ne viene fuori un concerto intimo, domestico nel senso migliore del termine, perfettamente in linea con quell’atmosfera familiare che attraversa l’intero festival. I Piggott tornano la sera a Bantry House, questa volta all’interno di un programma più ampio insieme ai The Weaving, giovane trio formato da Méabh Ní Bheaglaoich, Cáit Ní Riain e Owen Spafford. Se il duo padre-figlio lavora per sottrazione, The Weaving porta sul palco un’energia decisamente diversa: c’è movimento, curiosità che non soppiantano una chimica evidente tra i
tre musicisti. Non si tratta semplicemente di virtuosismo, quanto della sensazione di assistere a musicisti che reagiscono continuamente gli uni agli altri, lasciando che il concerto prenda forma davanti al pubblico. A chiudere la serata è Méav Ní Mhaolchatha in un concerto a lume di candela che introduce un registro ancora differente. È un’esibizione segnata anche dal ricordo e dedicata a chi non c’è più; un finale raccolto che, dopo l’energia dei concerti precedenti, restituisce alla serata una dimensione quasi sospesa. Il giorno successivo il concerto segreto mette insieme la piper Louise Mulcahy e la bouzoukista Libby McCrohan. È un altro esempio di quanto il formato ridotto favorisca l’ascolto: pochi elementi, nessun bisogno di riempire lo spazio e la possibilità di seguire da vicino il dialogo tra gli strumenti. La sera, il primo momento davvero ipnotico arriva con Ciarán Ó Gealbháin, cantante sean nós, che possiede una voce che sembra provenire da un luogo difficile da collocare nel tempo. Segue Louise Mulcahy alle uilleann pipes. Particolarmente emozionante è ascoltarla suonare la mitica cornamusa appartenuta a Liam O’Flynn dei Planxty. In un festival tanto interessato alla trasmissione della tradizione, anche uno strumento può diventare un filo
materiale che collega generazioni differenti. Con Máirín Fahy e i musicisti che la accompagnano il paradigma sonoro cambia ulteriormente. Fahy rappresenta quella parte della tradizione che non ha bisogno di essere riscoperta né giustificata. è semplicemente una delle sue colonne portanti. Il concerto del venerdì la vede al fiddle dedita alla ceili music insieme a Patsy Broderick al piano, Eimear Coughlan all’arpa e Yvonne Fahy al bodhrán. Quasi a ricordare che nel titolo del festival non scompare per caso la parola “Irish”, arriva Tiago Matias. Hayes ha infatti scelto fin dall’inizio di chiamare la rassegna “Masters of Tradition”, proprio per lasciare aperta la porta ad altre tradizioni musicali affrontate con la stessa serietà e profondità. Matias, chitarrista portoghese e specialista di strumenti storici, conclude la serata muovendosi tra repertorio iberico, musica barocca e composizioni proprie. È un cambio d’aria necessario. Dopo giorni immersi nella musica irlandese, che pure tanto amiamo, poter spostare improvvisamente il punto d’ascolto rende ancora più evidente ciò che Hayes sembra voler dimostrare: una tradizione non perde forza quando incontra qualcos’altro. Ancora più evidente nel concerto segreto del
giorno seguente, quando Matias incontra Ciarán Ó Gealbháin, questa volta anche in veste di fisarmonicista. Sulla carta l’accostamento potrebbe sembrare azzardato; dal vivo funziona proprio perché nessuno dei due sembra interessato a smussare la propria identità per raggiungere artificialmente l’altro. Il risultato è un mélange audace ma sorprendentemente naturale. Ad aggiungere qualcosa all’esperienza è la cornice di Future Forests, il vivaio poco fuori Bantry scelto per il concerto: uno di quei luoghi nei quali, terminata la musica, è difficile capire quanto dell’impressione appena ricevuta appartenga all’esecuzione e quanto al posto in cui la si è ascoltata. A questo punto il festival comincia ad avvicinarsi al suo clou. La conversazione pomeridiana tra Martin Hayes, lo storico Richie Piggott e il compositore Seán Doherty prepara il terreno per ciò che avverrà poche ore dopo. Le Cainteanna (conversazioni in irlandese), però, meriterebbero uno spazio a parte. Non sono semplici conferenze accessorie, ma un altro degli strumenti attraverso cui il festival esplora, interroga e prova a piegare quei confini che chiamiamo “tradizione”. Nel corso dei cinque giorni Hayes conversa con musicisti, studiosi e
compositori, attraversando creatività, storia, deontologia e pratiche musicali. Particolarmente significativa è la conversazione con Richie Piggott e Seán Doherty dedicata a Selena O’Neill, alle sue “Irish Rhapsodies” e al suo contributo al lavoro di Chief Francis O’Neill nella raccolta del repertorio tradizionale. La conferenza funge da preparazione all’ascolto, ciò che viene discusso nel pomeriggio acquista una forma musicale poche ore più tardi. Il concerto serale si apre con il “Celtic Cello” di Clíodhna Ní Aodáin, momento di grande intensità, seguito dal violinista scozzese Ryan Young. Nel modo di fraseggiare di Young è difficile non avvertire qualche eco dell’approccio di Hayes, relativamente alla tensione della frase e alla possibilità di lasciare respirare una melodia. Una svolta netta arriva con The Breath, duo formato da Stuart McCallum alla chitarra e Ríoghnach Connolly alla voce. Connolly, originaria della contea di Armagh, è una presenza scenica difficilmente contenibile: poliedrica, comunicativa, dotata di una voce potentissima e di una personalità capace di trasformare immediatamente l’atmosfera della sala. Il repertorio si sposta verso territori vicini all’R&B e il pubblico risponde con
entusiasmo. Ancora una volta il festival sembra allontanarsi dal proprio centro soltanto per renderlo più visibile. L’apice arriva nel concerto notturno di Aoife Ní Bhriain e Cormac McCarthy, rispettivamente fiddle e pianoforte. Collaboratori di lunga data, i due si muovono con una naturalezza quasi disarmante tra musica tradizionale, classica e jazz. Dopo alcuni brani propri arrivano le due “Irish Rhapsodies”: quella di Selena O’Neill e la nuova composizione di Seán Doherty, concepita come risposta contemporanea alla prima ed eseguita qui in prima mondiale. È probabilmente il momento in cui l’idea stessa del “Masters of Tradition” si manifesta con maggiore decisione. Classica, jazz e musica irlandese non vengono accostate come ingredienti di un esperimento di contaminazione; si intrecciano fino a rendere quasi inutile stabilire dove finisca l’una e cominci l’altra. Un piccolo distillato di un festival che continua a giocare con l’ordito e con i confini di un concetto cangiante come quello di tradizione. Non a caso Hayes insiste sul fatto che la musica tradizionale irlandese può esistere come un linguaggio musicale universale. La tecnica e le conoscenze ereditate sono necessarie, ma costituiscono soltanto uno strato:
sotto di esse rimangono l’anima e il sentimento del musicista. Allo stesso modo non esisterebbe un confine fisso tra chi custodisce una tradizione e chi la estende o la reinventa; ciò che accomuna questi percorsi è l’impegno verso un’espressione profonda e autentica. E’ un’idea su cui Hayes torna spesso anche nell’a breve intervista che ci ha rilasciato. Un musicista “credibile” non deve necessariamente essere un virtuoso assoluto, conta piuttosto la sensazione di una connessione profonda con la musica, costruita attraverso esperienza e familiarità con il repertorio. La domenica chiude il cerchio. L’ultimo concerto segreto riporta sul palco Ryan Young e Clíodhna Ní Aodáin, prima di lasciare spazio all’appuntamento conclusivo alla Bantry House. Il programma lo annuncia semplicemente come “Martin Hayes & friends”, quasi a non voler fissare in anticipo qualcosa che trova senso proprio nell’incontro. Sul palco tornano Aoife Ní Bhriain, Cormac McCarthy, Clíodhna Ní Aodáin, Martin Hayes, Ríoghnach Connolly e Stuart McCallum: mondi attraversati nei giorni precedenti che per una sera finiscono nello stesso spazio. Ne viene fuori un finale colorato e fragrante, degno di un festival che per cinque giorni ha continuato ad
allargare il proprio campo senza perdere il centro. E poi c’è Bantry stessa, la splendida cornice degli eventi. Whiddy Island, raggiunta in traghetto, le chiese, Future Forests con il suo verde quasi favolesco, Marino Church per le conversazioni e soprattutto Bantry House, villa privata affacciata sulla baia che durante il festival apre le proprie porte agli eventi serali. Il viaggio tra questi spazi contribuisce in modo decisivo al carattere della rassegna. I concerti serali a lume di candela, gli ambienti raccolti e la prossimità fisica tra pubblico e musicisti producono per qualche ora l’impressione di trovarsi in una dimensione parallela. Forse è proprio questa la qualità più difficile da raccontare del “Masters of Tradition”. Il programma è importante, i nomi sono importanti, la qualità musicale è altissima. Eppure, alla fine, ciò che resta è soprattutto il modo in cui tutte queste cose entrano in relazione. Hayes spiega che una delle difficoltà maggiori, nella costruzione del programma, è proprio trovare ogni anno un equilibrio e una profondità sufficienti perché anche chi partecipasse soltanto a quei cinque giorni possa andarsene con un’immagine il più possibile ampia della musica tradizionale. La ricompensa, per lui, arriva quando può
finalmente sedersi tra il pubblico, ascoltare ed essere sorpreso dai musicisti che ha invitato. Dopo cinque giorni a Bantry si ha l’impressione che il festival riesca a fare qualcosa di ancora più interessante, ovvero mostrare quanto quella stessa immagine possa continuare a cambiare senza perdere consistenza. Il concetto stesso di tradizione assume qui un significato nuovo, non delimitare un territorio, ma conoscerlo abbastanza bene da poterne attraversare i confini. Un ringraziamento va quindi a Martin Hayes per il tempo e la disponibilità, a Meg e a tutto il team di West Cork Music per l’ospitalità e la cura, a Richie Piggott e Sean Doherty, per il tempo dedicatomi e per l’emozione regalatami attraverso le “Irish Rhapsodies”. Con la speranza tutt’altro che professionale, arrivati a questo punto, di poter tornare a Bantry il prossimo anno.
Jacopo Dentice
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