La Viuleta, La via dei Canti, Viù (To), 11 - 13 settembre 2026

Non necessariamente in senso negativo, ma semplicemente offrendo un risultato differente. D’altra parte, la spontaneità si nutre di estemporaneità. Proseguo verso la seconda stazione dove, già da lontano, riconosco il Trallalero dei Giovani Canterini di Sant’Olcese (che oggi, dopo trent’anni, si definiscono “diversamente giovani”). Sono numerosi e tutti uomini. Coprono naturalmente un’estensione ampia, dal basso al falsetto, regalando una vasta varietà timbrica. Di fronte ci sono i cantori bergamaschi de La pietra che canta (I cùcc dè Predalonga). Sono in cinque, tra cui una donna contralto che apporta una bella potenza squillante a un tessuto sonoro comunque presente, ma più scuro degli uomini. Mi sposto con qualche amico e raggiungiamo i Cantori di Rore, provenienti dalla Val Varaita, a nord di Cuneo, di minoranza linguistica occitana. Sono in dieci, giovani e in maggioranza donne. Di conseguenza il suono si acutizza, pur mantenendo una pasta sempre molto piena e una massa spessa. Un uomo più adulto spicca su tutti per esperienza, grazie a una voce brillante, a un tratto vocale accorciato e a suoni legati. Il tasso alcolico è già salito quando arriviamo dai Cardellini del Fontanino di Castel del Piano (Monte Amiata),  un gruppo a voci pari composto da otto uomini. Cantano il Bei con voci potenti e
corpose. Traspare la loro origine giocosa che anche il canto stesso suggerisce. Nella stazione successiva ci sono il gruppo dei Baschi, Jean-Mixel Bedaxagar, Mixel Arotze e Johane Bedaxagar, voci della tradizione musicale dell’Iparralde (Paesi Baschi francesi). Sono gli ospiti stranieri che abbiamo potuto ascoltare anche venerdì 11 nella serata di apertura “Alpi-Pirenei”, l’appuntamento che apre il cuore della rassegna con un incontro di benvenuto insieme ai cantori e ai musici della valle. Qui la sonorità cambia nettamente: sono tre uomini, ma eseguono perlopiù canti monodici o in duo, e solo raramente a tre voci. Hanno timbri molto ricchi ma decisamente diversi rispetto ai gruppi nostrani; sono voci dal tratto vocale più ampio, educate e rassicuranti. Sono inoltre i soli a suonare degli strumenti – sebbene mai come accompagnamento vocale – ovvero un flauto a tre fori (txirula) e un tamburo a corde (txun-txun) suonati contemporaneamente da Jean-Mixel, come da tipica tradizione basca. Infine nella settima stazione i Cantori di Mezzenile, anch’essi
delle Valli di Lanzo. Il loro è un gruppo composto da una decina di uomini, dunque a voci pari, con vocalità spinte tanto verso il volume quanto verso le tonalità più acute. La notte si conclude ufficialmente nel tendone in cui è cominciata. La Via dei Canti, tuttavia, terminerà domenica 13 settembre in mattinata con l’Aperitivo IN…CANTO: un finale informale per scambiarci gli ultimi saluti. Flavio Giacchero, ideatore e direttore artistico, spiega: “La Viuleta vuole essere una rassegna intima. È pensata per i cantori stessi, per farli incontrare, metterli in connessione e permettere loro di cantare in una dimensiona consona, in cui possano riconoscersi. È in questa intimità che si esprimono estetica, etica e cultura, ed è un'esperienza profondamente emotiva. Vedere questa emozione è un grande regalo per tutti. Rifiutiamo la dinamica dello spettacolo e della rappresentazione, perché qui ognuno rappresenta se stesso; un valore fondamentale oggi, in un’epoca in cui spesso viviamo isolati in una dimensione distopica. Il pubblico non è passivo, non arriva in un teatro con il posto prenotato, ma decide liberamente dove e quanto soffermarsi. Questa è una festa vera, in cui ci si conosce e si festeggia insieme”. Ed è per questa sensibilità di vedute e per il grande lavoro svolto che,
per la sua settima edizione, la rassegna "La Viuleta 2026" ha ottenuto il patrocinio scientifico del Dipartimento di Studi Umanistici dell'Università di Torino: un riconoscimento prestigioso che Viù e Flavio Giacchero si sono guadagnati egregiamente sul campo. A sua volta, anche La Viuleta negli ultimi anni assegna un riconoscimento a personalità che si sono distinte nel panorama culturale. Quest’anno l'ambito scelto è stato quello della ricerca. Sono stati assegnati due premi, evitando volutamente la formula della conferenza accademica, sia per dare massimo spazio al canto sia per privilegiare una dimensione genuinamente "emica" (ovvero interna e partecipata) rispetto a una teorizzazione intellettuale. Il Premio Viuleta 2026 è stato così riconosciuto a Mauro Balma, etnomusicologo di Genova che ha operato a lungo presso l’Università e il Conservatorio del capoluogo ligure, e a Giuliano D’Angiolini, etnomusicologo e compositore di origine romana ma da tempo d'adozione francese. I due studiosi, oltre a diverse ricerche e pubblicazioni personali, hanno condotto lavori in comune sulle origini del Trallalero genovese e sulle storiche registrazioni di Giorgio Nataletti e Paul Collaer nel Ponente ligure. Nella loro brevissima presentazione Mauro Balma ha raccontato che da giovane ascoltò a Genova uno dei gruppi di Trallalero all'epoca più in voga, senza rimanerne particolarmente colpito; quando però, anni dopo, si imbatté casualmente in un ensemble più piccolo e meno noto, se ne innamorò perdutamente. La differenza risiedeva nel suono, inoltre questo secondo gruppo non applicava regole o strutture di provenienza accademica, ma rispondeva a quei canoni estetici profondi che appartengono più propriamente al canto di tradizione. Anche Giuliano D’Angiolini ci ha
regalato una profonda riflessione: l’etnomusicologia non è solo lo studio di strutture musicali e tradizioni orali intese come fenomeni sociali, ma è prima di tutto un incontro tra persone. Incontri che possono ridefinire un'intera esistenza, cambiarne la prospettiva e dare vita ad amicizie senza tempo. A conclusione di questa mia testimonianza, credo che l’operato di Flavio Giacchero meriti di essere evidenziato e lodato non solo per la profonda sensibilità, ma anche per la tenacia e lo spirito di resistenza con cui continua ad agire sul territorio. Il suo impegno è vitale per l'affermazione e il riconoscimento del canto spontaneo, per la salvaguardia e, ancor di più, per lo sviluppo delle tradizioni rituali, così come per la sensibilizzazione verso la continuità dell'idioma locale e di tutto ciò che ne consegue. Musicista, cantore, ed etnomusicologo, Giacchero vanta importanti lavori di ricerca nelle Valli di Lanzo, tra cui la realizzazione di due fondamentali documentari firmati insieme a Luca Percivalle: “Lou soun amis - Il suono amico” e “Chant a batànt”. In quest’ultimo lavoro viene riproposta l’antica tradizione delle valli francoprovenzali, in cui i cantori intonavano le melodie a distanza, da un versante all'altro della montagna, rispondendosi e proseguendo le strofe a vicenda. Infine, non posso non nominare un altro gruppo spontaneo di Viù, il più folto tra tutti quelli ascoltati e forse il più importante in chiave futura, incontrato sabato durante le presentazioni: le bambine e i bambini del Laboratorio di canto spontaneo di Viù. Il progetto è magistralmente curato da Marzia Rey, eccelsa cantora, che al pari di Giacchero, si occupa da anni della crescita della tradizione orale. I piccoli cantori si esprimono sia in dialetto sia in francoprovenzale e, sebbene talvolta comprensibilmente timidi di fronte al pubblico, dimostrano già una spiccata autonomia nel canto spontaneo, che ripropongono a piccoli gruppi persino durante i loro giochi. A Viù la tradizione è salva, ma è sempre bene muoversi in anticipo: proprio per questo la sindaca Daniela Majrano, che ringrazio per l’impeccabile organizzazione della rassegna, ha appena inaugurato un asilo nido comunale. Il futuro del paese, e della sua voce, comincia da qui. 


Patrizia Rotonda

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