Nel percorso de La Cantiga de La Serena, la musica non è mai semplice esecuzione, ma un atto di devozione, una geografia dell’anima che attraversa i mari e le lingue per riannodare i fili della memoria. Dal 2008, l’esplorazione sonora e culturale de La Cantiga de La Serena si muove attraverso le antiche rotte del Mediterraneo, unendo le sponde di un mare che non divide ma connette, in un dialogo incessante tra Oriente e Occidente capace di scavalcare confini temporali e geografici. Nell’esperienza artistica del trio convergono tre percorsi formativi di assoluto spessore, portati avanti da musicisti eclettici e ricercatori appassionati: Giorgia Santoro, flautista, compositrice e instancabile direttrice artistica avvezza sia alla grammatica classica e contemporanea che a quella jazz e tradizionale, arricchisce la tavolozza armonica con flauto, bansuri, xiao, low whistle, arpa celtica, percussioni e voce; Fabrizio Piepoli, cantante, polistrumentista e docente dalle spiccate inclinazioni arabo-andaluse, dona al progetto una vocalità di rara intensità e il timbro di strumenti evocativi come saz baglama, chitarra battente, daff e basso elettrico; Adolfo La Volpe, maestro della corda pizzicata e dell’improvvisazione jazzistica, intesse trame ritmiche e melodiche dal respiro globale avvalendosi di oud, cümbüş, guitalele, armonium indiano, bowed banjo e percussioni. Dopo aver messo in fila album di pregio come "La Serena" (2016), "La Fortuna" (2019), "La Mar" (2021) e "La Novia" (2023), con “Sta Strada”, il gruppo giunge al quinto album, nel quale le stratificazioni culturali del Mare Nostrum – dal repertorio sefardita alla tradizione lucana e ligure, fino al rebetiko e alle
registrazioni sul campo salentine – convergono attorno alla figura della madre, declinata tra preghiera laica, Dea Madre e invocazione protettrice. Insieme a Giorgia Santoro andiamo alla scoperta di questo nuovo progetto discografico.
Con “Sta Strada” siete giunti al quinto album. Come si è evoluto il percorso di Cantiga de La Serena sul piano della ricerca concettuale, del testo e della rielaborazione stilistica?
L'evoluzione nasce da una continua interazione all'interno del gruppo. Provenire da estrazioni musicali differenti è un grande stimolo: ognuno porta il proprio bagaglio e i brani vengono plasmati in base alla sensibilità vocale di Fabrizio, poiché per noi è essenziale che la voce si senta a proprio agio con il racconto dei testi. Costruiamo gli arrangiamenti partendo sempre dal massimo rispetto per le fonti originali, specialmente quando lavoriamo su registrazioni sul campo. In “Sta Strada” l'evoluzione si avverte nella coralità, molto più presente che in passato, e nell'apertura ad altre tradizioni regionali italiane oltre a quella pugliese. La percentuale di musica sefardita è diminuita in favore di questa pluralità di lingue, rimanendo rappresentata da un brano emblematico come “Salgash Madre”.
L'album spazia tra dialetti e linguaggi espressivi distanti, eppure mantiene una forte omogeneità timbrica. Come siete riusciti a cucire questo mosaico?
L'omogeneità nasce dalla selezione iniziale dei brani e dalla direzione condivisa. Prima di registrare svolgiamo un lungo lavoro di ascolto: l'elaborazione del disco è iniziata a marzo 2025 ed è stata molto
meditata. I temi guida – la strada, il cammino, la madre – creano il legame concettuale. Sul piano musicale, la coesione si sviluppa spontaneamente durante le prove: proviamo i timbri e capiamo quale strumento riesca a narrare al meglio un determinato passaggio emotivo. Abbiamo inciso “'Na via di rose”, brano in lingua lucana di Claudio De Vittorio, fratello di Pino De Vittorio che è stata nostra gradita ospite. Il testo evoca una strada lastricata di rose e pietre preziose dove passa l'amata o la madre, intrecciandosi perfettamente al tema del cammino. E poi c’è “La bella növa”, in dialetto genovese, dove figura un super ospite come Michel Godard al serpentone.
La title track, “Sta Strada”, nasce da una fonte diretta e preziosa: una registrazione sul campo. Come si è sviluppato questo brano e in che modo si lega al lavoro sull'uso delle voci?
Lavoriamo da sempre sulle registrazioni sul campo. Per "Sta Strada", brano da cui abbiamo deciso di intitolare l'intero album, la collaborazione con Massimiliano Morabito è stata fondamentale. Ci ha fornito un documento sonoro meraviglioso, una registrazione in cui si intrecciano strofe in salentino e in greco di Puglia. Lo abbiamo rielaborato a modo nostro, intrecciando i timbri del saz turco e del bansuri indiano. Accanto all'assetto strumentale, c’è un utilizzo molto presente delle voci: un elemento che mi ha vista coinvolta anche sul piano cantato, spinta da Fabrizio Piepoli. Per una sorta di ritrosia personale avevamo persino pensato di adottare uno pseudonimo per i crediti, poi abbiamo scelto di restare noi stessi. C’è sempre una prima volta, o meglio: non è la prima in assoluto, ma in questo disco il contributo vocale è particolarmente significativo ed espressivo.
In che modo questo album rappresenta il cammino più intimo di Cantiga de La Serena rispetto ai lavori precedenti?
Siamo nati come progetto dedicato principalmente al repertorio della tradizione sefardita, ma col tempo lo sguardo si è allargato all'intero bacino del Mediterraneo, ritornando in maniera sempre più forte verso la Puglia. È stato un rinnamoramento della nostra tradizione. Nel disco c'è molto Salento – pur essendo io l'unica salentina del gruppo, mentre Adolfo e Fabrizio lo sono d'adozione – ma per la prima volta compare un brano interamente scritto da noi, sia nel testo che nella musica, in dialetto barese: “Madonna de lu vinde”. Dopo tanti anni, dovevo concederlo ai miei compagni di viaggio.
Nel disco la figura della madre si riflette in molteplici forme: dalla Vergine Maria alle preghiere laiche dei pescatori, fino alla figura materna universale. Come avete lavorato sul piano sonoro per ricucire la distanza tra sacro e terreno?
Con la semplicità del linguaggio e attraverso uno studio attento sui timbri. Gli strumenti che impieghiamo non appartengono necessariamente alla tradizione specifica del brano che stiamo eseguendo. Fabrizio usa il saz turco, io il bansuri indiano, altrove figurano l'ud arabo o il tamburo a cornice. Gli strumenti non raccontano soltanto un luogo geografico, ma il nostro percorso d'incontro tra le culture. Le figure mariane
diventano terrene perché sono tutte preghiere laiche. In “Matonna de lu Mare”, brano di Massimo Giuseppe Marangio che ho avuto il piacere di intervistare e che ha ascoltato la nostra versione a lavoro finito, c'è la preghiera del pescatore che chiede protezione alla Vergine per scampare alle intemperie. Ci piaceva restituire un'immagine diversa del Salento, non solo terra accogliente, ma mare insidioso che riconnette all'attualità. Il Mediterraneo dovrebbe essere una «strada liquida», per citare Erri De Luca, una via che unisce i popoli; purtroppo continua a trasformarsi in un luogo di tragedia. Invocare la Vergine del mare significa anche rintracciare un senso di sostentamento e speranza per chi vive sul mare e dal mare.
In “Madonna de lu vinde”, la scrittura originale incontra l'antico repertorio europeo. Come avete strutturato questa composizione?
Abbiamo invocato la Vergine inserendo nel ritornello la citazione di un rondellus francese del XII secolo, Salve Stella Maris. Ci piace legare brani di diversa provenienza ritrovasse un filo conduttore nella melodia e nel testo. È una preghiera affinché la Stella Polare possa riportare la luce e spazzare via, con il vento, questo momento buio. La nostra musica non può ignorare il presente: è il nostro modo di contribuire a una speranza di cambiamento all'interno di una tragica pagina dell'attualità.
Tra i brani della tradizione italiana spicca anche un classico come “Riturnella”. Come avete affrontato un brano così celebre ed eseguito?
“Riturnella” è un brano iconico, ascoltato in moltissime versioni. Inizialmente avevamo quasi un timore reverenziale, ma poi prevalso il desiderio di suonarlo per il puro piacere di farlo. Abbiamo creato un arrangiamento che si apre a una sezione improvvisativa centrale, trovando la nostra chiave di lettura senza snaturarne la bellezza intatta.
Il disco vede la partecipazione di importanti compagni di strada, a partire da Pino De Vittorio fino a Michel Godard, Roberto Chiga, Stefano Rielli e Vincenzo Grasso. Qual è stato il loro contributo nella costruzione dell'architettura sonora?
Il loro apporto è stato fondamentale. Pino De Vittorio rappresenta un punto di riferimento straordinario: incarna il punto d'incontro perfetto tra musica colta barocca e tradizione popolare. Roberto Chiga ha arricchito il disco con la sua profonda sensibilità per le percussioni: quando gli ho inviato la mia traccia di tamburello su “Sta Strada” mi ha fatto un grande complimento, ma desideravo fortemente il suo tocco e la sua identità timbrica su più strumenti. Vincenzo Grasso ha collaborato a lungo con noi dal vivo, ma è la prima volta che registra in un nostro disco: su insistenza di Fabrizio abbiamo inserito lo strumentale “Tsarka”, dove Vincenzo suona sia il clarinetto che il clarinetto basso, creando un meraviglioso dialogo intrecciato con i flauti e con le corde.
In “Tsarka” si percepisce una spiccata fluidità di interplay tra fiati e percussioni, con echi quasi jazzistici. Com'è maturato questo arrangiamento?
Abbiamo ascoltato diverse fonti e ci piaceva conferire al brano un respiro tra il jazz contemporaneo e il Medio Oriente. È presente il contrabbasso di Stefano Rielli e c’è un bellissimo solo di ud di Adolfo La Volpe, a cui si affiancano le trame dei fiati. Ci siamo incontrati su questo terreno comune, che appartiene al bagaglio di tutti noi.
Un altro momento di forte contrasto espressivo è la presenza del rebetiko.
È stata una proposta di Fabrizio. Non ci eravamo mai misurati direttamente con la tradizione rebetika, pur avendo approfondito a lungo la musica greca. Il rebetiko porta con sé una carica di protesta e di rottura molto forte: ci siamo chiesti come potesse convivere con il resto dell'album, che ha un tono prevalentemente poetico ed evocativo. Abbiamo scelto di inserirlo proprio per questa sua natura «strong», perché rappresenta un modo diretto per affermare una posizione attraverso la musica.
L'album si chiude con “Klafsete”, un canto in lingua greca che rende omaggio a Giorgio Di Lecce. Qual è il valore simbolico di questo brano e dell'uso dell'elettronica curato da Roberto Chiga?
Per me è un momento di profonda commozione. Giorgio Di Lecce è stato una figura fondamentale: a lui devo tutto il mio percorso nella musica tradizionale e tranne nel primo disco c'è sempre un omaggio alla
sua memoria. Era uno sperimentatore visionario. Quando facemmo ascoltare l'originale a Adolfo e Fabrizio ne rimasero incantati per la modernità. È un canto di dolore di una madre per la perdita del figlio: lo abbiamo riproposto lavorando sugli armonici del flauto, quasi impercettibili, per evocare una dimensione trascendente, uniti alle percussioni e al canto di Fabrizio. Qui si inserisce l'unico intervento elettronico del disco, curato da Roberto Chiga, a cui abbiamo chiesto di scomporre le voci e creare un quadro sonoro contemporaneo. È una soluzione che ciascuno di noi adotta nei propri progetti individuali e che in futuro potrebbe rappresentare una possibile linea di ricerca anche per Cantiga de La Serena.
Come si tradurrà la dimensione di Sta Strada nell'attività dal vivo?
L'auspicio è quello di realizzare alcune date speciali riunendo tutti gli ospiti che hanno arricchito l'album. Nell'immediato abbiamo in programma un importante progetto in Corsica in autunno, ospiti del Festival di Calvi, nati da un invito di musicisti locali per creare un incontro di scambio tra la tradizione corsa e quella italiana: noi interpreteremo i loro canti e loro i nostri. Sarà una delle tappe fondamentali per portare questo viaggio sui palchi.
La Cantiga de La Serena – Sta Strada (RadiciMusic Records/Goodfellas, 2026)
#ANTEPRIMA
Salvatore Esposito
Foto di Marcello Moscara (4-8)








