Nella scena jazz italiana sono pochi gli strumentisti in grado di incarnare con la ricerca espressiva e la sperimentazione come Giovanni Falzone. Diplomatosi al Conservatorio “V. Bellini” di Palermo e perfezionatosi al “G. Verdi” di Milano, il trombettista e compositore siciliano, negli anni, ha dato vita ad un articolato percorso artistico nel corso del quale ha affiancato un’importante carriera in ambito classico - culminata nella militanza stabile presso l’Orchestra Sinfonica “G. Verdi” – con la continua incursione nei territori del jazz e dei suoni di confine. Non è un caso che la sua discografia sia costellata di coraggiosi attraversamenti della memoria, da Duke Ellington ad Ornette Coleman, da Charlie Parker fino alle incursioni nel rock con Hendrix, Led Zeppelin e David Bowie. Con “Suite For Miles”, pubblicato dalla Tǔk Music di Paolo Fresu, Falzone si confronta con il fantasma ingombrante e il lascito monumentale di Miles Davis proprio nell'anno del centenario dalla nascita del genio di Alton. Nato su sollecitazione del trombettista sardo per la rassegna Time In Jazz ed evolutosi in una straordinaria immersione nell’universo sonoro di Miles, il progetto non nasce come una mera celebrazione o un tentativo di ricostruzione filologica, ma piuttosto esplora la straordinaria ricchezza ispirativa del repertorio del trombettista americano come base di partenza per nuove composizioni. Falzone, così, ha scelto non già la via della divulgazione, ma quella della re-invenzione guardando alle composizioni di Miles con una sensibilità libera che attinge a piene mani dal dinamismo e dalle suggestioni della contemporaneità. Ad accompagnare il trombettista siciliano in questa nuova avventura è la Libera Band, una formazione composta da giovani talenti under 30 ovvero Raffaele Fiengo al sax alto, Massimiliano Cameroni al pianoforte, Giuseppe La Grutta al basso elettrico e Riccardo Marchese alla batteria che, nel loro insieme ricreano in modo sorprendente quella dialettica e quell'energia intergenerazionale che fu il motore propulsivo di molti dischi di Miles Davis. Il disco si snoda attraverso otto brani, più una bonus track, a comporre un unico flusso organico in cui cinque pietre miliari di Davis dialogano alla pari con cinque composizioni originali firmate dallo stesso Falzone, nelle quali si intrecciano ispirazione, sperimentazione ed avanguardia.
L'incipit è affidato all'inedita “Around Four”, un brano intenso e potente nell’incedere che suona come una dichiarazione di intenti per tutto il disco: il fraseggio della tromba di Falzone e il sax alto di Raffaele Fiengo si intrecciano in un dialogo incessante e quasi colemaniano, mentre la sezione ritmica spinge con una pulsazione elastica e moderna, dove il basso elettrico di Giuseppe La Grutta e la batteria di Riccardo Marchese sconvolgono le coordinate acustiche tradizionali. Quando il quintetto affronta gli standard, la materia sonora viene completamente rigenerata. “Solar” e “So What” perdono ogni polvere di maniera per rivestirsi di suoni contemporanei, punteggiati dai ricami armonici e dalle zone di respiro spalancate dal pianoforte di Massimiliano Cameroni. Su “Blue In Green” la tromba di Falzone lavora di scavo sul timbro e sul silenzio, restituendo una liricità scarna e notturna, per poi lasciare spazio alla rilettura di “Milestone” e alla potenza elettrica e ipnotica di “Tutu”, dove i ritmi e l'essenzialità degli arrangiamenti richiamano le radici più viscerali della musica afroamericana e della world music. Le composizioni originali si integrano perfettamente in questa trama. Se “Andalusia” è pervasa da echi mediterranei e tensioni latine che richiamano le storiche collaborazioni con Gil Evans ma con un piglio decisamente contemporaneo, “Lo Sciamano” si muove su territori rituali e sghembi, valorizzando l'interazione tra i fiati. Pregevole è anche “Sunrise” che regala un’apertura lirica e contemplativa di rara bellezza, prima che la conclusiva “Blue Miles” chiuda il cerchio con una riflessione sonora densa di pathos e tensione improvvisativa, aprendo la strada alla sontuosa rilettura di “Footprints” di Wayne Shorter. In “Suite For Miles”, Giovanni Falzone e la sua Libera Band riescono nell'impresa non banale di trasformare un tributo in un atto di creazione autonoma. È un album vibrante e profondamente umano, che non staziona nel museo del jazz ma preferisce sporcarsi le mani con il presente, ricordandoci che l'unico vero modo per onorare la lezione di un maestro come Miles Davis è continuare a tradirne l'ortodossia per mantenerne viva l'infinita spinta verso la libertà.
Salvatore Esposito
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