Eugenio Imbriani, Breve storia del tarantismo, Edizioni Grifo 2026, pp. 168, euro 20.00

Antropologo, docente di Discipline Demoetnoantropologiche all'Università del Salento e tra i più acuti studiosi dei processi culturali e della memoria storica del Mezzogiorno, Eugenio Imbriani torna a riflettere sul tarantismo con “Breve storia del Tarantismo”, un'opera che nasce dall'esigenza fondamentale di "fare ordine". In questo intenso dialogo con Andrea Carlino, l'autore ripercorre le tappe di una ricerca lunga e articolata, trasformando il pretesto editoriale in una lucida e appassionata rivendicazione del rigore metodologico e dell'etica della conoscenza. Dalla critica senza sconti alla commercializzazione della cultura popolare e alla banalizzazione mediatica del tarantismo — ridotto sempre più spesso a mero "brand" promozionale — il confronto si allarga ai temi cruciali della responsabilità delle istituzioni pubbliche, dell'accessibilità democratica ad archivi e biblioteche e della tutela della verità storica. Attraverso il recupero di un immaginario simbolico complesso, popolato da un bestiario fantastico che travalica la sola figura della tarantola, il dialogo restituisce al fenomeno la sua autentica dimensione antropologica, mettendolo in relazione con le dinamiche di possessione su scala europea e globale. Un'intervista densa e necessaria, che riafferma il valore della ricerca e della restituzione culturale contro le scorciatoie della propaganda. (S.E.)

Come mai hai deciso di scrivere questo libro?
Ho scritto questo libro innanzitutto per fare il punto della situazione, tracciando una sintesi di molto di ciò che ho pubblicato nel corso degli anni. Si trattava di materiale sparso in vari articoli, saggi e volumi; diversi capitoli di libri, infatti, li ho dedicati al fenomeno del tarantismo e, in particolare, agli autori che ne hanno trattato. Recentemente, inoltre, mi sono occupato della variegata schiera di animali ritenuti responsabili del morso, poi tutti confluiti nel grande calderone simbolico del ragno o tarantola, una figura indubbiamente straordinaria e carica di significati.

Un’operazione necessaria per fare ordine, insomma…
Avevo necessità di fare un lavoro che mi permettesse di mettere ordine sia nelle riflessioni che avevo espresso nel tempo, sia rispetto a quanto viene comunemente raccontato sul tema. Troppo spesso si sentono narrazioni frammentate e imprecise: le informazioni sul tarantismo passano ormai attraverso le sintesi veloci della stampa e dei mezzi televisivi, ambiti in cui le notizie non possono essere approfondite né curate come meriterebbero. Tutto questo finisce inevitabilmente per distorcere i significati, i messaggi e la stessa dimensione storica del fenomeno.

Nella tua carriera di antropologo ti sei sdegnato apertamente forse due sole volte, ed entrambe per questioni di merito, ovvero per l'abuso dei contenuti. La prima fu quando lasciasti la Fondazione La Notte della Taranta a causa di quel filmato proiettato durante il concertone, che era pura pubblicità. Di recente ti sei arrabbiato di nuovo per la vicenda dell’Università del Salento. Un tema cruciale, quello del confine tra informazione e disinformazione.
Mi sono arrabbiato molto. Sono convinto che le istituzioni, specialmente quelle pubbliche o che gestiscono denaro pubblico, abbiano il preciso dovere di fornire un’informazione corretta, non distorta. Dovrebbe essere rigorosamente scientifica, o quanto meno accurata. Questo vale per la Fondazione La Notte della Taranta come per qualsiasi ente finanziato con risorse pubbliche: non è lecito veicolare messaggi fuorvianti come se si dovesse vendere un prodotto. Non è accettabile, e lo è ancora meno quando a farlo è l'università. Ci siamo ritrovati in questa situazione la seconda volta proprio perché l’ateneo, utilizzando un linguaggio distorto, improprio e del tutto inaffidabile, ha diffuso notizie sul tarantismo prive di qualsiasi fondamento scientifico, al solo scopo di farsi promozione. Una palese contraddizione.

E per vendere un falso prodotto, gestito peraltro da un'agenzia esterna all'ateneo, per un evento della durata di tre giorni e persino a pagamento.
Esattamente. Chi ricopre un ruolo pubblico, amministra fondi della collettività e ha una funzione formativa ed educativa non può cedere su questi aspetti: deve garantire un’informazione il più possibile rigorosa. Sappiamo bene che la verità assoluta non esiste, ma esiste il lavoro degli studiosi, ed è a quello che bisogna attingere, non al linguaggio della propaganda o del marketing. Noi non vendiamo biscotti; anzi, non vendiamo nulla. Siamo persone e istituzioni con una precisa responsabilità formativa. Di
conseguenza, le informazioni fornite devono essere confortate dall'autorevolezza delle istituzioni scientifiche, dal loro background e dall'insieme delle ricerche condotte al loro interno per offrire quadri storici e scientifici validi.

Nel tuo libro insisti molto sulla parola “ordine”. Hai riorganizzato una grande mole di dati già noti, accanto a elementi nuovi. Per me, che ho dedicato tempo a questi studi, è evidente l'importanza di questo lavoro: rimettere in ordine i dati è un'operazione fondamentale.
Significa ricostruire la base su cui poter edificare qualsiasi comunicazione successiva. Il fondamento di questi discorsi è costituito dalle fonti a cui attingiamo. Nel libro non ci sono tutte, ne mancano moltissime, ma ho raccolto i riferimenti principali che ci permettono di formulare un discorso serio sul tarantismo. Come ho premesso nel testo, il mio lavoro non intende sostituirsi ad alcun altro libro: ognuno è libero di leggere ciò che desidera e di fare riferimento alle proprie interpretazioni. Per me, tuttavia, era essenziale chiarire l'esistenza di dati e fonti di base su cui costruire letture, approfondimenti o analisi successive.

Chiunque si occupi di antropologia lavora sui dati: li raccoglie, li interpreta e compie uno sforzo di analisi per essere il più veritiero possibile. Esiste un vero e proprio patto di verità nei confronti dell'oggetto di studio…
È un patto fondamentale, che dobbiamo stringere anche con le fonti stesse. Non si può prendere una fonte così com'è considerandola vera a prescindere: so bene che anch'essa è il frutto di un'elaborazione. Molte delle fonti sul tarantismo non nascono dall'osservazione diretta o da un'esperienza etnografica sul campo, ma sono costruzioni, riscritture di testi precedenti o persino resoconti per "sentito dire". Il nostro atteggiamento deve essere sempre critico, consapevoli che le fonti stesse sono talvolta distorte. Non possiamo prendere per oro colato ciò che analizziamo, ma dobbiamo vagliarlo per distinguere ciò che è plausibile da ciò che non lo è. Se una fonte si limita a ripetere quanto scritto da autori precedenti, è doveroso segnalarlo.

Bisogna risalire agli autori e verificare i testi precedenti: in fondo è il principio base della ricerca storica.
Esatto, e bisogna dirlo con chiarezza. Ad esempio, non ci si può fidare ciecamente di ciò che scrive Cesare Ripa, poiché Ripa ricopia Pietro Andrea Mattioli, il quale a sua volta si rifà alle proprie fonti. Ciascuno ha i suoi riferimenti e le sue rielaborazioni. La distorsione, quindi, non riguarda solo la nostra lettura
contemporanea del fenomeno: spesso sono le fonti stesse a contenere elementi poco convincenti. Dobbiamo ribadirlo: i paradigmi scientifici mutano nel tempo e nello spazio. Ciò che un tempo veniva comunicato come sapere valido, oggi potremmo non ritenerlo tale perché non aderiamo più a quel determinato modello epistemologico.

È il concetto secondo cui le convinzioni scientifiche di oggi potrebbero non valere più tra dieci anni, cadendo nell'oblio.
Questo vale anche per l’immaginario e l’apparato simbolico. I significati che noi attribuiamo oggi a determinati simboli tramandati non sono necessariamente gli stessi che vi attribuivano gli autori che, all'epoca, cercavano di analizzarli e interpretarli. Dobbiamo tenere conto di tutte queste variabili: è questo il cuore del nostro lavoro.

Un lavoro etico, lungo e faticoso, che richiede impegno. Tutto il resto, se non è divulgazione corretta, rischia di essere semplice fuffa.
Sono pienamente d’accordo. L’impegno è proprio quello di cui parli: il discorso etico che sta alla base della nostra ricerca è vincolante. Si può anche scegliere un'altra strada, ma se si rappresenta un'istituzione pubblica non lo si può fare. Chi si sostiene con fondi pubblici, spende risorse della collettività e forma studenti e insegnanti con gli strumenti del sapere non può permettersi di pronunciare – uso volutamente il termine "puttanate" – affermazioni che si allontanino dal percorso del rigore. Tanto più che, nel caso della recente polemica universitaria, all'interno dell'ateneo erano stati condotti studi approfonditi su questo fenomeno: si aveva dunque il dovere di attingere a quelle ricerche, anziché inseguire il chiacchiericcio dei media.

Rispetto ai luoghi del sapere, notiamo una grave disattenzione delle amministrazioni pubbliche nei confronti delle fonti vere, come archivi e biblioteche. Una negligenza che pare quasi funzionale a una specifica visione politica.
Ci sono istituzioni che funzionano benissimo: l’Archivio di Stato di Lecce, per esempio, è un’eccellenza. È innegabile, però, che vi sia una diffusa disattenzione verso questi temi, come se vi fosse quasi il timore che gli archivi possano nascondere chissà quale scomoda verità.

Pensiamo all’archivio di Ernesto de Martino: due faldoni rossi contenenti sue lettere personali e informazioni relative al suo rapporto col fascismo, risultano di fatto introvabili o quindi non  consultabili. Un problema grave per gli studiosi e per la storia. Gli archivi dovrebbero essere preservati, protetti e sempre democraticamente accessibili a chiunque ne abbia necessità.
Assolutamente. Archivi, biblioteche e musei hanno il compito preciso di garantire la fruibilità delle fonti, specie se si lavora su ambiti territoriali ben definiti. Se si pensa unicamente a grandi archivi nazionali delle tradizioni popolari, si rischia di rimanere nell'approssimazione. Oggi il problema è che si avverte il bisogno di dover per forza "vendere" qualcosa, anziché limitarsi a comunicare, raccontare e spiegare. Il profilo etico della ricerca mi coinvolge da vicino, intendendo il nostro mestiere come una restituzione alla comunità di ciò che abbiamo potuto apprendere. Penso a mio padre: faceva il cavatufo  e poi l'operaio in officina, ammazzandosi di lavoro. A tutti i padri come lui devo profonda riconoscenza, e sento il dovere di restituire quel poco che ho imparato trasmettendolo, per quanto possibile, ai loro figli. Purtroppo, non riusciamo a dialogare in modo incisivo con i sistemi della comunicazione. Da quarant'anni ripeto le stesse cose eppure sembrano sempre novità, come se mancasse la capacità cumulativa del sapere. Si fa più in fretta a dimenticare che a ricordare. I giovani cambiano ed è giusto ripetere loro i concetti, ma le generazioni più adulte dovrebbero fare un piccolo sforzo di memoria e consapevolezza. Il mio libro nasce anche da qui: per mettere ordine nelle mie ricerche e nel metodo.

Molto interessante è anche la ricostruzione legata agli animali responsabili del morso...
Sì, ve ne sono tantissimi ed è affascinante analizzarli. Pensiamo allo stellione, descritto con una serie di macchie sulla pelle simili a stelle. Da dove nasce questa figura? Da una lettura di Plinio – o di un altro
autore classico – che descriveva l'animale con macchie simili a gocce o stelle. La prima raffigurazione dello stellione che conosciamo si deve a Pietro Andrea Mattioli, ed era considerato uno dei responsabili del tarantismo. Immergersi in questo universo simbolico è straordinario.

Un passaggio complesso, quello che porta da una costellazione di animali diversi alla semplificazione del "ragno-brand".
Perfino quando Ernesto de Martino e Giovanni Jervis giunsero in Salento per la loro spedizione etnografica, chiesero ai contadini di mostrare loro le tarantole, ma questi non sapevano esattamente a cosa si riferissero. Furono gli stessi studiosi a mostrare degli esemplari che si erano portati dietro da un museo, dicendo: "Cerchiamo queste". Allora i contadini andarono a cercarle e le portarono. Nell'immaginario contadino la causa del male poteva essere diversa: ci si poteva pizzicare perché si era schiacciato un serpente o perché San Paolo puniva chi disobbediva al suo divieto di sposarsi (è la storia di Maria di Nardò). I motivi erano molteplici. Il tarantismo è un fenomeno simbolicamente ricchissimo e complesso da interpretare, popolato da esseri, spiriti di morti e vivi, fantasmi, vampiri e tarantole pugliesi, sarde o corse. Un universo che ho definito più volte shakespeariano, paragonabile al Sogno di una notte di mezza estate.

Una delle prospettive più stimolanti è quella di de-localizzare il tarantismo. Nella lettura offerta da studiosi come Gianni Pizza, il fenomeno viene interpretato come un'espressione di ciò che definiva "possessione europea".
Sono assolutamente d’accordo: il tarantismo è una delle tante varianti possibili all'interno delle manifestazioni della possessione europea.

È un ambito d'indagine che in passato è stato sfiorato anche da Piero Fumarola, pur rimanendo talvolta ai margini degli studi accademici più tradizionali.
Condivido pienamente questa impostazione. Un saggio come “La vergine e il ragno” di Gianni Pizza meriterebbe una ripubblicazione, perché è un testo illuminante, al pari di “Storia notturna” o “I benandanti” di Carlo Ginzburg. Questo tipo di dinamiche si ritrova anche negli studi sul vampirismo, di cui mi sono occupato. Non vi è alcuna reticenza da parte mia, ma nel libro volevo volutamente circoscrivere il campo d'indagine. L'ipotesi del cosiddetto "tarantismo spagnolo", ad esempio, non mi ha mai convinto del tutto, per il semplice fatto che si è trattato di un fenomeno circoscritto a un ventennio, tra gli anni Settanta e Ottanta del Settecento. In quel caso furono i medici ad applicare il modello teorico di Giorgio Baglivi a sintomatologie e patologie che somigliavano al tarantismo, senza però che i pazienti potessero rispondere culturalmente a quel modello, essendone privi del retroterra. I medici tentarono di applicare una metodologia d'indagine appresa da Baglivi, che tuttavia non trovò una reale rispondenza sociale e culturale nel contesto locale.

Andrea Carlino

Eugenio Imbriani, Breve storia del tarantismo, Edizioni Grifo 2026, pp. 168, euro 20.00
A partire dagli anni Novanta ha preso corpo un’immagine del tarantismo, quasi da cartolina, divenuta nel tempo più forte del fenomeno stesso. È quella della festa contemporanea, della mercificazione che ha finito per oscurarne la sua memoria tormentata e contraddittoria, ma impastata di sofferenza, credenza e devozione. È precisamente in questa divaricazione tra memoria e contemporaneità che si inserisce la profonda riflessione alla base di “Breve storia del tarantismo”, nuovo saggio firmato da Eugenio Imbriani e pubblicato da Edizioni Grifo. Il titolo potrebbe far pensare a un compendio divulgativo di una materia sterminata, ebbene non è questo, o almeno non solo questo. La “brevità” a cui fa riferimento l’antropologo salentino, va letta come l’esigenza di mettere ordine tra una bibliografia ormai sconfinata che attraversa secoli, testimonianze e interpretazioni, per consentire al lettore di discernere i documenti dalle riletture, le fonti dalle costruzioni successive, la storia dalla memoria. Un’opera necessaria per riportare il baricentro del discorso dalla spettacolarizzazione contemporanea alla concretezza storica e antropologica. Docente di Antropologia Culturale all'Università del Salento, Imbriani è da tempo una delle voci più lucide e rigorose nello studio delle tradizioni popolari del Mezzogiorno e del lascito intellettuale di Ernesto De Martino. Il suo lungo percorso accademico e sul campo, da sempre attento alle dinamiche di costruzione della memoria e dell'identità locale, lo rende l'autore ideale per affrontare un'opera di sintesi che è, al contempo, un coraggioso atto di demistificazione. Il volume non nasce dal desiderio di assecondare le seduzioni del neo-tarantismo, ma, al contrario, dalla stringente necessità di storicizzare un fenomeno che la contemporaneità ha trasformato in un feticcio identitario. La prospettiva di Imbriani è quella di chi maneggia con cura i documenti e la storiografia, interrogandosi non solo su cosa fosse il rito terapeutico e il "male di San Paolo", ma soprattutto su come esso sia stato osservato, codificato e spesso frainteso nel corso dei secoli. L'autore rifugge fin dalle prime pagine la tentazione di raccontare una tradizione immobile e idilliaca, scegliendo invece di tracciare la complessa storia delle sue interpretazioni. Il saggio ci guida dalle prime indagini mediche e protoscientifiche ai resoconti di viaggio, passando per i trattati di medici storici come Giorgio Baglivi o Epifanio Ferdinando, che tentarono di incasellare il morso della taranta in precise nosografie, fino alle visioni positiviste e psichiatriche ottocentesche che finirono per patologizzare del tutto il comportamento delle tarantate. Questo lungo e tortuoso percorso storiografico culmina con la rivoluzione metodologica del 1959, quando Ernesto De Martino, con la celebre spedizione de La terra del rimorso, restituì dignità culturale, storica e religiosa a chi, fino ad allora, era considerato soltanto un relitto di superstizione o un caso clinico. La struttura del libro si sviluppa come un unico, incalzante ragionamento critico, in cui le diverse epoche storiche non sono vissute come compartimenti stagni, ma come tappe di un'evoluzione concettuale. Imbriani orchestra abilmente un vasto apparato di fonti – dai referti archivistici alle corrispondenze, fino alla letteratura medica ed etnografica – riuscendo in un'impresa non scontata: mantenere un costante equilibrio tra il rigore inattaccabile della ricerca accademica e una narrazione fluida, accessibile e coinvolgente. È proprio in questo rapporto tra scavo documentale e scrittura divulgativa che il testo trova la sua cifra stilistica, smontando pezzo per pezzo l'aura romanticizzata ed esotica che ha a lungo avvolto il rito. Uno degli elementi di maggiore spessore e originalità del lavoro di Imbriani risiede nella sua spietata lucidità nell'analizzare le trasformazioni contemporanee. Il libro affronta frontalmente le tensioni tra la radice dolente e contadina del rito e l'odierna reinvenzione spettacolare. Per una testata orientata all'indagine delle culture musicali popolari come la nostra, la riflessione dell'autore sul rapporto tra musica, territorio e mercato risulta di un'attualità bruciante. Imbriani ci ricorda come la musica e la danza, un tempo strumenti strettamente funzionali alla terapia coreutico-musicale per risolvere una crisi reale, siano state oggi estrapolate dal loro contesto di profonda emarginazione sociale per diventare il motore pulsante di una "pizzica" estetizzata, innocua e globale. La tradizione, letta in quest'ottica, non è un dato oggettivo e immutabile da preservare in una teca, ma un campo di tensione culturale, una costruzione continua in cui l'identità viene costantemente negoziata e, talvolta, piegata alle logiche del turismo di massa e dei grandi palcoscenici estivi.  Se si volesse cercare un limite all'interno di un'opera così compatta, lo si potrebbe forse individuare proprio nella sua esplicita natura di "breve storia". La densità degli argomenti trattati avrebbe forse potuto accogliere uno spazio di indagine e decostruzione ancora più esteso. Tuttavia, questa scelta di compressione appare del tutto funzionale al progetto editoriale: offrire al lettore uno strumento agile ma intellettualmente affilato, capace di non disperdersi in digressioni secondarie. A supporto di questa sintesi interviene un apparato bibliografico eccellente, essenziale per orientare chi desideri approfondire i singoli snodi storiografici senza appesantire la lettura. Il volume, pur dialogando in maniera fitta e necessaria con la letteratura demartiniana, se ne affranca per indagare il dopo, chiedendosi cosa resti del tarantismo quando i ragni reali e le crisi psichiche sono scomparsi, lasciando il campo quasi esclusivamente a un folclore di reinvenzione. “Breve storia del tarantismo” si rivela, così, una lettura cruciale non solo per antropologi e addetti ai lavori, ma soprattutto per musicisti, ricercatori, appassionati di world music e per chiunque voglia comprendere le dinamiche profonde che muovono le culture popolari, rifiutandosi di accettare passivamente le etichette rassicuranti confezionate dal mercato. In definitiva, il lavoro di Eugenio Imbriani ci consegna una mappa utile ad orientarci nel ginepraio di fonti dedicate al fenomeno del Tarantismo, un'operazione di pulizia intellettuale che ci obbliga a guardare ben oltre la superficie, ricordandoci con fermezza che il tarantismo, prima di essere trasformato nel rassicurante brand di un intero territorio, è stato dolore, miseria e riscatto di un'umanità marginale. Un lascito prezioso, che conferma quanto una lettura critica e disincantata delle fonti sia l'unico antidoto per non smarrire il senso autentico e drammatico della nostra storia collettiva.

Salvatore Esposito

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