Ci sono alcune cose certe e pienamente condivise sul Consorzio Suonatori Indipendenti. La prima è che sono stati, fin da prima che si formassero, maestri del cambiamento e protagonisti indiscussi della rinascita della musica italiana degli anni Novanta. Anni Novanta da erigere a totem, perché in Italia la musica è divenuta un movimento profondo e (visto dove siamo oggi) duraturo, poggiato sulla sperimentazione, la storia, le visioni di alcuni eletti che hanno trovato (in alcuni casi grazie ad altri eletti del mondo della discografia di quel periodo) la strada maestra per raggiungere molti ascoltatori. Ben poggiato sulla voglia di suonare, di farsi sentire senza mediazioni, definendo così la grammatica di una nuova letteratura – marcata dalla pratica musicale e dalle interazioni underground – che ha stimolato la nascita di tanti gruppi e artisti alternativi. La seconda è che sono molto affezionati ai simboli (e agli acronimi). Simboli (e acronimi) che avvalorano una parte importante della loro produzione e dei loro movimenti: Finisterre, Sarajevo, la Linea gotica, Montesole, Fenoglio, Alba, la Mongolia ecc. (riguardo agli acronimi, non credo sia necessario soffermarci per scioglierli: C.C.C.P., C.S.I., C.P.I., P.G.R). La terza è che (e qui mi fermo) sono enigmatici. Soprattutto perché non riescono, per natura, a fare quello che gli altri, in una dimensione pubblica in cui gli artisti intrattengono negoziazioni (relazioni, produzioni, concerti, rappresentazioni, parole, interventi ecc.), si appetterebbero. Ad esempio, formano il gruppo, registrano il primo album “Ko
de mondo” in una villa in Bretagna (alla fine del mondo, abbondando con simbolismo e connessioni con il contesto storico-politico) e lo promuovono con un concerto pieno di sorprese alla trasmissione “Acoustica” di Videomusic. Registrano “Tabula rasa elettrificata” (abbreviato guarda caso in T.R.E.) dopo un agognato viaggio in Mongolia di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, raggiungono il primo posto in classifica (siamo nel 1997, tre anni dopo il primo album), vanno a suonarlo in molti luoghi colpiti dalla guerra in Jugoslavia e in un tour italiano che registra il tutto esaurito. Poi si sciolgono – o meglio Zamboni li abbandona e si trasformano in P.G.R. L’ultimo atto dei C.S.I. è stato consegnato alla storia con “Montesole 20 giugno 2001”, l’album uscito a nome P.G.R. nel 2003 ma appartenente a quella storia, suonata in una serata mistica a Marzabotto. Quasi trent’anni dopo i C.S.I. annunciano un tour di ritorno. Il tour è intitolato “In viaggio” ed è stato inaugurato a Marzabotto con i due concerti del 28 e 29 agosto scorsi. La stampa ne ha dato grande risalto, sia quella specialistica che quella di informazione, e Blogfoolk ha assistito alla data di mezzo, quella del 4 settembre a Villa Fidelia, in provincia di Perugia. L’atmosfera era quella delle grandi occasioni: uno spazio inusuale (sebbene con una breve storia di eventi dal vivo), incantevole e grezzo (nonostante la magnificenza lussuosa della villa seicentesca che sovrasta il palco), migliaia di seguaci in attesa di vivere e cantare un evento fondamentale, lo stupore di riconoscere i musicisti redivivi che ingombrano uno spazio a modo suo punk, instabile e non del tutto pronto a
sostenerne l’urto, la magia di una serata di ricordi con l’illusione poetica di un nuovo presente – vivo e tangibile per poco più di due ore. Un presente che è stato infilzato con l’insostenibile silenzio di Ferretti, che ha cantato fermo e feroce ma che non ha fatto un minimo cenno di parola al pubblico, compatto, schiacciato, sincronizzato. La metafora e la forza simbolica dell’assenza non sfuggono certo né a Ferretti né ai C.S.I. Loro sono le macchine, i meccanismi, le articolazioni che muovono i corpi – sono la presenza dentro la forza estrema dell’essenziale: oculati, precisi, diversi l’uno dall’altro e mistici. Quella forza era sfuggita a chi, come chi scrive, si era illuso di poter “interagire” sulle questioni della contemporaneità, credendo di poter assistere, con lo stupore del devoto, a qualche ammonimento illuminante di Ferretti (come quello “salentino” del 2004: “non cambiate la vostra primogenitura per un piatto di lenticchie”). Poi, gradualmente, abbiamo compreso quella presenza mistica (la loro e la nostra): quello vissuto a Villa Fidelia è stato il tratto breve, capillare, di un processo enorme, che come tale non si risolve né nella performance né nella compresenza. Si risolve nel tempo, che si interpreta in tutti i tratti che lo compongono: il passato dei C.S.I., costruito e strutturato, il presente rarefatto e quasi impalpabile, rappresentato e agganciato all’estemporaneità. Il futuro, che si sta componendo dentro il processo e che da questo sarà veicolato ai posteri. Quel silenzio, quella mancanza di interazione è necessariamente la forma del presente. È una forma senza un profilo
preciso, una macchia sfocata della posizione di tutti i presenti (loro e noi). È una postura di rispetto – inteso anche come distanza – dallo svolgimento, da ciò che tutti abbiamo cantato: “chi è stato è stato”. Con questa consapevolezza – conquistata sul campo, è il caso di dire – il concerto ha assunto un significato superiore, un andamento ancora più speciale. Perché ha posto tutti noi nelle condizioni di ascoltare e analizzare come si svolgono i cicli musicali di chi suona e canta – da un palco e dentro una storia complicata, intrecciata con tante parti che compongono il mondo: come dicevamo da Finisterre a Marzabotto, da Mostar e Sarajevo alla Mongolia, da Alba alla Linea gotica, da Beppe Fenoglio a Erri De Luca, da Isaù a Majakovskij, Dostoevskij, Marguerite Yourcenar, Silvio D’Arzo e via così. E di ascoltare la complessità del discorso C.S.I. anche dentro la musica: il ritmo, il timbro, il rumore, l’eco, la distonia, la distorsione, la sovrapposizione e la sintesi, l’altezza estrema e la cupezza più profonda (“l’amore non lo canto…”), la tenuta melodica di un ensemble che, con questi risvolti, non poteva che essere lì e provenire da là. La sensazione che rimane, alla fine del concerto, assomiglia a quella del vuoto che non ti spieghi. A pensarci bene ci si è riempiti di musica – i C.S.I. sono stati generosi da questo punto di vista, concedendo quattro bis dopo una scaletta di diciotto brani. Ma ci si deve svuotare per percepire in pieno l’onda che si è cavalcata. Per questo ci si ritrova a guardarsi l’uno con l’altro senza parlare (“più lo si invoca meno ce n’è”), sospirando e respirando profondo, fissando il palco senza più musicisti e recuperando il più possibile i suoni che lì sono stati
generati. Ciò che si vedeva lassù rimane fisso in testa nella forma di una cortina di corpi, in fila sulla stessa linea, posizionati democraticamente senza nessuno davanti o dietro, diversamente chinati sugli strumenti. Quello di Gianni Maroccolo sembrava il corpo-totem di un gigante, il cui gigantismo non aveva a che fare con le dimensioni ma con l’aurea (“Unità di produzione” e “Forma e sostanza”). Si stagliava davanti alle luci abbaglianti in una postura da monumento, con sigaro in bocca e musica in tutti i muscoli, capelli tirati indietro e barba bianca quasi fluorescente. L’unico corpo verticale e in movimento ravvisabile era Ginevra Di Marco – radiosa e immensa (“Matrilineare” e “Montesole”). Zamboni non ha avuto problemi nella dimensione palo-totem: è defilato per natura e non per postura, non si compromette con lo spazio, casomai con il tempo, e si infila lì al margine della linea, con il cappello che gli copre la fronte, il collo ricurvo per vedere le mani e la chitarra quasi da davanti (“In viaggio” e “Linea gotica”). Canali ha invocato il rombo primordiale della lacerazione, della rappresaglia: la sua chitarra non ha mai suonato, ha versato rumore, pesante e onirico (“E ti vengo a cercare” e “Bolormaa”). Magnelli ha rappresentato come sempre il suono – non la melodia ma l’armonia dell’insieme: “Inquieto” e “M'inporta 'nasega”. Ferretti segnalava la maestosità di quella combinazione di storia e futuro anche attraverso l’immobilismo, riducendo quanto più poteva il suo corpo nello spazio (“Del mondo” e “Cupe vampe”). Avrà pensato che stare in piedi sarebbe stato troppo ingombrante al cospetto di quella strana dimensione emotiva. Così si è accovacciato sullo sgabello, contraendosi quanto più poteva, schiena curva, capo allineato alle ginocchia e mani giunte al basso ventre (“Depressione caspica” e “Ongii”).
Daniele Cestellini
Foto e video di Salvatore Esposito
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