"Que no me traigan flores, que me vengan a cantar": Pepe Habichuela (1944-2026)

 Habichuela ha ricordato quel periodo in un’intervista pubblicata da “La Flamenca”: “Morente fu il primo a mettere le cose a posto. Il primo a mettere il nome del chitarrista con le stesse dimensioni del suo sulla copertina di un album, a indicare così che la chitarra era importante quanto la voce. Passammo sei mesi a casa sua a provare per quel Tributo a Chacón, solo noi due: ‘Quel toque, tienilo un po' più a lungo; cambiamo quel suono con quest'altro...’. Enrique mi ascoltava, e io ascoltavo lui, lavorando fianco a fianco, per portare il lavoro in studio e registrarlo in una sola sessione. Aveva una voce che ti invitava a sperimentare con la chitarra, ti spingeva oltre. È un onore che Enrique, che ha cantato con quasi tutti i chitarristi, dicesse sempre che la sua chitarra era Pepe Habichuela. Siamo stati insieme per trent'anni. Ci esibivamo nelle università, nelle residenze studentesche, al San Juan Evangelista, che all'epoca era il centro culturale di Madrid. Guadagnavamo cinquantamila pesetas e ce le dividevamo equamente. Su questo punto era molto fermo. Ci siamo divisi i diritti d'autore, il che credo sia un modo per riconoscere il tuo contributo al suo lavoro. Quello stesso anno abbiamo realizzato un altro album, ‘Despegando’, che ha avuto un enorme successo e ci ha aperto molte porte all'estero. In un anno, abbiamo registrato trenta canzoni in due con testi di Miguel Hernández, che abbiamo musicato insieme. Tanto lavoro e tanta soddisfazione”.


In seguito, Morente coinvolse anche il figlio di Pepe, Josemi Carmona, che, poco più che ventenne, accompagnò Morente nel brano registrato nel 1992 “Negra, Si Tú Supieras”, composta su versi di Nicolas Guillén

così come Habichula ha avuto modo di collaborare con le figlie di Morente, Kiki e Estrella che qui ascoltiamo in una “Solea”.


Habichuela continuò ad accompagnare Morente fin quasi alla morte di quest’ultimo, il 13 dicembre del 2010. Quel giorno riassunse in tre frasi il suo rapporto con Morente e la stima che aveva per lui: "Ho perso un fratello, un poeta ineguagliabile e un musicista unico". Nel corso della sua vita, accompagnò anche altri cantanti fondamentali per il flamenco, da Pepe Marchena a Juanito Valderrama. Solo nel 1983 trovò il tempo per registrare, con il bassista Carles Benavent e il percussionista Rubem Dantas, il primo album a suo nome, dedicato al nonno,  “A Mandeli”, per la Nuevos Medios, poi ristampato nel 1994. L’album propone in apertura la soleá "Resuene" e "Mi Tierra (Granaína)" mostrano una profonda intensità emotiva e arpeggi classici. Fusione ritmica: brani come "Del Cerro (Tangos)" e "Al Aire (Bulerías)" incorporano linee di basso moderne ed elementi percussivi senza perdere la loro autentica anima flamenco. Il brano che dà il titolo all'album: la rumba di chiusura "A Mandeli" è un classico gioioso e velocissimo che mette in risalto la sua impeccabile tecnica di plettrata.


Fin dalla fine degli anni ’60 fu protagonista di tour a livello internazionale; l’intensa attività concertistica e di accompagnatore lasciò poco spazio per i suoi progetti  solisti. Il suo lavoro successivo arrivò nel 1997, insieme al figlio Josemi, a quasi 15 anni di distanza dal primo e contiene classici come la Seguirilla “Amanecer”, scelta per aprire l’album,  l’ Alegría “Recordando Esencias” e la Bulería che da il titolo al disco “Habichuela en rama” (Nuevos Medios)


La ricchezza armonica, melodica e dinamica del suo approccio emerge nell’esecuzione di “Por soleá II” che lega falsetas tratte dai brani “Resuene” e “A mi Manuel”, soleá in 12 tempi protagoniste dei suoi album "A Mandeli" e "Habichuela en rama". Il pollice della mano destra ricorre con perizia all’alzapúa, tessendo linee melodiche a partire dalle note gravi dello strumento.


Nel 2001 realizzò un’inedita collaborazione con il mondo delle colonne sonore di Bollywood intitolato “Pepe Habichuela & The Bollywood Strings – Yerbagüena” (Nuevos Medios) intrecciando al flamenco I corposi arrangiamenti per archi e i ritmi dalle tabla della cinematografia indiana,  riannodando il dialogo musiche andaluse e dell'Asia meridionale.


Rinnovò questo dialogo insieme al sitar di Anoushka Shankar che l’ha voluto così ricordare appena avuta notizia della sua morte:  “Pepe è stato uno dei grandi maestri del flamenco e uno dei più grandi chitarristi contemporanei al mondo. Nel 2011 ho avuto la fortuna di lavorare con lui al mio album ‘Traveller’. Presentammo l'album a Girona e, per problemi logistici, rischiò di non poter essere presente, e sarò per sempre grato a tutte le persone che si sono unite per permetterci di eseguire la nostra canzone ‘Boy Meets Girl’, una fusione di due forme antiche: una Granaína suonata in modo più lento, libero ed espressivo, pur seguendo una progressione armonica precisa; e un raga classico indiano che permette improvvisazione e espressione individuale. Il mio produttore Javier Limon ed io abbiamo scoperto che, in una certa tonalità, potevamo unire il raga Manj Khamaj alla forma Granaína, permettendo sia a Pepe che a me di suonare e improvvisare liberamente, rimanendo fedeli a entrambe le forme. Pepe era un maestro del suo genere e porgo le mie più sentite condoglianze alla sua famiglia”.


Allo stesso periodo risale l’ispirata collaborazione con il contrabassista Dave Holland con cui ha realizzato numerosi concerti e registrato l’album “Hands” (Dare2, 2010), occasione per omaggiare, con una Taranta, un altro gigante del canto flamenco, Camaron.


Ha continuato a esibirsi sul palco e ha ricevere alcuni dei premi iberici più prestigiosi: la Medaglia d'Oro al Merito nelle Belle Arti, la Gran Croce di Alfonso X il Saggio, la Castillete d'Oro del Festival del Cante de las Minas, il Premio Internazionale di Flamenco Manolo Sanlúcar. A testimonianza del rispetto di cui godeva tra colleghi di diverse generazioni, nel 2017 ha celebrato i suoi 60 anni di carriera con una serie di concerti a Madrid, affiancato da artisti come Farruquito, José Mercé, Niña Pastori e Miguel Poveda, 


La sua eredità va ben oltre la discografia che testimonia parte del suo lavoro ed è radicata soprattutto nell’infaticabile lavoro dal vivo, con un approccio alla chitarra flamenca aperto che intreccia innovazione e tradizione a partire da un profondo ascolto del canto che offre innumerevoli esempi per capire il flamenco come forma d'arte in continua evoluzione. Se, da un lato, ha sempre affermato che "il flamenco è di tutti", dall’altro denunciava la Spagna come Paese razzista, a partire dalla sua esperienza di persona e artista “gitano”.  Per il suo funerale non voleva cerimonie solenni; aveva chiesto: "Non portatemi fiori, venite e cantate per me". Qui lo possiamo ascoltare al Hotel Recoletos di Madrid a maggio del 2023 in compagnia del figlio Josemi Carmona alla chitarra, Lucky Losada al cajón e David de Jacoba al canto.


Alessio Surian

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