La grammatica dell’essenza sonora nelle ultime produzioni della Abeat Records

Un legame sottile lega le ultime produzioni discografiche della Abeat Records: la tensione costante verso la ricerca dell’essenza attraverso l’arte del lavoro per sottrazione. Ascoltando, infatti, in sequenza questi lavori si ha la sensazione di entrare in contatto diretto con artisti che hanno messo da parte ogni orpello, per far risaltare solo ciò che è utile e funzionale alla musica.
Si parte da Sonia Spinello, siciliana di formazione e di voce, che con "Eterea" firma il suo ottavo capitolo discografico affiancata da una formazione eccellente composta da Sonia Candellone (pianoforte e composizione), Achille Succi (clarinetto basso e sassofono), Daniele Di Bonaventura (bandoneon) e dal polacco Piotr Schmidt (tromba). Si tratta di un disco denso di suggestioni poetiche che toccano l’ascoltatore sin dalle prime note: l'apertura "Mirrors" lascia che il pianoforte di Candellone accenda una brace di nostalgia sotto la cenere del tempo, mentre il clarinetto di Succi si insinua nelle pieghe armoniche, cercando le frequenze più gravi come chi scava piuttosto che chi esibisce. Se in "Nothing Is Like Before" la tromba di Schmidt accarezza superfici
eleganti prima di cedere il passo al dialogo pianistico, in "Kibou", parola giapponese che significa speranza, si traduce in un fluire quasi acquatico. Superba è "Where Are You?", ispirata alle “Gymnopédie” di Satie, sospende la voce di Spinello in una domanda sacrale sul senso dell'esistere. Il bandoneon di Di Bonaventura in "Ego ibi tibi ero" aggiunge una spiritualità laica e fragile, e la title-track, oltre i nove minuti, si espande per cerchi concentrici che evocano i ritorni mutevoli del cammino iniziatico. "Ma Réalité" completa un concept sulla rinascita come spoliazione dalle scorie plumbee che permeano le nostre vite.  
Da un tributo interiore si passa a un tributo dichiarato: "Cento di questi Cerri", firmato da Alberto Gurrisi, Alessandro Usai e Roberto Paglieri con la voce di Irene Burratti e la Civica Jazz Orchestra diretta da Luca Missiti, celebra il centenario di Franco Cerri senza mai imbalsamarlo. L'apertura ellingtoniana "Don't Get Out of My Heart" colloca l'ascolto in una dimensione transatlantica dove organo e chitarra lavorano per sottrazione; "Donna" di Gorni Kramer si apre allo scat di Burratti; "Roma nun fa' la stupida stasera" di Trovajoli si tinge di colori pastello urbani. Poi arrivano le pagine più intime firmate dallo stesso
Cerri – "Pipo", "Gen Gen", "Racconto", "Romantico", "L'ipse" – dove il trio si muove in circolarità aforistiche, fino alla toccante chiusura di "Stazione Termini" su testo di Alberto Testa, sospesa più che risolta, come un binario che si perde all'orizzonte.
Il minimalismo torna, più intimo e familiare, in "Non più bambine" di Davide Di Chio, chitarra, e Andrea Gallo, contrabbasso: quattordici composizioni pensate come dedica alle due figlie del chitarrista, dove nessuno dei due cerca il predominio. In "Rainbow", "Alone", "Hey Teen!", "Your Little Panda", "Un buco nel cuore" e "Nel piccolo Regno di Valentina" la melodia resta sempre il centro gravitazionale, gli accordi si aprono lasciando cadenze in equilibrio instabile, quasi a suggerire piuttosto che dichiarare la crescita e la sua perdita d'innocenza.
Anche nel duo si trova la stessa vocazione all'ascolto reciproco. "Alianti" affida al pianista Simone Locarni e al trombettista inglese Tom Arthurs il compito di erigere, in nove episodi, un'architettura cameristica che guarda a Kenny Wheeler e Norma Winstone senza scimmiottarli. Fra "Missoltini", "Anaphora", "HK3B4DBS", "Leyla", "Welcome Dragosh" e "Corale" – più il "Preludio de Mirambel No. 5" di Anton García Abril – emerge una cantabilità quasi mediterranea
che attenua l'austerità nordeuropea senza intaccarne il rigore, mentre le pause diventano respiro strutturale più che vuoto.
Postumo e per questo carico di un peso particolare, "Promenade" restituisce l'ultima sessione di Guido Di Leone in trio con Dario Deidda al contrabbasso e Joey Baron alla batteria, registrata in presa diretta al Mast Recording Studio. Il fraseggio chitarristico di Di Leone, debitore di Wes Montgomery e Kenny Burrell ma aperto a Bill Frisell, riletture il tema di "Romeo and Juliet" di Nino Rota con introspezione rarefatta, rilancia "Tea for Two" con ritmica ricalibrata, attraversa "Ligia" di Jobim in equilibrio fra lirismo e astrazione, e accoglie la voce di Francesca Leone in "Canção do amanhecer".
Il chitarrista polacco Maciek Pysz, con Daniele Di Bonaventura al bandoneon e pianoforte e Yuri Goloubev al contrabbasso e pianoforte, firma in "Point de Vie" un diario per frammenti di sguardo: "Into the Forest" apre con lirismo cinematografico, "Flow" fa scorrere il tema senza mai fissarlo, "Le Pont de Passage" ne custodisce il cuore simbolico, "Woke Up & Sang" accelera senza perdere eleganza, e "Cjavalì" di Goloubev chiude come un epilogo fuori asse ma coerente.
Infine, Rino De Patre, con "Di Sera", affida alla chitarra classica il compito di farsi laboratorio di micro-sfumature, affiancato da Alfredo Paixão al basso, Pasquale Fiore a batteria e percussioni, con le velature di Bob Sheppard al sax soprano e Luca Aquino tra tromba e flicorno. "Landscape" apre con andamento contemplativo, "Spring Wind" dispensa un moto leggero, "Concepito" dialoga col silenzio, il "Notturno op. 9 n. 2" di Chopin si riverbera senza fondersi, e la title-track osserva la luce che si ritira come un'ultima nota che si deposita nell'aria.
Ciò che colpisce, mettendo insieme queste sette uscite, non è la coerenza stilistica – jazz da camera, folk colto, chitarra classica, minimalismo vocale convivono senza fondersi – ma una politica editoriale che sceglie la profondità sopra la quantità di note. Abeat Records si conferma un laboratorio dove l'essenzialità non è mai povertà, ma un atto di fiducia nell'ascoltatore, chiamato a completare col proprio silenzio ciò che i musicisti hanno saggiamente lasciato indetto.


Salvatore Esposito

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