Hiram Salsano - Marcello De Carolis – Hirundini (MaDe Sound, 2026)

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È un dialogo affettivo, emotivo e timbrico tra voce e chitarra battente quello che anima “Hirundini” (Rondini), l’album con cui Hiram Salsano e Marcello De Carolis ricontestualizzano e si riappropriano di memorie, canti e musiche della tradizione orale del Meridione d’Italia, rielaborati sulla base della storia, dell’etica, del carattere e del loro orizzonte estetico. Il disco è stato registrato e mixato dallo stesso De Carolis presso il MaDe Sound Studio di Potenza, con il mastering di Alessandro Luvarà allo SpainAudio Studio di Molochio. I protagonisti di questo viaggio sono noti. Hiram Salsano, cantante di origine cilentana, ricercatrice etnografica e docente di canto popolare in Conservatorio, ha debuttato con l'album “Bucolica”, un lavoro che ha subito intercettato l’interesse dei palati fini nazionali e internazionali, vincitore del Premio Loano per la Musica Tradizionale Italiana nella sezione Giovani (2023) e nominato disco dell’anno da “Blogfoolk” (2022). Salsano è un’artista che ha dovuto, in una cera misura, conquistarsi una “riconoscibilità”, provenendo da esperienze “dal basso”, non allineabile quindi all’aristocrazia canora folk revivalista, essendo radicata, invece, nel contatto diretto e vitale con il mondo contadino e le sue pratiche musicali e coreutiche. L’attività live l’ha portata a suonare in importanti festival interazionali , da Napoli World a Druga Godba a Lubiana, da A to Jazz di Sofia a Orf Radiokulturhaus di Vienna, solo per citarne alcuni. Quanto a Marcello De Carolis è chitarrista, compositore e didatta fra i più interessanti interpreti della nuova scena world e contemporary acoustic, da solista e con Francesco Loccisano, è un esploratore dei linguaggi strumentali della chitarra battente, dall’ampio curriculum concertistico e discografico, di cui più volte abbiamo dato conto sul nostro magazine. Lasciamo quindi a Hiram e Marcello la parola per orientarci sulla rotta metaforica e sonora di “Hirundini”, termine che in molti dialetti del Sud indica le rondini conservando intatta la radice latina.

Il titolo, “Hirundini”, evoca immagini di migrazione e ciclicità. Come si lega questa metafora al vostro nuovo percorso?
Hiram Salsano – La rondine attraversa grandi distanze ma conserva sempre un legame profondo con il luogo da cui è partito. Per noi rappresenta soprattutto il ritorno. Torna sempre al nido, ma il viaggio l’ha trasformata. Allo stesso modo, anche noi torniamo alle nostre radici dopo aver attraversato studi, incontri, concerti ed esperienze che hanno cambiato il nostro modo di ascoltarle, comprenderle e raccontarle. Significa ritornare alla nostra musica con uno sguardo più ampio e una consapevolezza nuova. 
Marcello De Carolis – Entrambi condividiamo un percorso in cui ricerca, studio, pratica musicale e attività concertistica si intrecciano continuamente. L’ascolto diretto della tradizione orale convive con la sperimentazione, la riflessione si trasforma in esperienza sonora che torna ad alimentare il nostro rapporto con le radici. “Hirundini” nasce proprio da questa convinzione: le radici non sono un punto di arrivo, ma un punto di partenza, luogo da cui muoversi per conoscere, esplorare e crescere, e al quale fare ritorno con un bagaglio di esperienze che arricchisce il nostro sguardo. 

Come avete pensato alla tracklist? Si può parlare di una linea di confine tra la conservazione di quanto appreso e l’innovazione personale? O è una confluenza consapevole?
Hiram Salsano – Non credo esista una vera linea di confine tra conservazione e innovazione. Ciò che apprendi dalla tradizione orale, soprattutto attraverso il contatto diretto con le persone che la custodiscono, entra dentro di te e diventa automaticamente parte del tuo linguaggio personale. Quando abbiamo pensato alla tracklist, la scelta non è stata guidata dal desiderio di rappresentare un semplice repertorio, ma dalla necessità di costruire un percorso narrativo. Ogni brano doveva avere un preciso significato all’interno del
racconto complessivo del disco, dialogare con gli altri e contribuire ad esprimere una determinata visione del mondo. Il lavoro sul campo mi ha insegnato che la tradizione non è fatta soltanto di melodie e testi, ma di persone, storie e modi di vivere la musica. Il rapporto diretto con i testimoni trasmette qualcosa che va oltre il materiale musicale: un modo di sentire e una relazione profonda tra voce, corpo e comunità. La scelta dei brani racconta il nostro viaggio: radici, memoria, femminile, territorio e il bisogno di trasformare ciò che abbiamo ricevuto per parlare al presente. I codici appresi sul campo, una volta interiorizzati, diventano voce viva, riflettendo sensibilità e messaggi da condividere.

Marcello, in “Hirundini” prosegui nella traiettoria che eleva la battente a voce solista e polifonica. Quali tecniche e accordature per ampliare le possibilità espressive dello strumento?
Marcello De Carolis – Più che partire dalla tecnica, parto sempre dalla musica. La tecnica è la conseguenza di un’esigenza espressiva. Anche in “Hirundini” il mio obiettivo non era semplicemente ampliare il repertorio tecnico della chitarra battente, ma ampliare il suo discorso musicale. Ho cercato di immaginare lo strumento come una voce capace di assumere ruoli diversi all’interno dell’arrangiamento: può essere strumento solista, elemento armonico, parte ritmica, ma anche strumento percussivo. Mi interessa esplorare tutte le possibilità che appartengono alla sua natura, mantenendo sempre riconoscibile la sua identità. Un aspetto centrale del disco è il dialogo tra la chitarra battente e la vocalità di Hiram. In particolare, nel brano “Hirundini”, ho sviluppato sulla chitarra battente una scrittura polifonica ed un andamento melodico che richiama il funzionamento della zampogna, con rapide acciaccature della mano sinistra, creando una sorta di “zampogna a corde” che dialoga con quella che potremmo definire la
“zampogna vocale” della voce di Hiram. Mentre in “Olio” ho lavorato molto sul ribattuto della stessa nota su corde diverse, una tecnica tipica della chitarra battente che permette di ottenere quella continuità sonora così particolare dello strumento. Il suono sembra rimanere sospeso, mentre i battimenti generati dai cori doppi della battente vengono amplificati creando una vibrazione timbrica unica. In tutti i brani in cui è presente una componente ritmica, il colpo di cassa della chitarra battente diventa il vero kick del brano, con quel carattere “legnoso” e organico che appartiene naturalmente allo strumento. Non abbiamo aggiunto una cassa esterna, ma abbiamo lasciato che fosse la chitarra stessa a generare il proprio battito, mantenendo una coerenza timbrica lungo tutto il progetto. Per quanto riguarda l’accordatura, abbiamo scelto di utilizzare il La a 432 Hz mantenendo la tradizionale accordatura rientrante della chitarra battente a cinque cori. È stata una scelta principalmente estetica e sonora: quella frequenza ci restituiva un colore timbrico più caldo e vicino alla sensibilità del progetto. Allo stesso tempo ci interessava il richiamo alla dimensione della tradizione orale, nella quale l’accordatura veniva costruita attraverso l’ascolto diretto e non attraverso uno standard assoluto, lasciando maggiore spazio alla relazione tra lo strumento, la voce e l’ambiente. 

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