#foolksession: Magalì Sare e Manel Fortià

Voce e contrabbasso, un dialogo minimale che si fa universo sonoro: è il segno distintivo del duo formato da Magalì Sare e Manel Fortià, artisti catalani capaci di intrecciare jazz, flamenco, tradizione catalana e suggestioni latinoamericane in un linguaggio personalissimo, fatto di improvvisazione, gioco e continua sperimentazione. Li abbiamo incontrati a margine del concerto tenuto il 25 giugno 2026 a Portoscuso, in occasione di Mare e Miniere, per farci raccontare come nasce e si evolve la loro chimica musicale, tra radici, arrangiamenti e nuovi orizzonti sonori ancora in divenire.

Il vostro duo ha una formazione minimalista, ma è molto espressiva. Come avete deciso, all'inizio, di eliminare gli altri strumenti per concentrarvi solo su questo dialogo tra voce, contrabbasso e percussioni?
Magalì Sare - In realtà non abbiamo deciso di eliminare nessuno strumento in particolare. Manel e io suonavamo già insieme in altri progetti, poi un giorno ci siamo detti: "perché non proviamo il duo?". È stata davvero una scoperta, quella che noi catalani chiamiamo trobada, perché siamo entrambi un po' pazzi e ci piace trasformare brani già esistenti, fonderli con altri generi. Io sono un'amante della musica classica e del jazz, lui viene più dal mondo del flamenco: il jazz è il punto d'incontro tra noi. Come si dice, "andando piantando semi, sono cresciute piante con molti rami". C'è molta improvvisazione, molto gioco.

Avete anche un contatto diretto con la musica della vostra terra, la Spagna? Parlavi di flamenco, ma in generale con la tradizione spagnola?
Magalì Sare -
Sì, all'inizio abbiamo mescolato repertorio italiano e spagnolo, suonavamo molti standard jazz e canzoni popolari: era il punto in comune che avevamo. Con il tempo abbiamo cominciato a provare brani più vicini alla tradizione. Suoniamo insieme da dieci anni, è tanto tempo. Mi piacciono moltissimo le lingue: ho inciso un disco in cui ogni brano è in un idioma diverso, l'ho fatto apposta, anche se posso benissimo esprimermi in castigliano. Per quanto riguarda il legame con la musica della nostra terra, vivendo a Barcellona, una città multiculturale, abbiamo un contatto diretto con la musica latino-americana: ci sono moltissimi musicisti argentini, cubani, cileni, venezuelani. Abbiamo anche un rapporto diretto con il flamenco, che a Barcellona è un genere molto importante e, a differenza del flamenco più conservatore di altre zone, qui gode di grande libertà. E poi c'è tutta la musica catalana: ho cantato in cori per tutta la vita, conosco l'intero repertorio della canzone catalana. Tutto questo mix è il risultato della nostra fusione, ed è da qui che vogliamo continuare a imparare, incorporando nuovi ritmi provenienti dal Messico e proseguendo la nostra ricerca.

Esibirsi in duo richiede un profondo livello di fiducia reciproca. Suonando insieme da dieci anni, come si è evoluta la vostra chimica musicale dal primo album a oggi?
Manel Fortià - La chimica musicale c'era già dall'inizio. Ma con il tempo abbiamo scoperto che a entrambi piaceva moltissimo la percussione, e abbiamo iniziato a esplorare un territorio in cui intrecciare la percussione con il contrabbasso. All'inizio era una chimica più "solida", legata al suono pieno del
contrabbasso, meno convenzionale; poi abbiamo cominciato a scambiarci i ruoli, aggiungendo piccoli elementi, come dei campanellini, che aprono l'immaginario. Credo sia una sfida stimolante suonare con pochi elementi: si arriva più lontano che avendone molti a disposizione, perché avere solo il contrabbasso come riferimento ti costringe a pensare come fare qualcosa che non suoni sempre uguale. Alla fine diventa quasi un'orchestra, un universo.

Il contrabbasso in questo duo ha sia una spinta ritmica sia una spinta melodica, in dialogo con la voce. Come costruisci gli arrangiamenti per far sì che il basso riempia gli spazi restando perfettamente unito alla voce?
Manel Fortià - Negli arrangiamenti cerco tonalità in cui il contrabbasso abbia molti armonici, per ottenere un range più ampio, uno spettro più ricco: dipende molto dalla tonalità, perché alcune sono più povere di armonici, altre più generose. Più armonici ci sono, più il contrabbasso "suona grande" e riesce a brillare. La scelta della tonalità è sempre una negoziazione. Per esempio, se siamo in Mi, con quella tonalità il contrabbasso può brillare di più su certe corde, che permettono di fare percussione con l'arco oppure di lavorare sulla corda in altri modi. Per questo, più o meno, tutti i nostri brani sono scritti in quattro tonalità.

Questa sera avete suonato meno brani con l'archetto rispetto ad altre occasioni: il concerto è stato diverso dal solito?
Magalì Sare - Stasera abbiamo fatto qualcosa di più improvvisato: abbiamo suonato un brano nuovo e non
sapevamo bene come sarebbe andata. È diverso suonare in modo libero, senza sapere dove si va a parare. A livello sonoro dipende anche dallo spazio: un ambiente chiuso permette di usare di più l'arco e l'acustica naturale; a volte il suono si muove maggiormente, e in base a questo adattiamo anche il repertorio.

Il tuo stile vocale a chi si ispira? Quali sono le tue radici ispirative?
Magalì Sare - È una domanda sempre molto difficile, perché i miei riferimenti cambiano quasi ogni settimana. Credo che la mia vera ispirazione siano i suoni quotidiani: un cantante che mi colpisce all'istante e che voglio imitare, magari anche uno strumento. Mi piacciono molto le lingue, e questo mi ha permesso di imparare modi diversi di cantare che accompagnano l'idioma, imitando costantemente fin da quando ero bambina. Detto questo, chi mi ha ispirata di più sono i cantanti jazz: da studentessa ero ossessionata da Ella Fitzgerald. Se si guardano le grandi cantanti jazz del passato si può capire meglio da dove viene il mio stile: non tanto Billie Holiday, quanto piuttosto quella libertà e quella creatività improvvisativa che per me rappresenta Ella Fitzgerald.

Il vostro album “Tornar” esplora un viaggio musicale che attraversa l'Atlantico e arriva nel Mediterraneo. Cosa vi ha attratto verso queste connessioni culturali a livello musicale?
Magalì Sare - Sì, è legato in parte anche al punto di vista geografico. Applichiamo sempre il principio dell'improvvisazione, immaginando situazioni nuove; nel momento della creazione ci divertiamo ad attraversare confini che pensavamo non si potessero attraversare: "cosa succede se mettiamo insieme
questo e quello?". È una forma di composizione e di arrangiamento fatta di improvvisazione, sperimentazione e anche scherzi.

Quali sonorità state sperimentando in questo momento, quelle che porterete nel nuovo disco?
Magalì Sare - Non lo sappiamo ancora con precisione, perché siamo davvero all'inizio di un nuovo repertorio. Abbiamo definito una descrizione della tematica generale, ma dobbiamo ancora costruire tutto il repertorio: siamo a questo punto del percorso. Personalmente vorrei imparare a suonare la kalimba, per esempio, per avere anch'io uno strumento armonico e poter lavorare un po' sull'armonia.

Cosa sperate che gli ascoltatori portino via da un concerto o dall'ascolto di un disco? Cosa volete che resti di voi nella vostra musica?
Magalì Sare - Dal disco come dal concerto... una sensazione. Sì, evidentemente c'è il piacere, il godimento di un'esperienza estetica, ma per me conta soprattutto la sorpresa: molte volte penso che la gente non immagini che voce e contrabbasso da soli possano reggere un intero concerto, e poi resta sorpresa perché non si aspettava l'universo che abbiamo creato. Spero che questo generi un po' di curiosità verso la nuova musica, anche in chi solitamente non ascolta questo tipo di proposta artistica.


Salvatore Esposito e Daniele Cestellini

Foto e video di Salvatore Esposito

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