Augustibluus, Haapsalu, Estonia, 31 luglio – 2 agosto 2026

C’è una luce particolare che attraversa Haapsalu, una luce unica che sembra nascere dall’incontro tra acqua e memoria. A poco più di un’ora da Tallinn, questa cittadina estone fondata nel 1279 porta ancora addosso i segni di una storia stratificata: le rovine del castello episcopale, la cattedrale attraversata dalla leggenda della Dama Bianca che si manifesta nelle notti di luna piena di agosto, le architetture lignee affacciate su baie silenziose. Basta, poi, spostarsi di qualche chilometro per raggiungere il Parco Nazionale di Matsalu con i suoi magnifici scenari incontaminati ideale per il birdwatching e dove non è raro scorgere i bovini che pascolano, tra le anatre, in riva al mare. In questa zona quasi incantata, nella cosiddetta “Venezia del Nord”, si è consolidato uno dei festival blues più suggestivi del Baltico, Augustibluus, che dal 31 luglio al 2 agosto ha trasformato la città in un organismo sonoro pulsante, capace di intrecciare turismo culturale e musica delle radici. Passeggiare dalla storica stazione ferroviaria del 1906 – un tempo progettata per accogliere l’aristocrazia zarista con il suo lunghissimo binario coperto – fino alla Promenade, significa entrare gradualmente nel ritmo del festival. Tra il lago Väike Viik popolato da cigni e la panchina dedicata a Čajkovskij, ogni scorcio sembra
predisporre l’ascolto. Il Kuursaal, con le sue strutture lignee traforate, diventa un epicentro culturale estivo, mentre il percorso verso il Castello del Vescovo e la spiaggia di Hommiku conduce naturalmente al cuore pulsante dei concerti principali. In questo scenario, Augustibluus non è semplicemente una rassegna musicale: è una suggestiva esperienza in cui il blues dialoga armonicamente con il paesaggio e con la storia. Il festival si è articolato in una costellazione di palchi distribuiti in tutta la città, a comporre un mosaico sonoro ampio e stratificato. Il tessuto urbano è stato completamente permeato dalla musica con i set pomeridiani nei locali cittadini – come il Virre Pub con Vello Jurtom & AllJam, il raffinato Home Restaurant Little Petersell con Rene Paul, o il Café Paul che ha ospitato gli Absolute “Too Many Roberts” – fino alla vivace sequenza del Promenade Dance Pavilion, dove si sono alternati The Rude Grooves, HarvestON, Toomas Lunge & Crosswood e il Tomi Leino Trio, il tessuto urbano è stato completamente permeato dalla musica. Nel tardo pomeriggio il festival si è spostato sulla grande piazza del Castello del Vescovo che ha ospitato il Main Stage. Venerdì l’apertura è stata affidata a Julian Burdock che ha subito definito il tono: il chitarrista britannico, forte di oltre
trent’anni di carriera e collaborazioni prestigiose, ha portato un blues intriso di soul urbano, elegante ma mai compiacente. Le sue linee di chitarra e l’uso calibrato dell’armonica hanno evocato la tradizione londinese, mostrando come il blues europeo sappia reinterpretare il linguaggio afroamericano con personalità autonoma. A seguire, i Trainman Blues – progetto nato dall’incontro tra il danese Laust Krudtmejer Nielsen e l’irlandese Richard Farrell – hanno costruito un ponte tra passato e presente. Il loro repertorio, radicato nel blues e nel soul degli anni Cinquanta e Sessanta ma filtrato da una sensibilità contemporanea, si è rivelato particolarmente efficace dal vivo: brani costruiti con precisione artigianale, ma aperti a una dimensione narrativa emotiva. Non è difficile capire perché la critica li abbia definiti una sintesi tra tradizione e innovazione. A seguire è salito sul palco Mike Wheeler, accompagnato dalla formazione finlandese Highway, che hanno introdotto la performance del chitarrista americano con un blues rovente guidato dall’armonica del bandleader Kari “Good Rockin’ ” Kempas. Figura centrale della scena blues di Chicago, Wheeler ha portato sul palco decenni di esperienza condivisa con leggende come B.B. King e Buddy Guy, dando vita ad un set diretto, potente, carico di
groove. La serata è proseguita nei territori del rock 50s e della Sun Records con Skyler Saufley giovane talento dell’Alabama capace di restituire con sorprendente maturità il linguaggio del jump blues e dello swing. Accompagnato dalla eccellente band franco-argentina The Mojo Wax Band – composta da Denis Agenet (batteria), Abdell B.bop (contrabbasso) e Anita Fabiani (Hammond e tastiere) – , il chitarrista americano ha messo in luce non solo la sua abilità tecnica alla chitarra, ma anche ottime doti di entertainer, riscontrando sin da subito l’entusiasmo del pubblico. Il climax è arrivato con Eric Sardinas, autentica forza della natura. Il suo uso del fingerpicking con la slide sulla chitarra resonator amplificata genera dal vivo un sound ruvido e al tempo stesso travolgente, un vortice sonoro in cui Delta blues, rock e psichedelia si fondono senza soluzione di continuità. Più che un concerto, una tempesta elettrica in cui di tanto in tanto non mancano momenti più lirici in cui il ritmo rallenta e fa capolino la poesia, prima di riportarsi in corsia di sorpasso a tutto rock. A chiudere, l’originale progetto Estonian Voices Meet The Blues Brothers, omaggio al repertorio della leggendaria band americana e alla figura di Steve Cropper, non pienamente a fuoco in certi passaggi, ma senza dubbio divertente. Terminati i
concerti sul Main Stage, il festival si è spostato al Centro Culturale dove le fino a tarda notte sono proseguite le jam-session con i T-40 con Carlos Ukareda & Krista Tiitinen ed Eric Sardinas con il suo trio, impreziosito dall’Hammond dell’argentina Anita Fabiani di The Mojo Wax Band. Il giorno successivo ha offerto un ulteriore affondo nella varietà stilistica del festival. Dai quiz musicali con il leggendario Emil Rutiku, bluesman più famoso ed apprezzato dell’Estonia, alla ricca programmazione del Promenade Dance Pavilion – con BLUULE, l’omaggio a Howlin’ Wolf, la Porkuni Blues Band, il nostro Enrico Cipollini che ha regalato al pubblico estone un applaudito set in solo al dobro e i Panic Groove Sound Machine – fino ai set nei locali cittadini (Mitridacium Band, The Tomahawck Brothers, Kaibald, Philly Joe's Blues Jam, Error of Principle, Mr. Black & Blues, Andres Roots, Micke & Lefty feat. Chef), il festival ha mantenuto un equilibrio tra dimensione locale e apertura internazionale. Sul Main Stage, il giovane Anton Hultquist Trio ha dimostrato come il blues possa essere rigenerato senza tradire le proprie radici: energia, composizioni originali e rispetto per la tradizione. Il LBB Organ Trio ha invece offerto una variazione timbrica affascinante, sostituendo il basso con l’Hammond e aprendo spazi
di improvvisazione che hanno reso ogni brano imprevedibile. Tra i momenti cardine di tutto il festival va segnalato, poi, il superbo set dell’inglese Will Wilde che ha riportato l’armonica blues al centro della scena, regalando una selezione dei brani tratti dal suo songbook tra cui una splendida “Blues Is Still Alive”, title-track del suo ultimo album, pubblicato nel 2025. Il set del giovane Sean “Mack” McDonald ha portato sul palco una sintesi impressionante di generi — blues, gospel, soul, jazz — incarnando quella continuità generazionale che tiene vivo il linguaggio afroamericano. A seguire, l’esplosiva cantante e trombettista svedese ma ormai di base negli States, Gunhild Carling con The Carling Family, formazione che vede protagonisti tre generazioni della sua famiglia. Sul palco, hanno dato vita ad uno spettacolo totale tra echi di New Orleans e Swing, spaccati di pura comicità con la complicità dei due giovanissimi nipotini e momenti coinvolgenti come l’elegante versione di “Dream a Little Dream of Me”. A chiudere il programma di sabato è stato il giovanissimo chitarrista inglese Toby Lee, vincitore per tre volte del premio
Artista Blues dell’Anno agli Uk Blues Awards e proiettato verso il successo dal suo ultimo album “House on Fire”. Proprio una rovente versione della title track del suo terzo disco ha fatto da apri pista ad una torrenziale sequenza di quattro brani proposti come una lunga jam senza soluzione di continuità da cui ha preso le mosse un set vibrante ed intenso che è proseguito per circa un’ora e mezza di puro divertimento. La serata è, poi, proseguita con le jam session notturne nelle quali si sono avvicendati i vari musicisti saliti sul palco tra cui Toby Lee e Sean “Mack” McDonald. La domenica ha riportato il festival a una dimensione più intima, tra il mercatino dei dischi e il concerto di Kelli Uustani, Ain Agan e Paul Daniel, dedicato a Marju Kuut e Silvi Vrait, a cui è seguita la santa messa. Raul Ukareda, direttore artistico del festival, commentando l’edizione appena conclusa, ci ha detto: “Siamo molto contenti, è andato tutto alla grande. Credo che, quest’anno, abbiamo raggiunto quasi lo stesso numero di spettatori, se non addirittura qualcuno in più rispetto allo scorso. Stiamo crescendo poco a poco, anno dopo anno. Il meteo, poi, è stato uno dei fattori fondamentali:
quando il tempo è buono, tutto fila liscio”. Un momento di grande intensità emotiva, in cui jazz, improvvisazione e memoria si sono intrecciati, restituendo il senso profondo della tradizione come organismo vivente. Augustibluus è, così, un festival in cui dialogano mondi differenti: il blues afroamericano e le sue reinterpretazioni europee, memoria e contemporaneità, dimensione locale e respiro globale. In una città che già di per sé è un crocevia simbolico – tra acqua e terra, tra storia e leggenda – la musica diventa linguaggio condiviso, capace di attraversare confini geografici e culturali. Haapsalu, con la sua malinconia luminosa e il suo respiro lento, si rivela il luogo ideale per un blues che non è nostalgia, ma continua trasformazione. Chi c’era, come il sottoscritto, porta via con sé non solo suoni, ma incontri, musica e quelle indimenticabili immagini della natura sconfinata del Parco Nazionale di Matsalu. E la certezza che, da qualche parte tra la Promenade e il Castello, tra una nota di armonica e il riflesso dell’acqua al tramonto, il blues abbia trovato una nuova casa. 



Salvatore Esposito

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