Tamara Obrovac Transhistria Ensemble – Misečina bila (White Moonlight) (Cantus – Società Croata dei Compositori, 2026)

Ci sono luoghi che non si lasciano contenere in una sola mappa. L’Istria è uno di questi: terra di confine e di attraversamenti, di dialetti sovrapposti, di memorie che parlano lingue diverse senza mai smettere di riconoscersi. Tamara Obrovac quella terra la porta dentro da sempre, e sulle sue radici culturali ha innestato un linguaggio musicale originale che non appartiene a nessun genere e li attraversa tutti: jazz e folk, improvvisazione e scrittura, tradizione e invenzione si mescolano nelle sue composizioni senza gerarchie e senza forzature. Con “Misečina bila”, sesto album con il suo Transhistria Ensemble, la cantante e compositrice istriana firma la sua opera più compiuta, dimostrando che quel suo originale universo musicale e culturale non ha mai smesso di crescere. Questo nuovo lavoro, infatti, presenta arrangiamenti leggermente più complessi rispetto ai lavori precedenti, eppure mai sovraffollati, mai ornamentali, perché ogni scelta timbrica risponde a una necessità interiore. A costruire questo universo sonoro con Tamara ci sono quattro musicisti che formano uno degli ensemble più coesi della scena world europea: il contrabbassista sloveno Žiga Golob, il batterista croato Krunoslav Levačić, il chitarrista e mandolinista sloveno Uroš Rakovec e il fisarmonicista italiano Fausto Beccalossi. Sono musicisti provenienti da quel territorio di confine tra Croazia, Italia e Slovenia che è l’humus culturale di tutta la musica di Tamara, e la loro convivenza artistica porta dentro il suono dell'ensemble qualcosa che non si può costruire a tavolino: una memoria condivisa, un senso del luogo che diventa senso del ritmo. Il contrabbasso di Golob possiede quella qualità di presenza silenziosa eppure fondante, come un respiro che sorregge tutto senza imporsi. La batteria di Levačić non scandisce il tempo, lo abita: percussiva ma mai meccanica, capace di trasformare una misura in un gesto. La mandola e la chitarra di Rakovec abitano con uguale disinvoltura lo spazio melodico e quello armonico, scivolando da un ruolo all'altro con la fluidità di chi non sente il confine tra i due. La fisarmonica di Beccalossi porta nel tessuto sonoro qualcosa di carnale e di aereo insieme, una voce strumentale che ha radici profonde nel folk mediterraneo e adriatico e che dialoga con la voce di Tamara come un interlocutore antico e mai stanco. Gli undici brani del disco — dieci nuove composizioni e un arrangiamento di un canto tradizionale croato del Gradišće, quella terra burgenlandese in Austria dove le comunità croate hanno preservato per secoli la propria identità musicale — rappresentano il nuovo capitolo della vicenda del Transhistria Ensemble, una formazione avviata all'inizio del nuovo secolo e stabile nella medesima configurazione dal 2005. L'interplay maturato dal quintetto nel corso di questi anni garantisce una libertà d’azione preziosa: ogni brano è insieme composizione e respiro collettivo, scrittura e improvvisazione che si alimentano a vicenda senza che nessuna delle due prevalga sull'altra. Tamara firma tutte le composizioni e, accanto ai propri testi, ha messo in musica i versi di tre poeti istriani che scrivono in dialetti diversi: "Baredeine" su testi di Loredana Bogliun, “Kad agava cvita” con le parole di Drago Orlić e “Čula bin ga bila” sulle strofe di Nada Galant. Il plurilinguismo non è esibizione folklorica né scelta intellettualistica: è semplicemente la realtà sonora e umana di una terra dove l'italiano, il croato, il veneziano-istriano e i dialetti locali hanno sempre convissuto, a volte in armonia, a volte in tensione, sempre in dialogo. Il titolo del disco, “Misečina bila” — chiaro di luna — dà subito la cifra di un intero universo poetico: notturno, etereo, abitato da immagini che appartengono alla tradizione orale ma che Tamara sa reinventare senza strapparle dalla loro radice. I testi disegnano bozzetti di vita semplice, tratteggiano paesaggi notturni e delicati, raccontano dediche al padre e al nonno, immortalano la fioritura dell'agave — quella pianta che aspetta decenni prima di esplodere una volta sola, come certe rivelazioni della vita — e trasformano emozioni sedimentate negli anni in suono, attraverso il filtro raffinato della composizione. La musica si muove di conseguenza con passo sinuoso: asseconda le evoluzioni della voce con disinvolta ricercatezza, non la insegue né la precede, ma la accompagna con la naturalezza di chi conosce il cammino a memoria. Le code strumentali che concludono e abitano molti dei brani non sono appendici decorative, ma vere e proprie narrazioni parallele, una danza di voci e suoni sempre in movimento, capace di arricchire ogni brano di particolari cangianti che cambiano colore ad ogni ascolto. Il modo in cui il disco è stato registrato dice molto della sua anima. Come i precedenti, “Misečina bila” è stato catturato dal vivo, ma questa volta in condizioni ancora più simili a quelle di un concerto: tutti i musicisti nella stessa sala, senza cuffie, con un monitoraggio minimo, ogni brano in un unico take senza ripetizioni. Non è un vezzo filologico né una provocazione anti-tecnologica: è una scelta estetica precisa, perché la musica del Transhistria Ensemble vive del respiro condiviso, dell'ascolto reciproco, di quella qualità effimera in cui gli strumenti si sfiorano, si intrecciano e si fondono in uno spazio sonoro e immaginativo comune — come scrive Tamara stessa nelle note del disco. Il risultato è che l'ensemble trasmette, con immediatezza e trasporto, il senso del racconto corale, le sfaccettature espressive del dialogo, la forza di un’idea costruita in maniera essenziale e condotta con un approccio capace di essere al tempo stesso elegante e passionale. La copertina, firmata dal designer e videoartista istriano Matija Debeljuh, incorpora come nei dischi precedenti le opere del pittore accademico Ivan Obrovac, padre di Tamara, chiudendo un cerchio familiare e culturale che attraversa tutto il progetto. È un dettaglio che non è un dettaglio: in un disco che parla di radici, di paesaggi interiori e di affetti, avere i dipinti del padre sulla copertina trasforma l'oggetto fisico in qualcosa di più simile a un album di famiglia — nel senso più alto e meno sentimentale del termine. “Misečina bila” scorre con equilibrio e senza forzature, grazie alla sintesi maturata negli anni da Tamara Obrovac: una sintesi capace di valorizzare elementi lontani tra loro — la melodia popolare e l'improvvisazione jazzistica, la lingua dialettale e la forma canzone, la spontaneità del live e la cura della composizione — e di farli coesistere in uno spazio sonoro dove nessuno è straniero. 


Salvatore Esposito

Posta un commento

Nuova Vecchia