“Sanmartin” è il secondo album dei Grama Tera, il duo formato da Ricky Avataneo (autore dei testi nonché voce, chitarra acustica, armonica a bocca, kazoo e fischietto di terracotta di Moncalieri) e Umberto Poli (cigar box, ukulele, bouzouki irlandese, mandolino, banjo, chitarra elettrica, coffee can e chitarra tenore), qui affiancato da una nutrita schiera di musicisti e cantanti d’ambito piemontese e valdostano, i cui orientamenti e riferimenti non si limitano però ai confini delle due regioni: il compianto Chaco Marchelli (cori e voce); Remy Boniface (violino, ghironda e organetto diatonico); Simona Colonna (violoncello, voce); Alessandro Zolt (ribeba); Bati Bertolio (fisarmonica); Sandro Boniface (voce e organetto); Piercarlo Cardinali (piva); Gianfranco Nasso (basso elettrico); Francesca Fumero (cori) Fabio “Branba” Brunetti (pelli, metalli e oggetti contundenti); Enrico D’Amico (sax e clarinetto) e Giorgio Cavagnero (cucchiai). Da questo incontro tra differenti esperienze, passioni e stili, “Sanmartin” acquista un carattere multiforme, coerente con il variegato declinare il tema dell’album, che è il viaggio, avventura umana che si intraprende per vari motivi: per necessità, per obbligo, per amore, per la curiosità di conoscere un luogo. E se per molti iniziare un viaggio significa sancire una cesura tra periodi della propria vita, viaggiare è comunque sempre occasione di incontro tra persone, culture, a volte lingue e tradizioni diverse. Di questo incontro parlano in inizio d’album, “Tabòj" e “L’assedio di Verrua”. La prima, in coerenza con il titolo – un’espressione dialettale indicante un cane meticcio – racconta della mescolanza di culture dovute all’arrivo e al passaggio di eserciti e gruppi in territorio piemontese, mentre musicalmente, a un’introduzione corale in cui la piva assume toni antichi, fa seguire uno sviluppo dalle sonorità mediterranee. Di analogo argomento la tradizionale “Castello di Verrua”, a cui un tamburo a cornice e un mandolino conferiscono un carattere ancor più meridionale. Con la traccia che dà il titolo all’album, pezzo di composizione dal ritmo sospeso e dai suoni nebbiosi, frammentati e pieni d’echi, si ricorda che nel mondo rurale il giorno di San Martino (11 novembre) cessavano i lavori agricoli e scadevano i contratti di mezzadri e lavoranti. E poiché erano tanti quelli a cui il contratto non veniva rinnovato, e che dovevano quindi partire alla ricerca di un nuovo posto dove vivere e lavorare, in Pianura Padana “fare San Martino” è diventato sinonimo di traslocare. Al viaggio d’emigrazione, che un tempo poteva significare non ritornare mai più, sono dedicate “Fare fortuna”, “Parto per l’America”, “Farfalla di Caraglio” e “Mare da traversè”. “Fare fortuna” ha origine dalle pagine del diario di una donna emigrata dal Monferrato in Venezuela, in cui il racconto delle avventure vissute e le aspettative per quelle da vivere si dipana su un vivace motivo country, prima di interrompersi per una riflessione: “Pensa partire per fare fortuna/poi non fare nessuna fortuna/tornare a casa senza carte in mano/e cicatrici che sanno di lontano”. Si tratta però un breve momento, ché l’allegria della musica riprende, in un finale quasi pirotecnico. Nel tradizionale “Parto per l’America”, giocato su voce solista, coro e scacciapensieri, la nostalgia e la malinconia del distacco traspaiono dietro ai versi “Io parto per l’America/sul lungo bastimento/parto col cuor contento/non rivederti più”. Di quello che poteva accadere a coloro che rimanevano racconta invece “Farfalla di Caraglio”, ballata a due voci in cui mantici e cordofoni accompagnano la storia di Maria Orio, bisnonna materna di Ricky Avanteo. Il padre di Maria, emigrato negli USA, non diede più notizie di sé, e la famiglia per vivere fu costretta a trasferirsi a Torino. Qui la piccola Maria fu affidata a un convitto di suore, in cui rimase ben oltre la maggiore età perché doveva -insieme ad altre- ricamare il corredo nuziale di Elena di Montenegro, futura regina d’Italia. “Mar de traversé” è infine una derivazione dalla famosa “Italia bella mostrati gentile”, che qui assume un divertente tempo sincopato, grazie a fiati, organetto e chitarre. Viaggi a più corto raggio sono quelli evocati da “La Rochëtta 'd Tani” e dall’ironica “Il treno Giaveno – Torino”, mentre anche la fuga da un manicomio di “I son scapà da Colegn” è raccontata come un viaggiare nel mondo dei “normali”, con la musica che si fa inquieta, a tratti metallica e distorta. Tutt’altra atmosfera troviamo in “Jolicheur”, brano di tradizione che narra di un viaggio per amore tra Piemonte e Francia, ed il cui arrangiamento è, tra tutti quelli dell’album, il più vicino ai modelli popolari. Altro pezzo tradizionale è “Canté j euv”, canzone di questua del periodo pasquale che, nella risposta corale, ci sembra assumere un tono vagamente carioca. Le sonorità che sono una delle cifre stilistiche dei Grama Tera, e cioè quelle che si rifanno all’Irlanda e al west americano (senza però mai dimenticare le radici piemontèis) le ritroviamo sparse in quasi tutte le sedici tracce di “Sanmartin”, ma diventano protagoniste in “Povra Teresin”, “Le fabricante” e nella conclusiva “Anteo”, tutti pezzi di grande piacevolezza d’ascolto, come d’altra parte l’intero album, la cui scaletta è completata dalla canzone “Naufragi dla barca Valentin-a”.
Marco G. La Viola
