Ci imbattemmo in lui quando a inizio anni Ottanta era parte di Makám És Kolinda, nel momento in cui i due gruppi si fusero ma nella maggior parte dello svolgersi della sua carriera Szőke si esibirà in solitaria o in piccoli ensemble da lui stesso guidati: Ektar, Tin-Tin Quartet, Trio Squelini (dal nome di una piccola piazza di Venezia, non più grande della Lőrinc pap tér di Budapest). La sua avventura musicale negli anni più recenti, spesso si è svolta lungo strade e calli veneziane, Szabolcs abita oggi a Budapest, nei pressi di Piazza degli Eroi, in una stradina alberata (alla quale ha dedicato anche il titolo di un disco nel 2012) ma il capoluogo veneto sembra averlo oramai “adottato”. Non di rado, infatti, lo si incontra casualmente in qualche piazzetta della città lagunare (che qui si chiamano ancora “campi”) oppure sul sagrato di una chiesa, chino e assorto a suonare da solo la propria gadulka. In mezzo all’ambiente intricato e contorto delle calli, un luogo casuale diventa orizzonte, un gruppetto di turisti attenti si fa mondo, distanze, casualità e differenze si raccontano grazie all’archetto e alle tre corde di questo piccolo strumento acustico imparentato con la lira calabrese, in uno spazio che diviene parte di quella scena musicale “…l’acqua equivale al tempo e con la sua immagine provvede alla bellezza…Venezia corregge l’aspetto del tempo, abbellisce il futuro…noi ce ne andiamo, la città rimane” (Iosif Aleksandrovič Brodskij, 1940-1996). Ma seppur volutamente lontano dai grossi circuiti di produzione, numerosi risultano i dischi di Szőke, sempre con affascinanti copertine e titoli, accompagnato ogni volta da piccoli combi etnici di strumentazioni jazzistico-improvvisative (sopranino, voce, contrabbasso, sarangi, violoncello, mbira, tabla…). All’interno Trio Squelini molto spesso troviamo anche il trombettista/flicornista veneziano David Boato, non si tratta della prima partecipazione di un connazionale a dischi di Szőke in quanto il tablista Federico Sanesi compariva già nel quintetto Pangea che registrò dal vivo un concerto all’Accademia Ferenc Liszt di Budapest nel settembre 1993. In questo recente “Walser - Walzer” sempre proveniente dalla capitale ungherese, si aggiungono Agnes Kazai e Štefan Uhriňák (voci), Dániel Váczi (sax sopranino, vibrafono e glissotar), Ditta Rohmann (violoncello), Okazaki Masato (sega e corno tenore), Péter Szalai (xilofono di vetro, cajon, bass sansa, kalimba, campane e percussioni etniche) e Zsolt Csókás (chitarra). Szőke si occupa di gadulka, array mbira, bass kalimba, aquaphone, ektara indiana e angklung indonesiano. Nei diciotto brani le invisibili regole della tradizione ancora una volta sono soggette a continue variazioni, le melodie si spostano, confrontano, influenzano, arrivano ovunque, tornando indietro differenti, ingravidate da immagini, visioni, intuizioni, creatività, azzardi disparati. Esattamente come per i pastori d’Ungheria di un tempo oppure per quest’isola a forma di pesce quando ancora era Serenissima regina dei mari. La musica del cd rende omaggio all’umiltà delle culture antenate e alle loro memorie collettive, stratificando pensieri e conoscenze attraverso sfere temporali e spirituali tanto contemporanee quanto remote. Szőke non interpreta mai materiale popolare ma le sue composizioni originali ne sono sempre profondamente intrise, ritmi e melodie mostrano influenze orientali e africane, nervature free-jazz e strutture fonetiche di stile classico bartókiano. La gadulka (detto anche “antico violino degli angeli”) è la spina dorsale di un suono d’insieme che unisce la consueta asimmetricità balcanica a una ritmica basata sulla musica classica del nord dell’India, creando così una virtuosa atmosfera sonora introverso-spirituale all’opposto dell’ardore delle scuole di Tanchaz (balli tradizionali) tuttora molto presenti in Ungheria. Un intrigante etno-jazz minimalistico da camera, composto da scale raga, variazioni bulgaro-turche (makam) e arcaiche melodie ungheresi inframezzate da continue improvvisazioni “La gadulka è uno strumento di solitudine, io e lei siamo inseparabili, la mia proviene da una città bulgara chiamata Neseba, promontorio per metà europeo e per metà asiatico. È monumento alla memoria del musicista bulgaro che me l’ha venduta nel 1976 e anche ai miei vagabondaggi: Budapest, Parigi, Caracas, Firenze, Venezia, Bovegno di Magno e… immaginarie città orientali…” (Szabolcs Szőke). Qui non vengono interpretate ciarde (1) ma sonorità lente, celebrali, meditative, stimolate da ricerche profondamente introspettive seppur prevalentemente col veicolo strumentale tradizionale. Il disegno di copertina rivela come questo progetto sia ispirato agli scritti a matita dello svizzero di lingua tedesca, Robert Walser (1878 - 1956) scrittore assente per antonomasia e cultore isolato di riservatezza, anonimato e povertà. Poeta commovente e contemporaneamente disincantato che privilegiava rigorosamente, finanche alle estreme conseguenze, le regioni del proprio spirito dove soffiava senz'altro un vento di dignità. Questa personale “terapia grafica” è forzatamente procedimento lento, la punta della matita esercita una leggerissima resistenza sul foglio rispetto alla penna e poi, inevitabilmente, si consuma lasciando tempo alla riflessione della mente di un autore. Una scelta certamente ideologica da parte di Szőke in quest’epoca digitale, rumorosa e superficiale dominata da spasmodici bisogni di velocità e inutili manifestazioni presenzialiste. La copertina inquietante ma realista è opera del figlio Bogdán Dániel che già in precedenza aveva disegnato il ritratto del doppio disco celebrativo “Szabolcs Szőke's 60th Birthday Concert” (2009). Infatti, solo e in silenzio, Walser la mattina di Natale del 1956, uscì dall’istituto psichiatrico di Herisau che lo ospitava per quella che sarebbe stata l’ultima delle sue celebri passeggiate, per venire poi ritrovato cadavere su un pendio coperto di neve. I titoli delle canzoni sono in italiano: “Bis in 4 movimento”, “Mimi 8”, “Buon Viaggio”, “Crepuscolo dell'alba I”, “Walser-Walzer”, “Favola”, “Cuica”, “Paura”, “Crepuscolo dell'alba II”, “Disertore”, “Sogno”, “La canzone semplice I”, “Sotto voce e con discreto I”, “La luna”, “Passeggiata”, “La canzone semplice II”, “Sotto voce e con discreto II”, “Figurati”. Tutti brani (composti alla gadulka) in cui il tempo non corre ma ascolta, tra suoni antichi, visioni nuove, radici profonde e passi che, con cura, si muovono verso un altrove in luce meridiana. Figlio di un direttore d’orchestra e insegnante di pianoforte, Szabolcs (anche pittore) ha iniziato l’educazione musicale come violinista classico per poi partecipare attivamente allo “Studio K” celebre teatro sperimentale, col quale viaggiò in Italia, Olanda Inghilterra, Jugoslavia, finanche in Venezuela. Pure con i Kolinda di Péter Dabasi, Iván Lantos e Ágnes Zsigmondi, ha compiuto concerti, esibizioni radiofoniche e televisive in Francia, Belgio e Svizzera. Anche se purtroppo non partecipò ai primi tre storici dischi ufficiali del gruppo incisi negli studi parigini nel corso della seconda metà degli anni ’70 visto che, all’epoca, in patria ciò risultava impossibile senza pressioni esterne. Si è cimentato in musica da film e fatto parte degli spettacoli teatrali dell’alternativa compagnia Bull Circus, fondata nel 1997 da artisti indipendenti dal background di musica classica, teatro e belle arti, che spiccava per la completa eliminazione del ruolo di regista, con materiale quindi del tutto inscindibile dalla personalità dei suoi creatori. Anche questa esperienza tra circo, performance, opera da camera, musical e spettacolo teatrale era supportata da una strumentazione musicale decisamente insolita. Unendo in un tutt’uno teatro, folk, jazz, composizione, improvvisazione, dinamismo e staticità, Szőke ha creato un universo personale ricco di fascinose ramificazioni. Negli ultimi anni è stato molto attratto anche dalla kalimba cosicché Oriente, Occidente e Africa trovano un ipotetico punto d’incontro musicale che rappresenta l’esatto contrario delle divisioni a cui siamo obbligati ad assistere oggi dai ripugnanti governi mondiali che sembrano contemplare unicamente sopraffazioni. E’ come se a vibrare fosse un’unica corda dalle linee invisibili agli occhi, capace di unire luoghi anche molto distanti, sempre rivolta com’è, all’anima e al sogno di chi ascolta. Sembra di non trovarsi più in un luogo ben preciso nel cuore d’Europa ma in un qualche sperduto villaggetto del misterioso est dove potrebbe all’improvviso, comparire dal nulla una figura mitica, avvolta d’armonia ciclica, che con l’occhio destro guardi alla tradizione musicale asiatica antica e col sinistro all’improvvisazione jazz del XX secolo: Béla Bartók?!
Flavio Poltronieri
____________________________
(1) Danza popolare ungherese dal metro binario sincopato, spesso contiene un’introduzione lenta che si evolve poi ritmicamente in passi incalzanti e frenetici, diffusa a partire dalla prima metà del XIX secolo; il suo nome deriva dal magiaro “csárdás” che significa “dell'osteria”, luogo da cui originariamente proviene.
Tags:
Europa
