Karine Polwart & Pippa Murphy featuring Dave Milligan – Windblown (Hudson Records, 2026)

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Raramente ci è capitato di ascoltare un album di così grande bellezza e di elevata qualità interpretativa e compositiva come “Windblown”, di Karine Polwart e Pippa Murphy, con il e fondamentale apporto di Dave Milligan al pianoforte. Un lavoro in cui dalla prima all'ultima traccia non viene mai meno una positiva tensione emotiva ed ogni passaggio, vocale e strumentale, è tanto essenziale quanto compiuto e conclusivo. E ciò, a nostro parere è ancor più notevole se si pensa che “Windblown” è un album a tema, una tipologia di opera che, per la sua stessa natura, difficilmente è esente da momenti in cui la qualità sembra calare. In “Windblown” viene data voce a una Palma di Sabal, un albero che per circa duecento anni ha vissuto nel Royal Botanic Garden di Edimburgo e che è ormai arrivato alla fase finale della propria esistenza. Attraverso un lungo monologo indirizzato all’ultimo dei giardinieri che si sono occupati di lei, la palma racconta la propria storia, che diventa una riflessione su temi come l’amore e il dolore, la conoscenza e l’identità, la tenerezza che c’è negli atti che compiano quando ci occupiamo di un altro essere vivente, ricordandoci quanto noi stessi dovremmo prenderci più cura delle nostre vite e del nostro bellissimo, pur se ferito, pianeta. Il primo brano dell’album, “Here the ringing/Last in line”, inizia con i suoni dell’acqua e del pianoforte, che gocciolano nelle nostre orecchie prima di lasciare il primo piano della scena a un cantabile, in cui la voce si esprime con grande forza di suggestione. “… You made me an island/but I was made to bend and bow/for so long, so long, so long/ Now let me go, let me go/…/Lay my body low and let me go …” con quel “so long, so long” che trasmette tutto il peso del passare del tempo. E poi la lunga coda in cui, su un basso continuo di
matrice elettronica, il piano ricama una melodia nostalgica, fino a un finale recitato che scava nel cuore. Ha invece il tono di una carola l’inizio della successiva “Bound Up Together”, e il raddoppio della voce di Polwert rende efficacemente il sapore di un coro in un momento di festa. Le dieci note su cui è costruita “Lay My Old Body Down” hanno un ritmo da hornpipe, come se si stesse danzando al chiarore della luna in un rito funebre celtico-norreno. Un pezzo di enorme forza, pur nella sua semplicità e pulizia di suono. “Bend And Bow” alterna un sottofondo impressionista al recitato di Polwert, con un balzo verso il cielo quando si arriva al ritornello cantato, che precede un lungo planare verso un orizzonta acquatico dove vi è solo il suono delle onde. Una luce che si accende nel buio è la voce all’inizio di “After Hours”, poi tutto si illumina, in un suono che è movimento e porta il nostro sguardo verso le molte piante che sono state compagne della palma, e che arrivano da mondi lontani: India, Vietnam, Nuova Caledonia. Il breve “Mind The Well” riprende, con ulteriori variazioni e con un sottofondo di suoni naturalizzanti, il tema di “Lay My Old Body Down”, e introduce al recitato/cantato di “I am windblown” in cui la palma ricorda di essere stata portata dal vento “… from faraway … I have listened to the little white box as it sings/and brings me the air of a hurricane shore/the comforting shroud of the warm and the wet/of an island on the edge of The Gulf
Stream/But I've never known the kinship of the Cedar/or the circling of the Cahow on the Sargasso Sea/ … /I am rigged like a ship that will never set sail/…/ I have grown old and tall and wise/but I have not grown strong/And I long for the wind, how I long for the wind/for the salt breeze rustling through my leaves/…"
che è poi come a ognuno può capitare di sentirsi a volte: qualcosa che arriva da lontano, portato dal vento, che ha sogni e speranze, ma è come una nave che non riesce a salpare le proprie vele. “Silver Tassie” è una drinking song d’addio, in cui un uomo saluta con un brindisi la sua amata. Con alcuni termini in gaelico all’interno del testo in inglese è sicuramente il pezzo dell’album che, anche per la struttura e l’interpretazione, più si avvicina ai modelli tradizionali scozzesi, assumendo la forma di una quasi ballata dai toni intimi ed intensi. “Gae fetch tae me a pint o' wine/and fill it in a silver tassie/that I might drink, before I go/a service to my bonnie lassie/ …/But it's no' the roar o' sea or shore/wad make me langer wish to tarry/nor the shouts o' war that's heard afar/it's leaving thee, leaving thee…”. “My secret’s Out” è di nuovo un pezzo dall’inizio recitato, che si collega musicalmente e nel testo a “Bend And Bow”, e precede il brano conclusivo “Hear The Rigging – Farewell To Sabal”, una ripresa del brano d’apertura, con quel “let me go, let me go” che è nel contempo un’invocazione e una rassicurazione: il ciclo si è compiuto, come è nella natura delle cose, ma a stemperare la perdita resteranno i ricordi e le emozioni che suscitate dall’incontro con un’altra esistenza. Ed un’ultima limpida nota si perde nella serenità del silenzio. karinepolwart.bandcamp.com/album/windblown


Marco G. La Viola

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