Roberto Colella – Ce sta sempe na via (Full Heads, 2026)

Andando incontro a una nuova avventura, il cantautore napoletano Roberto Colella pubblica il suo primo album da solista “Ce sta sempe na via”. Giro di boa inaspettato quanto interessante; dopo la lunga esperienza con La Maschera – band fondata insieme a Vincenzo Capasso, che dall’emblematica “Pullecenella” (2013) ha contribuito a dare forma e direzione all’identità musicale partenopea degli ultimi dieci anni – il disco, se da una parte ne eredita e rielabora il DNA folk-rock e l’urgenza etica di restituire voce alle periferie del mondo, dall’altra inaugura un orizzonte artistico più intimo e personale. Il 23 maggio scorso, protagonista dell’emozionante live “Echi partenopei”, ad apertura del Festival “Bellezze Interiori” di Como, Colella ha raccontato a Blogfoolk la genesi e l’ispirazione che hanno dato vita a questo nuovo progetto, che è anche entrato nella cinquina finalista delle Targhe Tenco nella categoria “album in dialetto”.

Com’è nata l’idea di “Ce sta sempe na via”?
Il disco è nato in maniera spontanea. Nel corso degli ultimi due-tre anni, stimolato dall’esigenza di esorcizzare alcune preoccupazioni, vivendo la musica in modo terapeutico, ho scritto delle canzoni che mi aiutassero a rinascere e a ritrovare la strada o la luce per qualcosa di nuovo; insomma, “Nu te preoccupa’,
ce sta sempe na via…”. Provengo da un percorso in band piuttosto lungo, che purtroppo si è concluso, ma mi dico: “è il corso naturale delle cose…”; le cose iniziano e finiscono e in fondo è giusto così, è il bello della vita. Il concetto di luminosità è alla base dell’album. Credo che oggi, da diversi punti di vista, dal piano personale a quello sociale, abbiamo tutti bisogno di credere che ci sia una possibile soluzione ai nostri problemi; altrimenti diventeremo disillusi o forse, tristemente, lo siamo già.

È un album ricco di ibridazioni. Quali ponti espressivi o emotivi, anche personali, hai rinvenuto tra la musica napoletana, quella brasiliana (“Sozinho”, omaggio a Caetano Veloso), i ritmi africani (“Canto dei soli”) e il Gospel (“Pe’ fa’ ammore na vota”)?
Senza retorica, nutro un profondo amore per la musica di ogni parte del mondo e mi sento fortunato perché, grazie alle mie canzoni, ho potuto viaggiare moltissimo. Dieci anni fa andai in Africa e fu un’esperienza meravigliosa sia da un punto di vista umano che artistico. Fondere culture musicali diverse con la lingua napoletana, nota per la sua musicalità, trovo sia qualcosa di molto semplice e la mia versione di “Sozinho” ne è una dimostrazione. Quando l’ascoltai la prima volta, la immaginai cantata in napoletano. Con la stessa facilità è nato “Canto dei soli” con la quale ho omaggiato i ritmi africani. Mentre
per quanto riguarda il Gospel, non posso non citare l’interpretazione che ne hanno dato mostri sacri come Otis Redding e Aretha Franklin. Entrambi hanno avuto un forte impatto sulla mia scrittura. La contaminazione è una parte importante della mia musica, è un qualcosa che mi appassiona.

Nel descrivere “Ali, Ne*ro!” parli di “atto politico e poetico”. In che modo, oggi, la musica o l’arte in generale sono in grado di illuminare le coscienze?
Credo non siano in grado di cambiare le cose. Questo non significa essere disillusi ma realisti. Non ci sono riusciti John Lennon o Bob Marley, ma il discorso è molto più complesso. Sono comunque convinto che sia dovere di chiunque abbia un “megafono”, non solo dell’artista, dare un messaggio politico o sociale. Purtroppo, spesso si tende a confondere il messaggio politico con quello di partito. In realtà, qualsiasi cosa facciamo o scegliamo nella vita è un atto politico; anche l’acquisto di una bibita di un famoso marchio commerciale può fare la differenza e determinarci come individui. 

In che modo il tuo bambino interiore de “La casa sull’albero” ha dialogato con il tuo te adulto di “Tiempo perz”?
“La casa sull’albero” è una di quelle canzoni terapeutiche di cui parlavamo prima. Mi ha offerto una via di
evasione, una via di fuga e soprattutto mi ha dato la possibilità di riconnettermi con il modo leggero e spontaneo con cui approcciavo alla musica da bambino. Ricordo che iniziai a suonare grazie ai Queen; ascoltando "Spread Your Wings" mi innamorai della “musica suonata” e mi ha emozionato citarla in questo lavoro. In “Tiempo perz”, invece, prendo consapevolezza che il tempo ha un inizio e una fine, ed è importante valorizzare quello che abbiamo a disposizione. Entrambe le canzoni invitano ad accogliere in maniera positiva una caduta o un fallimento. Ne “La casa sull’albero” ci sono questi due versi: “ogni tanto ce fotte ’a paura ’e caré/ la paura di sentirsi vivi nel viaggio…”; è la caduta che, sebbene spaventi, ci fa sentire incredibilmente vivi.

Tra passato e presente, la canzone classica napoletana, Pino Daniele e l’attuale scena musicale partenopea, quale futuro prospetti per la tua musica e per quella della tua terra?
Credo che oggi ci sia un gran bel fermento musicale, non solo a Napoli e nell’hinterland ma in tutto il sud Italia, soprattutto in Sicilia: penso alle produzioni incredibili di Marco Castello e a quelle di TonyPitony. Non so che futuro auspicare o immaginare, però sono dell’idea che al sud, come è accaduto in passato, ci saranno sempre delle particolari esigenze espressive che daranno vita ad artisti di grandissimo livello e sensibilità.


Roberto Colella – Ce sta sempe na via (Full Heads, 2026)
“Ce sta sempe na via, pe’ nunn essere sulo a stu munno…”: è a partire da questa filosofia che ha preso vita e slancio il percorso solista di Roberto Colella. Antidoto alla solitudine, che emargina ed esclude, la musica – spiega l’artista – possiede l’immenso potere di restituire senso e orientamento nei momenti di difficoltà, aprendo varchi di incontro e condivisione tra persone, rendendoci più consapevolmente umani. Non propone l’abusato racconto dell’araba fenice ma invita a guardare l’universo da prospettive diverse, affacciandoci su nuovi orizzonti che, per quanto sconosciuti e misteriosi, ci regaleranno sempre il luminoso spettacolo dell’alba. Ed è proprio il concetto di luce a guidare l’ascolto dell’album; la cui copertina, omaggiando Magritte e i suoi cieli insieme diurni e notturni, ne rappresenta eloquentemente il messaggio. Il disco si apre con “La casa sull’albero”, con la quale Colella sembra aver ricostruito lo spazio di un’intimità ritrovata. Dialogando con il suo sé bambino, figlio degli anni Novanta, evocati attraverso sonorità pop dalle sfumature ipnagogiche, desidera avere una casa su un albero, come rifugio simbolico dalla complessa realtà dell’età adulta. È il luogo in cui è forse possibile recuperare uno sguardo capace di offrire risposte più semplici ai grandi interrogativi dell'esistenza. “Spread your wings and fly away…”, il ritornello ispirato ai Queen esprime un intenso desiderio di libertà; che, come ha raccontato in più di un’occasione, riesce a vivere a pieno soltanto facendo musica. Ritmi synth-pop e atmosfera nostalgica anche per la romantica e coinvolgente “Tutt’ ‘o core mio”. Sospesa tra “classicismo” e sperimentazione, la triste ballad “Saul e Isabella”, che con un ipnotico intreccio di legni (fagotto, oboe, clarinetto e flauto) reinterpreta l’elegante melodia di “Amami Per Sempre” della cantautrice Amalia Grè, è ispirata alla leggenda cilentana della “pietra incatenata” (Trentinara) ed è dedicata a tutti quegli amori proibiti che vivono il dramma della lontananza e della separazione. Di amore e resistenza, Colella ne ha fatto sempre bandiera, e andando ben oltre la semplice sensibilizzazione, consapevole dell’enorme forza comunicativa della musica, invita a una responsabilità collettiva e a riconoscere nella sofferenza altrui i limiti della nostra umanità. Dalla solare work song “Canto dei soli”, all’inno rock “Ali, Bomaye”, fino alla potente preghiera “Canto della memoria”, dedicata ai bambini di Gaza; le parole trasformano il vivo dolore della morte e della solitudine in coraggio e lotta. Il cuore dell’album si schiude nella romantica "Sozinho", meravigliosa reinterpretazione della canzone tradizionale brasiliana composta dal cantautore Peninha e resa celebre da Caetano Veloso. Soliloquio notturno di un innamorato, la cui emotività si addensa nell’intensa danza d’archi degli Ondanueve String Quartet, il brano costituisce uno dei momenti più intimamente significativi dell'intero progetto. È in una mezz’ora d’allerìa, come lascia intuire il testo, che è nata “Tiempo perz”; traccia che invita a riflettere sul tempo che fugge e il cui sound riecheggia la spensieratezza degli anni Ottanta. Dopo tanta malinconia, “Pe’ fà ammore na vota” suona come un abbraccio consolatorio. Le dorate voci dei Blue Gospel Singer fanno da coro ad una voce che non è più sola e ha imparato a credere fiduciosamente “ca c’è sta sempe na via", una risposta, alle difficoltà della vita. A coronamento del percorso, Colella adotta una prospettiva bifronte che, da un lato, rende omaggio alla grande tradizione musicale partenopea e, dall'altro, ne rinnova il linguaggio, aprendo il sipario su nuovi scenari espressivi. “Tutto passa”, intriso di un elegante classicismo, restituito dal raffinato dialogo tra chitarra, mandolino e mandoloncello, racconta di una Napoli antica, la cui memoria non si dissolve in una passiva nostalgia, ma continua farsi veicolo di valori, identità e appartenenza.


Maria Claudia Leone

Foto di Robbie McIntosh

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