A Napoli le “anime pezzentelle” sono i crani (e capuzzelle) dei defunti, spesso senza nome, che popolano il cimitero delle Fontanelle e alcune chiese. I napoletani le adottano pregandole a che l’anima interceda per una guarigione e, perché no, per un salutare terno al lotto.
In questo lavoro che segna il ritorno della poliedrica e pluripremiata artista napoletana Myriam Lattanzio si va bel aldilà dei luoghi comuni e del proverbiale fatalismo, anzi se ne compie un vero e proprio rovesciamento, per cui le “anime pezzentelle” non sono solo i defunti ma tutte quelle categorie umane ai margini della società. I brani dell’album, che dalla antica tradizione prende il titolo, focalizza un malessere civile che se a Napoli sembra avere il punto focale, si diffonde sempre di più in una umanità globalmente diseredata. Si tratta di un ritorno quello di Lattanzio, sicuramente dettato dal bisogno di dire (meglio di cantare) la sua sui tempi che stiamo vivendo e come sempre utilizzando la tradizione musicale della sua città, sia pure aggiornandola e adattandola al presente. L’artista è anche autrice di tutti i testi e di alcuni brani coautrice anche delle musiche. Per creare il sound, sintesi tra il Mediterraneo e il napoletano tradizionale e moderno, si avvale degli arrangiamenti e della direzione artistica di Max Carola, collaboratore di tanti musicisti napoletani, e della presenza di musicisti come Michele Maione, Marco Di Palo, Francesco Di Cristoforo, Roberto Trenca, Jennà Romano, Massimo Mollo, Arcangelo Maria Caso e Francesco Ponzo. Inoltre alla realizzazione partecipano Paolo “Shaone” Romano, Antonella Maisto e Paese mio bello (Gianni Lamagna, Patrizia Spinosi, Anna Spagnolo e Lello Giulivo). Ai ritmi ormai entrati nell’ immaginario attuale della musica napoletana, come ad esempio la rumba flamenca, che comunque riferimento al passato spagnolo, si inserisce la potente voce di Myriam che finisce le frasi delle canzoni quasi sempre con il tipico gruppetto melodico si-si-do-si-la-si, oltre a usare la sesta napoletana. Sembra ritrovarsi quel sound e quella denuncia degli stereotipi che rischiava di allontanarsi da Napoli e, nella prima traccia, “Sangennà”, sono gli emarginati che chiedono sì, la grazia al Santo di solidificare il sangue, ma anche quella di fermarlo per i tanti giovani che spesso ingenuamente perdono la vita in episodi di inutile microcriminalità. In un contesto musicale rumbeggiante canta nell’efficace ritornello: “Sangennà sciuoglia su sang…Sangennà ferma ssu sang Sangennà” e nella strofa “marturiata abbannunata comm’anema pezzente”. Segue “D’a parte sbagliata” il cui testo dichiara che la nascita e l’esistenza di una persona dipende dalle latitudini e che quelle vite non incontreranno mai il mondo più fortunato. “Lupe e lupesse” è una ninnananna dove lo spettacolo del lupo che mangia la pecorella diventa sarcastico con il sostegno di una paradossale tammurriata, ribaltando così la funzione tranquillizzante di questa forma che deriva dalla cultura spagnola dove nasce come canto di dolore e che fa dire a Garcia Lorca; “In nessuna parte del mondo la ninnananna è più ninnananna che in Spagna”. A seguire “S’aspetta”, un quadretto di vita in una strada di Napoli dove l’attesa diventa ragione di esistenza e sembra riprendere il motto eduardiano “adda passà ‘a nuttata”. “Pe’ ddoie rammere’’ affronta il problema dei migranti seguito dal quello dell’umiliazione per lo sfruttamento, tristemente presente anche nelle cronache di questi giorni. Segue “Chesta città”, una cartolina anti-oleografica di Napoli, dove al posto del mare, del pino e del golfo vengono fuori le mille contraddizioni di questa pur sempre meravigliosa e resiliente città. È piena di un bel sound mediterraneo “Nisciunu” sul tema della transessualità. Anche “Fravecature” è in forma di tammurriata ma, in modo convergente, parla di un tema purtroppo sempre più attuale come quello delle morti sul lavoro per mancanza di sicurezza e dietro il ricatto del licenziamento. Chiude l’album “A chi a cantammu sa canzuna” sulla libertà della donna vista in tutte le sue sfaccettature da parte di un’artista che a questo tema ha dedicato anche diversi spettacoli teatrali. La sua dolce melodia presenta una campionatura dei mille ruoli che le donne devono affrontare nel quotidiano, ostinatamente il titolo viene ripetuto, sapendo che questo tema è spesso inascoltato, e quasi rivolgendosi al singolare teschio con le orecchie che si trova nella recentemente riaperta Chiesa di Santa Luciella ai librai?
Un disco onesto che parla direttamente al cuore e alla mente. Il ribaltamento dei luoghi comuni è il tratto comune di tutti i brani. Un disco che ‘canta’ di temi sociali e umani ormai universali, con l’accompagnamento di musicisti straordinari, arrangiamenti raffinati, essenziali e completi. Vi si trattano grandi temi ma con leggerezza, ritmo e godibilità melodica, valori che sembrano sempre più svanire nel mondo del pop, temi di cui si trova sempre meno il coraggio di trattare nelle canzoni, canzoni non polari ma per il popolo. Mi auguro di sentirlo dal vivo nelle piazze italiane gremite di giovani che ballano e cantano perché questo è il miglior viatico per prendere coscienza dei problemi della società attuale e che dimostra che la musica può essere ancora un mezzo per la formazione civile e sociale.
Francesco Stumpo
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