Keyvan Chemirani & Vari Artisti, “La Nuit Bleue Orientale”, La Cité Bleue, Ginevra, 4 - 5 luglio 2026

A metà set, hanno raggiunto Christine Zayed il flauto in legno di Sylvain Barou e lo zarb di Keyvan Chemirani, protagonisti di un’emozionante arrangiamento del brano palestinese, reso molto popolare da Rim Banna, “Ya Taleen Al-Jabal” (Salendo la montagna), con il commovente ritornello “Yaman Yaman”. Di ritorno nella sala principale, il terzo set è stato intitolato “Khayal et spirales” e ha visto in scena un quartetto formato da Sharmila Sharma, danza kathak, Indrani Mukherjee, canto khayal, Dilshad Khan, sarang, e Prabhu Edouard alle tabla, reduce dal concerto del giorno prima a Vevey in cui aveva dialogato col sitar di Pandit Krishna Bhatt. Fra i sette sentieri che ha preso la danza classica indiana, quella Kathak (la radice del flamenco?) privilegia la dimensione narrativa: katha, in sanscrito, significa storia, e lo stile Kathak chiede a chi danza di farsi narratrice delle vicende del pantheon indù, ma anche della vita in generale, dal momento che il nostro mondo non è altro che la manifestazione di un sogno del creatore Brahma. Attenzione però: chi interpreta
la danza, così come chi interpreta il canto non è si attiene a una replica esatta, essendo qui l’improvvisazione una caratteristica fondamentale. A maggior ragione per quel che riguarda il canto Khayal che, pur essendo genere contemporaneo della musica classica dell'India settentrionale, viene dalla parola di origine araba che significa sogno o immaginazione. Nel subcontinente indiano, dal XVI secolo, testimonia l’incontro fra sufismo e induismo, fra musica di matrice persiana e canto dhrupad indostano. Il concerto ha visto inizialmente protagoniste solo voce e danza, per poi arricchirsi progressivamente di elementi melodico-ritmici funzionali ai volteggi e alle progressioni metriche Kathak. Il quarto concerto, “L’âme persane” ha portato in Iran l’asse dell’ascolto, con il cantante e virtuoso di setar Hamed Zoheiri ad offrire un’occasione di profonda immersione nelle sfumature, tensioni e profondità espressiva della tradizione musicale a partire da versi legati ai canti mistici persiani: un concerto che ha accompagnato l’estrema compostezza del musicista con toccanti variazioni di timbro e dinamiche vocali offerte con un’impeccabile sintesi di maestria tecnica e presenza affettiva. Protagonista del quinto concerto, “Tarabi” è stata la cantante Dorsaf Hamdani, accompagnata da
Pierre Clavé (chitarra, oud, buzuq e percussioni arabo-ottomane) e Bijan Chemirani (percussioni). Il Tarab è una forma d'arte musicale araba in cui voce e melodie sono funzionali alla ricerca di uno stato di estasi e profonda emozione. “Tarabi” ha percorso le orme di tre grandi scuole di canto: quelle di Umm Kulthum, Asmahan e Fairuz. Nella voce della cantante tunisina Dorsaf Hamdani si fondono energia, delicatezza ed emozione, mettendo in luce le sfumature del Tarab. Del repertorio di Umm Kulthum, ambasciatrice per eccellenza del Tarab, sono state proposte canzoni, come “Al-Atlal”, “Enta Omri” e “Roubaiyat Al-Khayyam”, opportunità per spingere l’improvvisazione a percorrere lunghe frasi melodiche dando vita a un lirismo intenso. Il repertorio di Asmahan, in brani come “Ahwa” e “Layali El Ouns fi Vienna” offre una versione del Tarab incline a dar voce a melodie delicate e poetiche. Infine, con Fayrouz emerge il Tarab più spirituale e intimo, incline alla nostalgia e a un approccio più meditativo alla poesia araba, per esempio in brani come “Baadak ala Bali” e “Kifak Inta”. È un privilegio poterli ascoltare nell’esecuzione di un
ensemble “minimalista” che privilegia la funzione dell’oud e del buzuq e la punteggiatura degli strumenti a percussione. Il sesto concerto ha invece spaziato frra generi e geografie, fra Mediterraneo, Balcani e Asia, riunendo il flauto di Sylvain Barou, le corde di Efrén López e la lira di Sokratis Sinopoulos, già noti ai lettori di Blogfoolk per la capacità di rileggere e fondere da repertori antichi, musica modale e influenze popolari. La lira di Sokratis Sinopoulos è stata la protagonista anche del settimo concerto, “Evanescent”, con un repertorio in cui la tradizione greca e balcanica incontra felicemente la dimensione dell'improvvisazione e di un matura capacità espressiva. Un sesto e un settimo “tempo”, dunque, in chiave strumentale, prima di chiudere la serie di concerti con una nuova puntata di un altro sentiero di ricerca musicale pluriennale di Keyvan Chemirani “Il Ritmo della Parola”.  Si tratta di un percorso che ha ripreso dal padre Djamchid e che in questo caso è stato dedicato ai canti tradizionali e classici dall'Iran. Alle percussioni dei due fratelli Chemirani si è aggiunto il tar di Milad Mohammadi per accompagnare e
interagire con il canto di Aïda Nosrat: tre musicisti pienamente alleati del respiro, del silenzio e della parola parlata in farsi, azero e curdo. La voce di Aïda Nosrat sa intrecciare un legame intimo tra lingue, timbri ed emozioni. In risposta, le percussioni dei Chemirani e le corde del tar di Milad Mohammadi, sanno trovare la strada per sottolineare e amplificare il ritmo delle poesie, siano esse recitate o cantate. La struttura si espande, le forme si trasformano, consentendo un fluido dialogo tra composizione e improvvisazione. L’ultima tappa del viaggio, all’alba di domenica è stata la proiezione dei 54 minuti del film del 2003: “Hâl, un omaggio a Djamchid Chemirani”. Il documentario è stato realizzato dal regista e sceneggiatore Yves de Peretti: parte dal trio di zarb che Djamchid Chemirani aveva formato con i suoi due figli e della prima volta che il padre è riuscito a viaggiare insieme ai due figli in Iran. Il film coglie la prospettiva dei figli sull'Iran, così come il rapporto padre-figli e maestro-allievi, dimensione che va al cuore della musica persiana e di ciò che incontrano durante il viaggio. 


Alessio Surian

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