“Sillons” rappresenta un importante punto d’arrivo per la carriera musicale del flautista e compositore Jean-Luc Thomas. Dopo venticinque anni di sperimentazioni, incontri e viaggi ha voluto creare un gruppo a suo nome: il Jean-Luc Thomas Quartet. Per questa nuova avventura musicale si è circondato di musicisti provenienti dal jazz, dalla musica tradizionale e persino dalla musica antica. Insieme, condividono il gusto per la melodia, il ritmo e l’improvvisazione, ma anche un’apertura verso le culture del mondo. A seguito della nascita del gruppo e di una serie di concerti, Jean-Luc Thomas ha voluto realizzare l’album di nostro interesse, “Sillons”, che si propone come un diario di viaggio musicale e, allo stesso tempo, come un vibrante omaggio a tutti i maestri incontrati lungo il cammino. In effetti, il titolo del disco non è casuale, in quanto rappresenta le tracce lasciate da chi ha percorso a lungo le stesse strade e qui diventano metafora di un percorso umano e musicale fatto di incontri prima ancora che di stili. L’autore, infatti, ha attraversato le musiche carnatiche dell'India del sud, le tradizioni del Niger e del Mali, i suoni del Brasile, portando ogni volta a casa qualcosa da reinnestare nel proprio linguaggio.
Il quartetto che lo accompagna è giovane e affiatato: il contrabbassista Simon Le Doaré, capace di un fraseggio maturo che richiama lo stile del basso jazz contemporaneo, e il batterista Hugo Pottin, che si muove con naturalezza tra tālas indiani (cicli ritmici fondamentali su cui si basa la musica classica indiana) e groove da maracatu (ritmo afrobrasiliano), formano una sezione ritmica che rimanda allo stile brestoise. A completare il quadro c'è la fisarmonica diatonica di Timothée Le Net, voce timbrica preziosa capace di inserirsi nei tessuti sonori più diversi senza mai forzare la mano, contribuendo con accenti ritmici e intuizioni armoniche piuttosto che con semplici riempimenti. Il disco si arricchisce inoltre di tre ospiti d'eccezione, ognuna delle quali aggiunge un colore specifico: la clarinettista Catherine Delaunay, la violista da gamba Marie-Suzanne de Loye e Line Willerval alla gadulka, il violino bulgaro piriforme che porta con sé tutto l’arco musicale balcanico.
Per quanto riguarda i brani, formano nel loro insieme un vero e proprio diario di viaggio. Da sottolineare che sono otto tracce dalla durata di oltre sei minuti, il che è quasi impensabile al giorno d’oggi se consideriamo le logiche del mercato musicale attuale. Chiunque vorrà ascoltarlo noterà che ogni pezzo si concede ampio respiro, con sviluppi che lasciano spazio a introduzioni meditative, cambi di tempo e lunghe sezioni improvvisative prima di arrivare al cuore del tema. In un'epoca di playlist costruite su tracce di due minuti e mezzo pensate per gli algoritmi di streaming, è una scelta quasi controcorrente. Naturalmente, richiede pazienza, ma viene ripagata da un arco narrativo più ricco: ogni brano ha il tempo di raccontare un viaggio vero, non solo di accennarlo. “Maracatu PR” è forse il brano più evocativo: gli strumenti aprono le porte verso il Nordeste brasiliano, in un equilibrio felice tra malinconia melodica e memoria storica, cioè quella di una terra segnata anche dal dramma della tratta degli schiavi. Un altro interessante pezzo, “Takamba Yacouba” rende omaggio al flautista nigerino Yacouba Moumouni: parte da un incedere lento e ipnotico per poi accelerare progressivamente fino a una danza quasi onirica, sorretta da un solo di contrabbasso.
Insomma, ciò che colpisce di “Sillons” è proprio l’insieme di tanti elementi stilistici. Le influenze indiane, africane, brasiliane e bretoni non vengono proposte come trofei di viaggio, ma fuse in una scrittura che privilegia melodia, ritmo e spazio per l'improvvisazione collettiva. È un disco che chiede di essere ascoltato per intero e, soprattutto, con calma, lasciandosi guidare dalla narrazione più che dal singolo episodio.
Francesco Tommasino
