È stato pubblicato nei primi mesi del 2026 guadagnando subito la testa della World Music Charts Europe, l’album “Songs of stolen children”, delle Daughters of Donbas, formazione tutta al femminile guidata dall’ucraino-canadese Marichka, etnomusicologa, attivista, giornalista embedded nella documentazione del conflitto e volontaria paramedica, sviluppato viaggiando tra Toronto e la stessa Ucraina. Questo importante lavoro è dedicato ai circa 20.000 bambini che, dalla regione occupata del Donbas, sono stati trasferiti in Russia e di cui si sono perse le tracce. Il progetto, al tempo stesso musicale e per i diritti umani – a cui “Blogfoolk” ha dato spazio con una FoolkSession contenente un’importante intervista a Marichka insieme alla pubblicazione del video della performance per l’EBU in occasione del WOMEX di Tampere –è incentrato su testi e storie drammatiche, in cui ogni brano testimonia un’infanzia rubata. Nelle dodici tracce si combinano le tradizioni vocali folk dell’Ucraina centrale con innesti pop e classici; inoltre, mentre alcuni brani sono ispirati a suoni antichi e arcaici – e questi costituiscono forse il capitolo più bello dell’album –, altri sono composizioni originali di Marichka basate sulla poesia moderna di Yurly Izdryk, scrittore, poeta e attore ucraino. La musicalità di un quartetto d’archi, la delicatezza della bandura (strumento a corde tradizionale dell’Ucraina), la bellezza e l’autenticità delle voci e la potente sonorità del pianoforte danno vita a melodie struggenti e dolorose.
L’album ha inizio con “Foreign Land”, rielaborazione di uno straziante tradizionale canto ucraino delle strokova, ragazze provenienti da famiglie povere e dove mancava il padre, che già a dodici anni venivano mandate a lavorare presso famiglie straniere e che spesso non facevano più ritorno a casa. Una di queste ragazze era la nonna di Marichka, Maria, che insieme a lei ha fondato le Daughters. Questo antico lamento, in cui si rappresenta il racconto nella voce di una madre, prefigura la vicenda dei bambini rapiti. La seconda traccia, aperta da archi che creano drammatici un tappeto sonoro su cui viaggia l’intensa voce, è “Rusalka”, un’antica creatura mitologica che gli antenati credevano abitasse nei campi, nelle foreste e nei fiumi. “Questo è un canto di sacra protezione, un incantesimo contro il male e gli spiriti maligni. Fin quando potrà essere cantata dalle nostre voci proteggerà la nostra identità dalla cancellazione” recitano le note nel booklet. Unico brano strumentale, il successivo “Ocaryna” si ispira a una canzone popolare ucraina ed è eseguito alla doppia ocarina dalla giovanissima strumentista Lisa, originaria di Mariupol, deportata in Russia che, riuscita a ritornare in Ucraina, ha ritrovato la passione per i racconti e le musiche della tradizione provenienti dai villaggi. Lo strumento utilizzato in questo brano è stato intagliato per Lisa da un maestro della regione di Kiev. “Who am I?” – composto da Marichka e Izdryk – è l’interrogativo che esprime il dolore e lo smarrimento nella perdita d’identità dei bambini rapiti in modo sistematico dalla Russia ai quali viene imposto un “trattamento” basato sulla cancellazione di nomi, date e luoghi. A questi bambini vengono raccontate bugie, spesso viene loro detto che i genitori sono morti per spegnere ogni speranza di ricongiungimento; è proibito per loro parlare in ucraino, viene loro impedito l'uso dei social media. È difficile immaginare il dolore interiore di una persona così “processata”, sradicata e trapiantata in un altro mondo. Anche i testi di “Enchantress” si ispirano a una canzone popolare ucraina in cui si racconta di Peremanochka, l’incantatrice che seduce e attira le vittime nella sua ragnatela, posandosi sul petto e beccando il cuore in modo da cancellare i sentimenti per ciò che si ama e distruggere il ricordo della strada verso casa. Una melodia struggente e un’interpretazione vocale sofferta e intensa coinvolgono l’ascoltatore, amplificate dalla melodia al violino. “Riddle” si basa su un canto popolare reinterpretato come un dialogo tra nonno e nipote, dedicato a Kira, una dodicenne di Mariupol che ha vissuto la morte del padre, l’occupazione della sua città, la deportazione forzata in Russia. La melodia al piano e alla voce è molto intensa e dolorosa: si rievoca il nonno che, dopo aver ritrovato la nipote in Russia e averla riportata a casa, le proponeva degli indovinelli per cercare di farle ricordare chi fosse. “4.5.0” (“Tutto tranquillo” nel linguaggio militare) rappresenta una risposta simbolica, un codice di speranza con la convinzione che nonostante la tragedia della separazione tra madre e figlio, tutto ritornerà come prima grazie a un legame invisibile ed inscindibile. È un brano di composizione originale di Marichka e Izdryk. Nella toccante ottava traccia, dal sapore antico e sacro, “Lullaby”, viene proposto il genere musicale presente in qualsiasi cultura del pianeta: la ninna nanna, il primo conforto che una madre offre al proprio figlio. Utilizzata per accompagnare i bambini nel passaggio al sonno, costituisce anche una meditazione, un luogo popolato di personaggi misteriosi, dedicata ai bambini portati via per sempre. “Remember, I believe in you” racconta, nelle parole e nella melodia composte da Marichka, la separazione di Yevhen che viveva a Mariupol, dai suoi tre figli piccoli, durante l'assedio della città, quando i soldati russi irruppero nel rifugio antiaereo in cui vivevano da mesi. I figli furono tutti portati in un "campo" estivo russo. Nel campo di smistamento, Yevhen fu torturato e costretto a dormire in piedi su una gamba sola; una volta rilasciato, percorse a piedi 30 chilometri per raggiungere il luogo in cui erano stati portati i suoi figli, ma erano già stati mandati a Mosca. Quando Yevhen lo scoprì, viaggiò ancora per migliaia di chilometri, attraversò i confini di tre paesi, sopportò controlli e pericoli per raggiungere Mosca e riportare a casa i suoi figli. In tutti quei giorni, si ripeteva instancabilmente: "Credo in me stesso. Credo nei miei figli. Andrà tutto bene”. “Another heaven” è un brano di composizione registrato dal vivo in Ucraina, che racconta la storia di Ilya, di 9 anni, la cui madre fu uccisa da un attacco missilistico, proprio davanti ai suoi occhi. Dopo essere stato portato in un ospedale nella Donetsk occupata, dove gli furono estratte 15 schegge, dopo la sua apparizione in un servizio della televisione russa, sua nonna venne a sapere dove si trovava e riuscì a portare il nipote a Kiev, dove vive tuttora. Adesso, ha 11 anni e vuole costruire un altro paradiso, dove la propria casa non venga distrutta. Anche il brano successivo “Red Boots tango” è una registrazione live in Ucraina. C’è un detto ucraino: “Non esistono figli di estranei” con cui si afferma che quando dei bambini sono in pericolo, è compito dei genitori fare tutto il possibile per garantire che questi tornino alle loro famiglie e crescano nella loro terra natale. Nel 2014, Marichka, ora madre di quattro figli, ha iniziato a lottare per i diritti umani e per il diritto di tutti i bambini a vivere in un paese libero e democratico. Durante questo periodo ha scritto uno straziante tango sulle parole del famoso poeta ucraino Taras Shevchenko, brano finora eseguito una sola volta, nella notte più violenta della guerra a Kiev e in quest’album trova nuova vita. “Soon, I will be back” è un commovente brano di Anastasiya Voytyuk, musicista ucraina, suonatrice di bandura, cantante e cantautrice, attivista e volontaria che attraverso la musica vuole aiutare le comunità e i soldati al fronte e i veterani negli ospedali, facendo conoscere l'Ucraina e la sua cultura al pubblico di tutto il mondo. “Questa canzone ha toccato così profondamente il nostro tema che abbiamo chiesto ad Anastasiya di registrarla per noi in Ucraina” racconta Marichka. È stata scritta basandosi su una poesia di Viktoria Amelina, romanziera, giornalista e ricercatrice sui crimini di guerra, che ha raccolto le storie di persone strappate con la forza alle proprie case, a sua volta uccisa nel 2023 da un razzo russo durante una visita nella regione di Donetsk.
Numerosi i musicisti tra Canada e Ucraina che hanno sostenuto Marichka alla voce e al piano; nella compagine canadese troviamo Alina Kuzma alla voce e al bandura, Maria Gurak alla voce, Olga Kostianyuk e Meika Sontag al violino, Zoë Santo alla voce e alla viola, Lusine Navoyan e Charlee Wielgoz al violoncello, Natalie Kemerer e Rachel Melas al contrabbasso; in quella ucraina Volo Bedzvin al violoncello, Khrystyna Makukh al violino, Denys Markevych al contrabbasso, Valeria Bezdukha alla viola, Maria Gurak alla voce, Lisa all’ocarina, Anastasiya Voytyuk alla voce e a starosvitska bandura (bandura antico stile, versione storica dello strumento, strettamente legata alla figura dei menestrelli itineranti ucraini kobzari) e la più complessa Chernihiv Bandura (concerto, bandura di Černihiv, strumento più complesso, da concerto, sviluppato nel corso del XX secolo). “Songs of stolen children” è un importante lavoro solcato dal dolore e dalla speranza, che culturalmente si riferisce al nucleo della tradizione ucraina per ricondurlo alla drammaticità attuale delle vicende, un modo efficace per far rivivere il folk per rileggere un presente intriso di morte e sofferenze.
Carla Visca
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