Domenico Ferraro (a cura di), Roberto Leydi e Sandra Mantovani, 1949-1958. Interno d’arte e cultura di due intellettuali, SquiLibri, pp. 160, 2026, euro 20,00

Dell’enorme assortimento culturale di una personalità come Roberto Leydi, il filosofo Domenico Ferraro (ideatore, direttore editoriale e illuminato nocchiero della casa editrice Squilibri) si era occupato nel memorabile “Roberto Leydi e il “Sentite buona gente”. Ora attraverso la curatela di “Roberto Leydi e Sandra Mantovani, 1949-1958. Interno d’arte e cultura di due intellettuali”, fissa un decennio cruciale e fervido nella Milano del secondo dopoguerra, che diviene un vero e proprio laboratorio in cui si tessono relazioni ed esperimenti d’avanguardia. Al centro di questo crocevia troviamo proprio la giovane coppia, unita nella vita e nella ricerca: Roberto Leydi (1928-2003) e Sandra Mantovani (1928-2016), figure che si riveleranno imprescindibili per la fondazione e lo sviluppo dell’etnomusicologia italiana. Il volume prende avvio da un cartiglio augurale natalizio, donato da Leydi alla giovane fidanzata nel 1949. Si tratta di un fascicolo di fogli pinzati che racchiude tre poesie di Rainer Maria Rilke, i versi di un’antica ballata inglese del XII secolo e un canto afroamericano della Georgia il tutto intervallato da quattro disegni che, per forme e cromatismi, rimandano alle istanze del Bauhaus. Questo singolare manufatto testimonia l’apertura mentale, la profonda adesione emotiva e la vastità di interessi che animavano i due giovani nel Dopoguerra. Una curiosità intellettuale che rifugge le rigidità disciplinari, rivolgendosi con slancio alle correnti della cultura europea e americana. Si trattava, di fatto, di una reazione vitale sia all'egemonia della filosofia crociana sia alle forme autarchiche promosse dal regime fascista da poco abbattuto. Il volume si configura come un ritratto a più voci, introdotto dallo stesso Ferraro (“Su di un cartiglio e di tutto un ambiente culturale. Milano 1949-1958”), il quale focalizza l'attenzione sulla corrispondenza e sulle passioni condivise, a testimonianza di un esistenziale “entusiasmo di continue scoperte”. Nel suo denso saggio Rossana Sacchi (“Ti immagino a pestare con tutte le tue forze sulla macchina da scrivere’. 1949: Roberto Leydi e Sandra Mantovani”), ripercorre l’impegno editoriale di Leydi proiettando, al contempo, lo sguardo sugli scambi epistolari che abbracciano letteratura, musica e pittura e allargando la prospettiva alla biblioteca della coppia, luogo in cui i due si abbeverano a fonti di prima mano. Ne emerge un’intesa umana e intellettuale profondissima, caratterizzata, da un lato, dal deciso piglio critico di Leydi (destinato ad assumere un marcato ruolo pubblico) e, dall'altro, dall'elegante compostezza di Mantovani, alla quale Leydi, tra le altre cose, riconosce in una lettera il merito di averlo condotto per la prima volta in una sala da concerto. Attraverso il contributo di Antonello Negri (“Una pinacoteca familiare”), le pareti della dimora di via Morosini diventano la mappa rivelatrice di relazioni, amicizie e fermenti. Impressiona la mole di personalità incrociate, a conferma dell'unicità di un paesaggio culturale lombardo oggi irripetibile. Il successivo intervento dell’etnomusicologo Nicola Scaldaferri (“Roberto Leydi, lo Studio di Fonologia della RAI e la Milano musicale del dopoguerra”) analizza il clima attorno alla fondazione dello Studio di Fonologia della Rai. Qui, nel 1954, Leydi realizza con Luciano Berio e Bruno Maderna “Ritratto di città”, opera pionieristica della musica concreta ed elettronica in Italia, presentata fuori concorso al Premio Italia con il fine di proporre ai vertici RAI le potenzialità dei nuovi mezzi tecnologici per la sperimentazione radiofonica. Scaldaferri analizza poi le attività dello Studio milanese fino ai primi anni Sessanta, segnati dalla partenza di Berio per gli Stati Uniti e dai nuovi percorsi musicali che vedranno Leydi impegnato con il Nuovo Canzoniere Italiano e con il rivolgere il suo interesse verso le pratiche musicali di tradizione orale italiane. Infine, Franco Citterio e Piero Corbella (“Roberto Leydi e il Teatro di Figura”), dopo aver sinteticamente introdotto il Teatro di Figura come forma di spettacolo, seguendone lo sviluppo storico, a corredo della curiosità onnivora dello studioso eporediese per le forme di cultura popolare, esplorano la sua dedizione verso questa forma d’arte di animazione che condurrà alla pubblicazione di “Marionette e burattini” (1958) e soprattutto all’allestimento della Mostra milanese “Burattini, Marionette e Pupi “ (1980). Sul Teatro di Figura, in un breve appendice sono riportati oggetti e materiali documentari della collezione privata Leydi. A completare questa preziosa ricostruzione storica e umana interviene un apparato iconografico di quarantasette immagini, che propone riproduzioni di quadri e oggetti d'arte tratti dall'intimità domestica della coppia. A lettura ultimata, pur con la consapevolezza di trovarci in un’epoca profondamente mutata, affiora una riflessione che porta a dire: di figure gigantesche, capaci di incarnare un dialogo ininterrotto e rigoroso tra le arti come Roberto Leydi e Sandra Mantovani, ad avercene oggi!  

Ciro De Rosa

Posta un commento

Nuova Vecchia