Tage Alter Musik, Ratisbona (Germania), 22 - 25 maggio 2026

Scoperta e riscoperta: viaggio nei Tage Alter Musik di Ratisbona 

Scoperta e riscoperta: questi i leitmotiv dell’edizione di quest’anno dei Tage Alter Musik (Giornate della musica antica) di Regensburg (Ratisbona), prestigioso festival dedicato alla musica antica e barocca. Una rassegna che ci ha mostrato come guardare al passato musicale e come rapportarci a esso, sporcandoci le mani tra domande, ipotesi e possibilità. Non si è trattato soltanto di riportare alla luce repertori dimenticati, ma di affrontare il passato come una materia aperta da immaginare, discutere e talvolta persino contraddire. La rassegna si è aperta venerdì 22 maggio con una conferenza dedicata alla musica degli angeli, a partire dal celebre trittico di Hans Memling. Se “parlare del sesso degli angeli” rimanda a discussioni vane, tutt’altro accade quando l’oggetto è la loro musica. Muovendo dall’orchestra di cherubini raffigurata dal maestro fiammingo, studiosi e musicisti hanno provato a immaginare un possibile paesaggio sonoro angelico. Davanti a un’immagine che non suona, il rigore non basta mai da solo: serve soprattutto la libertà di formulare un’ipotesi. Da qui è nato “Paradisi porte”, progetto di Oltremontano e Tiburtina Ensemble, a metà tra ricostruzione e immaginazione. La sera di venerdì, nella
Dominikanerkirche St. Blasius (chiesa domenicana di San Biagio), l’ensemble francese Irini, diretto da Lila Hajosi, ha presentato “Printemps Sacré. Leben, Tod, Wiedergeburt” (Primavera sacra. Vita, morte, rinascita), costruito intorno alla musica di Heinrich Isaac e ai canti georgiano-ortodossi del XV secolo. L’ensemble, il cui nome in greco significa “pace”, si distingue per un timbro scuro e caldo, ottenuto anche attraverso la scelta di rinunciare alle voci acute di soprano. L’impatto vocale è stato estremamente riuscito. La polifonia intensa, dal colore profondo è capace di mettere in dialogo tradizione rinascimentale europea e universo liturgico ortodosso. Hajosi ha guidato l’ensemble con energia e partecipazione, fino all’ultimo brano, in cui si è unita alle voci intonando Christos anesti, “Cristo è risorto”. Una performance al limite del commovente, anche per chi non fosse mosso da particolare fervore religioso. Altro momento di autentica estasi musicale è stato il recital di Bertrand Cuiller, straordinario clavicembalista francese, nella Schottenkirche St. Jakob. Chiamato a sostituire Justin Taylor, assente per un infortunio alla mano, Cuiller ha donato al pubblico un’esecuzione realmente indimenticabile. Il programma, “Johann Sebastian Bach & Italien” (Bach e l’Italia), era dedicato al rapporto tra Bach e il
gusto italiano. Dai concerti trascritti fino al Concerto italiano, dalla Toccata in mi minore alla Fantasia cromatica e fuga, il percorso ha mostrato un Bach capace di tenere insieme rigore e vertigine. Cuiller ha reso percepibile questa tensione con naturalezza rara: lungi dal ridurre il clavicembalo a oggetto di culto filologico, ne ha fatto uno strumento teatrale, capace di canto e gesto. A seguire, nella Dreieinigkeitskirche (chiesa della Trinità), coro e orchestra dell’ensemble belga Il Gardellino hanno presentato il Passionsoratorium di Johann Sebastian Bach, nella ricostruzione e completamento di Alexander Grychtolik, che ne ha curato anche la direzione dal clavicembalo. Il progetto era affascinante: abbandonava la semplice esecuzione di un capolavoro canonico e restituiva un’opera frammentaria, riportandola a una possibile forma teatrale e liturgica. Con Miriam Feuersinger, Martina Baroni, Daniel Johannsen, Tiemo Wang e Micha Matthäus, l’esecuzione ha assunto i contorni di un vero dramma spirituale: quasi un “Jesus Christ Superstar” ante litteram. Una rappresentazione forse audace e poco ortodossa, ma di grande efficacia. Paradisi porte ha poi riportato al centro il tema più affascinante dell’edizione: la musica degli angeli raffigurati da Memling nel trittico Gottvater mit singenden und musizierenden Engeln (Dio Padre
con angeli cantori e musicanti). In scena, il Tiburtina Ensemble, diretto da Barbora Kabátková, ha dato voce alla componente più sospesa del programma. Il canto dell’ensemble è stato in grado di prolungare nello spazio acustico l’immagine dei cori angelici dipinti da Memling. Accanto alle voci, Oltremontano, ensemble di Anversa guidato da Wim Becu, ha dato corpo alla dimensione strumentale del concerto. Tra liuti, trombe marine, arpe, organetto, fiati storici e melodie liturgiche legate al culto mariano, il pubblico ha ascoltato un assaggio di ciò che sarebbe potuta essere, o forse potrebbe ancora essere, la musica degli angeli. L’ensemble portoghese Bonne Corde, con “Tropical Baroque”, ha portato all’attenzione del pubblico i Concerti grossi di António Pereira da Costa, autore legato al modello corelliano, con una scrittura agile e piacevole, ma non particolarmente sorprendente. I musicisti hanno suonato con grande cura e precisione. Il problema stava piuttosto nel programma e nelle aspettative create dal titolo. La componente “tropicale”, pur evocata dalla provenienza madeirense del compositore, è rimasta più un’etichetta che una presenza reale all’ascolto. Molto barocco, dunque, e assai poco tropicale, scelta curiosamente in sintonia con la cornice della matinée, la Alte Kapelle (Cappella antica) nella piazza del
mercato del grano. Straordinario esempio di barocco bavarese, tra marmi policromi, dorature e quelle improbabili barbabietole da zucchero maiolicate che decorano le volte. La performance dell’ensemble Verità Baroque ha decisamente cambiato passo rispetto all’elegante misura di Bonne Corde, scegliendo un approccio più acceso, fatto di gesti musicali marcati ed evidente coinvolgimento corporeo. Il linguaggio barocco è stato messo sotto pressione e ha assunto una profondità cui non siamo abituati. Significativa anche la presenza di Starfish Rebellion di Stefan Johannes Hanke, brano chiaramente contemporaneo ma scritto per ensemble barocco: una pagina brillante, talvolta brutale, coerente con lo stile fisico e spettacolare dell’ensemble. Comet Musicke ha affrontato il tema della riscoperta in maniera più esplicita. Il programma, dedicato alla musica sacra barocca sudamericana e in particolare alla figura di Francisca Apumayta, ha portato alla luce una vicenda rimasta ai margini della storiografia musicale: quella di una compositrice indigena attiva nel contesto coloniale andino tra Cusco e Cochabamba. Sul piano strettamente musicale, il risultato non è stato forse eclatante né virtuosistico dal punto di vista compositivo. Il valore dell’operazione stava nel dare spazio anche a voci con storie uniche, che la Storia
con la S maiuscola avrebbe altrimenti dimenticato. Il concerto non cercava quindi lo stupore formale, ma la restituzione di un contesto e di una memoria fragile. Con Ensemble Parlamento il festival ha toccato uno dei suoi momenti più riusciti. Specializzato nella musica del tardo Medioevo e del Rinascimento, il gruppo ha presentato “Die Rache der Königin” (La vendetta della regina), un programma incentrato sulla figura di Grimilde nel Nibelungenlied (Canto dei Nibelunghi). Da germanista, non posso che dirmi entusiasta, quasi estasiato, di fronte a una scelta tanto rara quanto felice. Il “Nibelungenlied”, messo per iscritto intorno al 1200, è stato ricondotto alla sua dimensione più viva di materia narrativa e performativa. La mancanza di un’eredità musicale direttamente legata al poema ha portato a un’operazione interpretativa libera e teatrale. La cantante Karin Weston ha offerto una prova di grande intelligenza scenica e vocale, saltando da un personaggio all’altro della saga senza eccedere e restituendone la complessità emotiva con misura e, al tempo stesso, con grande intensità. Accanto ai concerti, il festival ha dato spazio anche alla dimensione materiale della musica antica: un’occasione per capire quanto il suono nasca anche dal legno, dall’aria, dalla resistenza fisica degli strumenti. Tra
cornamuse, vielle, ghironde e clavicordi, il pubblico ha avuto la rara possibilità di mettere le mani su oggetti normalmente confinati agli specialisti o alle teche dei musei. Offrire l’opportunità di comprendere il passato toccandolo, provandolo e lasciandosi sorprendere dalla sua materia è senz’altro parte del senso più profondo del festival. Nel complesso, questa edizione dei Tage Alter Musik ha dato prova di quanto la musica antica sia in realtà inquieta, ancora capace di generare domande. Scoperta e riscoperta non sono state semplici parole d’ordine, ma il vero cuore pulsante della rassegna. 

Jacopo Dentice

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