Rua das Pretas – Povo Brasileiro (Harmonia/The Orchard, 2026)

La Casa Museu Darcy Ribeiro a Maricá (Rio de Janeiro), ispirata ai villaggi Tupinambá e progettata dall’architetto Niemeyer, ha ospitato le registrazioni di quest’album. Sono avvenute a giugno 2025, a trent’anni di distanza dalla pubblicazione dell’ultima opera maestra dell’antropologo brasiliano Darcy Ribeiro, quella che da il titolo all’album “O Povo Brasileiro” (Il popolo brasiliano): un voluminoso saggio socio-antropologico impostato già negli anni Settanta che racconta i brasiliani come un "popolo nuovo" e unico, segnato dal violento e doloroso incontro-scontro che ha coinvolto popolazioni indigene e africane, inizialmente decimate o ridotte in schiavitù dai colonizzatori europei. Protagoniste di questo percorso sono, dunque, anche le rotte atlantiche, proprio quelle di cui è specialista il musicista e regista Pierre Aderne, nato a Tolosa, in Francia, e cresciuto a Rio de Janeiro prima di trasferirsi in Portogallo nel 2011 dove ha girato programmi televisivi (per TV Globo Brasil e RTP Portogallo) come "Música portuguesa brasileira" e "Desafinado". E’ autore di "Mina do Condomínio", arrivata a essere fra i brani più ascoltati nelle radio brasiliane grazie all’interpretazione di Seu Jorge, e di "Guia”, resa popolare dal cantante portoghese António Zambujo. Dal 2012, centinaia di artisti del mondo lusofono si sono incontrati e hanno suonato nella casa di Pierre Aderne in Rua das Pretas a Lisbona. Rua Das Pretas ha preso ha funzionare come uno spazio culturale vivo, coinvolgendo una miriade di partecipanti brasiliani, africani, iberici. Un primo risultato discografico è stato “Wine Album” (2017), canzoni d'amore e di vino produtte da Dirk Nierpoort. Il nuovo album è accompagnato da un breve documentario. È stato curato da Pierre Aderne e Kiko Horta coinvolgendo Cordão do Boitatá, “bloco” carnevalesco di strada fondato nel 1996, fra i più importanti di Rio de Janeiro, conosciuto per le sue affollate sezioni di ottoni e di percussioni. Su questa base si innestano, fra gli altri, le cantanti Zulu (Capo Verde), Ana Margarida Prado (Portogallo), Jurema De Candia (Brasile), le chitarre di Nilson Dourado e Carlinhos Sete Cordas, il contrabbassista Bruno Aguilar, i percussionisti Paulino Dias e Quininho Da Serrinha, I fiati di Letícia Malvares, Edu Neves, Aquiles e Everson Moraes. Le dieci canzoni sono tutte composte da Pierre Aderne, spesso in collaborazione con Moacyr Luz e/o Aldir Blanc e, nel caso di “Alafim”, con Aldir Blanc. Impreziosita dalla fisarmonica di Kiko Horta, fa eccezione, e non poteva mancare, “Mãe Preta” (Madre nera). Composta dai brasiliani Caco Velho e Piratini, fu incisa per la prima volta dal gruppo brasiliano Tocantins nel 1943 per divenire un fado molto conosciuto nel 1954 quando Amállia Rodriguez lo registrò col titolo di “Barco negro”. Fece ritorno in Brasile nel 1975, nell’album di debutto di Ney Matogrosso, che, alla faccia della dittatura, cantò la storia della mãe preta afro-brasiliana evidenziando la violenza di genere e razziale. In scaletta, è preceduta dal canto di protezione “Oxalá é quem manda”, con versi che rimandano al venerdì e al colore bianco, consacrati all’orixá cui Olodumarê affidò il sacco da cui far scaturire la creazione del mondo: un universo che le canzoni e i ritmi dell’album invitano ad esplorare attraversando correnti marine, foreste e centri urbani da una sponda all’altra dell’Atlantico, là dove lo spirito comunitario da forma a pratiche nomadi, a cominciare dalla capoeira, e trova pace nella conclusiva “A menina e o tear” (La bambina e il telaio), intrisa di figure mitologiche. 


Alessio Surian

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