Franco Baldanello, musicista e ricercatore, giunto a Rovigno negli anni Trenta del Novecento, affascinato dai canti che aveva ascoltato, nel 1946 scriveva: “[…] Invitateli a cantare una melodia qualsiasi: essi (pescatori o operai scelti a caso), senza che nessuno li sproni, con naturalezza canteranno a tre parti reali. […]” Baldanello aveva sicuramente in mente le arie da nuòto, sulle quali si sofferma nei suoi scritti “Arie di notte” (da nuòto, infatti, in dialetto rovignese significa “di notte”), quei canti che “[…] Per la loro indole particolare meglio si prestano a essere intonati dopo il tramonto del sole […]”. Le àrie da nuòto sono, infatti, canti polifonici a tre voci maschili che vengono intonati sul far della sera o di notte – forse anche per questo meno conosciuti, perché non destinati ad un’esecuzione in pubblico, ma vissuti come momento conviviale parte di una routine di fine giornata – che vivono in una particolare simbiosi con l’ambiente in cui vengono eseguiti. Più avanti, l’etnomusicologo Roberto Starec, nella sua ricerca condotta sui canti popolari italiani in Istria tra il 1983 e il 1991, innamoratosi delle àrie da nuòto, le definì “una raffinata scuola di canto”. Lo stesso Ignazio Macchiarella su questo genere canoro nel 1990 rilevava: "[…] Appartenente alla minoranza veneta in Istria. A tre parti eseguite ciascuna da un cantore esso ha l’elemento caratterizzante nella ricerca di sofisticate combinazioni nella articolazione della trama musicale. Questa, infatti, fondata su accordi completi in posizione fondamentale, è assai ricca di dissonanze provocate da scivolamenti per grado, ritardi o veri e propri glissando delle voci di grande effetto e si conclude con accordi perfettamente consonanti. […]”. Le tre voci cui fa riferimento lo studioso e che compongono un’ària da nuòto si dividono in preîmo, il primo tenore, sagòndo (in tièrsa), il secondo tenore, e bàso, il basso. Il primo tenore si muove in una tessitura molto acuta, esegue per lo più la linea melodica e, tra le tre voci, è quella che tiene in mano le redini dell’esecuzione, è quella più libera dal punto di vista espressivo e frequentemente abbellita da ornamentazioni dette fiurìti; il secondo tenore è tra le tre voci quella con l’estensione più ampia, ad essa è affidata una funzione di ripieno ma, diversamente da come si potrebbe immaginare rifacendosi alle armonie che sono proprie di molte tradizioni popolari, non segue la voce del primo tenore unicamente ad intervalli di terza o sesta, si muove bensì anche a distanza di quarta, quinta e, talvolta, settima. Durante l’intervista Alessio Giuricin, cantore, membro del gruppo le Nuove Quattro Colonne, studioso e musicologo, ha spiegato che: “[…] questa voce ne svolge anche altri [intervalli], sempre e solo con l’intento di dare “corpo” all’accordo e di renderlo “pieno” […]””. Poi precisa: «Più un dovere che una libertà, quella a cui deve sottostare il secondo”. Il basso canta in un’estensione più simile a quella di un baritono. Tra le tre voci è quella che, in termini di ampiezza di intervalli, si muove di più, perché oltre a dover sostenere la nota fondamentale, talvolta forma i rivolti dell’accordo e ha la libertà di “giocare con l’ottava” muovendosi quasi come un secondo tenore. Talvolta il basso è raddoppiato e l’ària da nuòto viene eseguita da quattro/cinque cantori. È questo il caso del quartetto le Nuove Quattro Colonne dove le voci sono così suddivise: Alessio Giuricin canta come primo tenore, Teodor Tiani come secondo, mentre Antonio Curto e Luka Nreka la parte del basso. Tuttavia, questa ripartizione in tre voci non è rigidamente vincolante durante l’esecuzione; era infatti usanza in passato, e lo è tutt’ora, che i cantori – specialmente il primo e il secondo tenore – si scambino di registro, effettuando questo passaggio talvolta persino a brano in corso. Così Alessio Giuricin e Teodor Tiani usano le parti di preîmo e sagòndo, sia per esigenze di
registro sia per un gusto personale legato all’una o all’altra linea melodica. Nell’intervista tutti i cantori si sono soffermati su uno degli aspetti che caratterizza l’esecuzione di questi canti e che ne rendono estremamente affascinante lo studio: l’imprescindibilità di un legame con l’ambiente in cui essi vengono eseguiti. Fondamentale, infatti, per la buona riuscita di un’ària da nuòto è la simbiosi che si deve creare tra voce e ambiente. Alessio Giuricin afferma che i luoghi di esecuzione potevano essere i più vari: “da un baladùr (ballatoio) ad un vuòlto (volta), da uno spàcio (cantina dove si spacciava il vino) ad un cantòn (angolo), ma anche dall’apertura di una ʃustièrna (cisterna) ad ogni angolo del porto”. Per i cantùri (i cantori esperti di questo genere) era fondamentale che l’acustica propria del luogo in cui si trovavano a cantare riuscisse ad amplificare il volume delle loro voci e a restituire una dimensione quasi tridimensionale del suono tale da poter “tenere l’accordo in mano”. Il riverbero cui fanno riferimento gli attuali componenti del quartetto non ha nulla a che vedere con l’eco di una cattedrale, come ha spiegato Teodor Tiani, proponendo, piuttosto, l’idea che la durata ideale del riverbero risiede nella durata minima necessaria a far ritornare all’orecchio dei cantori il suono, singolo per ognuno di loro, e nell’insieme formatosi nell’accordo. Questo è ciò che viene ricercato dai cantori del quartetto ed è ciò che accaduto, infatti, anche a Cremona. Dopo la lezione-concerto le Nuove Quattro Colonne sono partite dal Dipartimento di Musicologia e Beni Culturali verso il centro, in un percorso alla ricerca dell’acustica più adatta a far risuonare anche a Cremona la tradizione canora delle àrie da nuòto rovignesi. Una vera e propria passeggiata acustica, a partire dagli spazi offerti dall’ateneo cremonese e dalla scelta dell’Aula Magna nella sede storica di Palazzo Raimondi, per proseguire attraverso i vicoli e i cortili della città. Accanto a questi aspetti di percezione acustica, tuttavia, la buona riuscita di un’ària da nuòto porta con sé anche un insieme di sensazioni alcune volte fisiche, altre volte emotive, molto spesso entrambe contemporaneamente. Incuriositi, abbiamo voluto chiedere ai cantori cosa provassero durante l’esecuzione di questi brani e cosa significasse per loro sentire “funzionare” un’ària da nuòto. “Un piacere corporeo, di rilassatezza. E non è solo una questione di Hertz o di armonia”, ha spiegato Teodor Tiani, “I testi che noi cantiamo parlano di concetti semplici della vita, ma in alcuni momenti questi stessi concetti possono essere tanto profondi. Quando senti che questo gruppo di quattro persone sente quello che sta cantando nello stesso modo, portando una propria morale, un proprio racconto, quando senti questo contatto, questa armonia, oltre all’armonia musicale si intende, allora senti che siamo tutti qui, parte di questa piccola società, di questo piccolo racconto. Questo è quello che sento quando dico che quello che stiamo cantando funziona, ed è questa sensazione che ricerco quando canto", dunque una connessione e una simbiosi che si sviluppa non solo con l’ambiente, ma anche attraverso i cantori stessi. Una vicinanza fisica che essi stessi ricercano, come ci ha raccontato Alessio Giuricin: “Un’ària da nuòto per me funziona quando percepisco la sensazione tattile dell’accordo che si forma in mezzo a noi quando ci abbracciamo l’uno con l’altro e lì si percepisce un’energia scorrere tra di noi, quasi come se stessimo suonando un unico grande organo". Una ricerca di benessere e piacere psicofisico che passa anche attraverso l’esperienza della ricerca di provare e riprovare determinate emozioni che scaturiscono dall’esecuzione di specifiche àrie da nuòto e che facilmente possono aprire cassetti emotivi
carichi delle memorie di ciascun cantore. Tant’è che ci è venuto naturale chiedere a ognuno “Qual è la tua aria da nuòto del cuore?”. Per Teodor Tiani è “In questo mar”, un brano in cui egli rintraccia un’idea “quasi bachiana” nascosta tra le sue note. Il testo, pur derivando originariamente da una lauda sacra dedicata a Maria, si trasforma qui in una parabola laica e profonda sulla vita, metaforizzata proprio dal mare. Il significato più intimo del pezzo risiede nella ricerca di una persona in cui specchiarsi per salvare la propria anima, elevando il fatto stesso di credere in questa connessione a un vero e proprio atto di fede che supera l’umano. Anche Luka Nreka è fortemente legato a “In questo mar”, “Una bellissima storia d’amore" aggiunge. Il legame di Antonio Curto con la musica scava invece nei ricordi e negli affetti più profondi. «La pastorella», ci racconta senza poter nascondere l’emozione, “la collego al Sàngo nusènto (rov. Sangue innocente, bozzetto radiofonico che narra la storia di una pastorella e del suo fratellino) e alla figura di mia madre Mariza, e ai traumi giovanili da lei vissuti. Proprio per questo motivo, è il brano che mi suscita la maggiore scarica emotiva, ed è quello che ho faticato a cantare per molto tempo, dopo la sua morte, un impatto intenso che ritrovo soltanto in Marinar”. Infine, Alessio si confronta con la complessità strutturale di Vergine bella che, con i suoi quattro minuti e mezzo di durata, rappresenta una vera e propria sfida tecnica e interpretativa, “Quando la fai, se la fai bene, hai vinto. Puoi cantare tutto!”; oltre a questa ricorda con particolare piacere: “[…] Stanco da pasculà, Spunta la bella aurora, Oh, luna mite, chiara e Guarda che notte placida, particolarmente carica di significato perché mi ricorda i rovignesi che con questa ho accompagnato “nel loro ultimo viaggio” […]”. Un’esperienza che è prima di tutto sensoriale, sonora certamente, ma anche tattile, fisica ed emotiva, come ci hanno raccontato i cantori che, posizionandosi uno accanto all’altro, si intonano e durante l’esecuzione ricercano ogni volta una sensazione di equilibrio e benessere. Una fusione delle voci e una necessità di entrare a vicenda nel suono dell’altro che rende impossibile l’esecuzione di questo repertorio a parti staccate. Le voci si fondono quindi nella ricerca di una vibrazione che all’ascoltatore non può che dare la sensazione di una grande apertura, come un respiro disteso. Cantano abbracciati, ascoltando le vibrazioni che i loro corpi producono, si guardano e alla maniera dei vièci – gli anziani – portano avanti la loro tradizione. L’ultima domanda che abbiamo posto è: come si sviluppa la ricerca delle Nuove Quattro Colonne? Il punto di partenza fondamentale per l’attività di riscoperta delle àrie da nuòto è stata la pubblicazione nel 2020 del volume “Li àrie da nuòto” di Libero Benussi, studioso autodidatta rovignese. Quarantaquattro àrie da nuòto trascritte da Benussi stesso e numerose registrazioni d’epoca raccolte in due CD. Tra queste, il punto di riferimento primario per la loro prassi esecutiva sono
state le registrazioni del 1969, realizzate da Libero Benussi stesso e quelle del biennio 1983-1984 di Roberto Starec. Esaminando l’ampio arco temporale che va dagli anni Cinquanta al 2017, il gruppo ha individuato in questi due specifici documenti storici l’interpretazione più vicina allo spirito originario, trovandosi in perfetta sintonia con quel modello espressivo. Al contrario, la modalità esecutiva che si era consolidata negli anni precedenti al loro intervento di riscoperta, ha subito quello che può essere definito un “riarrangiamento” della tradizione ed una successiva cristallizzazione in parte dovuta alla diffusione di armonizzazioni a quattro voci delle àrie da nuòto, che ne hanno assimilato la struttura a quella tipica del canto corale maschile tradizionale di montagna diffuso nel Nord Italia (per intenderci, sul modello dei Cori della SAT). Tale pratica ha finito per snaturare il repertorio rovignese, allontanandolo dalla sua identità originaria. L’attività pratica e musicale del quartetto Nuove Quattro Colonne è guidata da una rigorosa ricerca scientifica volta al recupero dei repertori e della “maniera dei vièci” che ne conservi l’essenza primaria senza, tuttavia, proporre una sterile riproposizione di un passato, permettendo a ognuno dei membri del quartetto uno spazio di ascolto e personalizzazione intrinseco alle peculiarità timbriche, vocali e alle esperienze di ascolto che porta con sé.
Ester Melchiorre
Tags:
I Luoghi della Musica



