“Quando la musica flusce attraverso di me, è allora che accade davvero”, Sonny Rollins (1930 - 2026)

Walter Theodore “Sonny” Rollins era nato il 7 settembre 1930, a New York City. Il padre Walter e la madre Valborg (nata Solomon) venivano dalle Isole Vergini. Il più giovane di tre fratelli, crebbe a Harlem e a Sugar Hill, in una famiglia di musicisti: padre clarinettista, sorella pianista, fratello maggiore violinista. L’esordio già nel 1949 è con Babs Gonzales e subito dopo con musicisti di spicco, dal Modern Jazz Quartet con cui pubblica il suo primo album nel 1953, agli artisti del bebop, a cominciare da J.J. Johnson e Thelonious Monk con cui ci consegna “Thelonious Monk and Sonny Rollins”: l’album venne pubblicato nel 1956 dalla Prestige con brani registrati in tre sessioni tra il 1953 e il 1954 (originariamente pubblicate nel 1954 in tre LP da 10”: “Thelonious Monk Quintet Blows for LP”, Prestige PRLP 166, “Thelonious Monk Plays”, Prestige PRLP 189, e “Sonny Rollins and Thelonious Monk”, Prestige PRLP 190.


Nel 1955 prende il posto di Harold Land nel quintetto di Clifford Brown e Max Roach e il 22 giugno dell’anno Rudy Van Gelder, a Hackensack, nel New Jersey, registra il suo sesto album, il più famoso, “Saxophone Colossus”, prodotto e pubblicato a marzo del 1957da Bob Weinstock per la Prestige, con il pianista Tommy Flanagan, il bassista Doug Watkins e il batterista Max Roach. Il lavoro faceva seguito ad altri due ottimi album,  “Plus 4” (Prestige, 1956) e “Tenor Madness” (Craft/OJC, 1956); fece seguito nel 1957  “Way Out West” per la Contemporary, il suo debutto alla Carnegie Hall e gli album per la Blue Note con artisti come J. J. Johnson al trombone, Horace Silver o Monk al piano, e Art Blakey alla batteria, “Sonny Rollins, Volume Two” e  “A Night at the Village Vanguard” A Dicembre Rollins, Sonny Stitt e Dizzy Gillespie suonano insieme in “Sonny Side Up” cui fa seguito il suo canto più politico, “Freedom Suite” (Riverside, 1958).  Recensendo “Saxophone Colossus” per la rivista “DownBeat”, Ralph J. Gleason scrisse “Quasi come una risposta all’accusa di mancanza di grazia e bellezza nel lavoro degli hard-swinger newyorkesi, ecco arrivare questo album in cui Rollins mostra delicatezza, raffinato senso estetico e umorismo malizioso. Il tutto con uno swing senza compromessi”. Ad aprire l’album era la sua composizione “St. Thomas”,  arrangiamento della canzone popolare “Sponger Money” delle Bahamas, che sua madre gli cantava come ninna nanna (e che anche il pianista Randy Weston aveva inciso nel 1955 con il titolo “Fire Down There”). Qui  la ascoltiamo, a metà degli anni ’60, con Kenny Drew al piano, Niels-Henning Orsted Pedersen al contrabbasso e Albert "Tootie" Heath alla batteria.


Non ancora trentenne, Rollins pensa a come migliorare la propria musicalità e si prende la prima di due famose e lunghe “pause”: questa durerà due anni e mezzo, dall’estate del 1959 alla fine del 1961 (la seconda la prenderà dieci anni dopo, dal 1969 al 1971) . Per lunghe ore, ogni giorno si esercita al sax tenore sotto il ponte Williamsburg. A quel ponte sarà dedicato l’album "The Bridge", il primo album di Rollins dopo il suo autoimposto esilio dai palchi e dagli studi di registrazione, registrato in quartetto con Jim Hall alla chitarra, Bob Cranshaw al basso e Ben Riley alla batteria (sostituito da Harry T. Saunders in un brano). Due brani dell'LP vennero registrati anche durante il programma televisivo "Jazz Casual" di Ralph J. Gleason poco dopo la realizzazione dell'album.


Nel 1963 suona per la prima volta in Giappone dove si avvicina all’Oki Do (pratica che interseca buddismo zen e filosofia induista) studiando con il maestro Masahiro Oki. In quegli anni studia anche filosofia e poesia africana e afroamericana. Nel 1965 sposa Lucille Pearson, che sarà anche sua manager, e firma un contratto con la Impulse! con cui pubblica “Alfie”,  la colonna sonora composta per  l'omonimo film britannico del 1966 arrangiata e diretta da Oliver Nelson, con Kenny Burrell, Jimmy Cleveland, J.J. Johnson e Roger Kellaway (arrivò al 17° posto nella classifica R&B di Billboard).


Per misurare l’ampiezza delle scelte artistiche di Rollins, vale la pena accostare all’orecchiabile “Alfie”, l’ultimo album che Rudy Van Gelder registrò il 9 maggio 1966 prima della seconda “pausa” di Rollins dagli studi di registrazione, “East Broadway Run Down”, prodotto da Bob Thiele con Elvin Jones alla batteria e Jimmy Garrison al contrabbasso. Così Carlo Serra racconta il brano “Blessing In Disguise”: “Si tratta di una macrovariazione su un riff orchestrale. Ascoltare le poliritmie di Elvin Jones, la sua capacità timbrica sui piatti e l’estasi interpretativa di Rollins, che spreme da quell’inciso un mondo di pattern ritmici e melodici, con quel timbro imponente che tanto piaceva a un altro genio, Coleman Hawkins, è una esperienza indimenticabile.  Siamo sul piano di una improvvisazione molto libera, dove i controtempi di Jones talvolta devono appoggiarsi alla fonetica di Rollins. Bellissimo il solo di Garrison, straordinario tutto il disco, con Freddie Hubbard, ma loro due assieme sono una lezione di Groove su musica da camera. Dispiace per chi non riesce ad avvicinarsi alle frizioni di questa musica superba: basterebbe ascoltare come il vecchio gioco della cadenza evitata venga inteso da Rollins come gioco puramente timbrico. I pianissimo del sax tenore e le risonanze accompagnano l'ascoltatore al solo melodico di Garrison”.


Tornò in studio nel 1972 per realizzare “Next Album”,  il primo per la Milestone label, con George Cables, Jack DeJohnette, Bob Cranshaw and Arthur Jenkins. Memorabile la sua versione di “Skylark” che introduce e chiude tutto solo. Nel mezzo, accompagnato dagli altri musicisti, esprime la sua maestria come intelligente e sensibile interprete di ballate. L’anno dopo viene eletto nella DownBeat Jazz Hall of Fame. Seguiranno per la Milestone altri sedici album in studio e cinque album registrati dal vivo. In totale ha pubblicato oltre sessanta album.


Rollins ha ricevuto il Grammy Award for lifetime achievement nel 2004. Non si è più esibito pubblicamente dopo il 2012 a causa di ricorrenti problemi respiratori causati da una fibrosi polmonare aggravata dall'esposizione alle polveri tossiche sprigionate dal crollo delle Torri Gemelle l'11 settembre 2001 a poca distanza da casa sua. Ha annunciato il suo ritiro nel 2014; nello stesso anno è stato il soggetto di un documentario televisivo olandese intitolato “Sonny Rollins-Morgen Speel Ik Beter” (Domani suonerò meglio). Nell’ottobre del 2015, Rollins ha ricevuto il premio alla carriera dalla Jazz Foundation of America. Nella primavera del 2017 ha donato il suo archivio personale allo Schomburg Center for Research in Black Culture, uno dei centri di ricerca della New York Public Library. La cronaca che ha tenuto del suo percorso e del suo pensiero, il libro “Taccuini”, è stato pubblicato quest’anno da il Saggiatore, tradotto da Marco Bertoli, con un’ introduzione di Sam V.H. Reese. Se frequentate jam di musica jazz vi capiterà di ascoltare sue composizioni, diventate “standard”, come “Oleo”, “Doxy”,  “Airegin”.  Qui lo ascoltiamo in concerto nel 1992 alla Philharmonic Hall di Monaco con Clifton Anderson al trombone, Mark Soskin al piano,  Jerome Harris alla chitarra elettrica, Bob Cranshaw al basso elettrico e Yoron Israel alla batteria. In scaletta, nella prima parte, tre suoi brani, “Here's to The People”, “I should Care”, “Duke of Iron”, seguito da  “Tennessee Waltz” (Pee Wee King), “Long Ago and Far Away” (Jerome Kern) e “Where or When” (Miles Davis).


Alessio Surian

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