A distanza di un anno dalle sorprendenti sperimentazioni domestiche di "Home" (2024), il chitarrista e compositore padovano di stanza a Barcellona, Ulrich Sandner torna a esplorare i confini dilatati della narrazione strumentale con "Field (a western soundtrack)", pubblicato nell'ottobre 2025 sempre per la lungimirante etichetta Materiali Sonori. Laureato in musica moderna e jazz nella capitale catalana, Sandner ha forgiato nel corso degli anni una cifra stilistica personalissima che si configura come un crocevia polveroso dove le ruvide radici del blues e del rock si intersecano con le suggestioni improvvisative del jazz e le avanguardie elettriche europee, come già ampiamente dimostrato nei precedenti lavori "Músicas contra el diluvio" (2010) e "Il vecchio mulino e il pittore pazzo" (2014). In questo nuovo, affascinante capitolo discografico, impreziosito dal missaggio e mastering di Flavio Ferri al Republica Records Studio e dall'evocativo artwork ideato da Rosa Lavita in collaborazione con Arlo Bigazzi, la logica della colonna sonora viene programmaticamente capovolta: non è la pellicola a dettare i tempi e le dinamiche dello spartito, ma sono i suoni stessi, svincolati da ogni costrizione visiva, a generare fotogrammi vividi nella mente dell'ascoltatore, rendendolo a tutti gli effetti co-autore di un immersivo e personale western interiore. Le ispirazioni estetiche e concettuali attingono a piene mani dalle lande desertiche e di frontiera celebrate dalla letteratura di William S. Burroughs e dal teatro di Sam Shepard, riverberando echi che arrivano da Ennio Morricone come da Ry Cooder, ma senza mai scadere nella trappola della citazione didascalica. Il suono che permea l'intero lavoro si nutre di un'essenzialità acustica sapientemente stratificata, dove il tintinnare di corde grandi e piccole, i riverberi, le asprezze armoniche e i silenzi si mescolano in un amalgama fluido che fonde world music, folk d'autore e ambientazioni cinematiche, il tutto sostenuto da arrangiamenti curatissimi in cui Sandner suona la quasi totalità degli strumenti a corda, dai mandolini ai violini, fino ai sintetizzatori. Il viaggio immaginifico si apre con le visioni di "West", dove chitarra acustica, mandolino, violino e pianoforte fanno da scenario alla vocalità dell'artista italo-inglese Elle, presenza fondamentale e co-protagonista sonora dell'opera: i suoi interventi vocali, a tratti vicini alle asperità gutturali di Captain Beefheart o di un primitivo Tom Waits e altrove accarezzati da risate enigmatiche, ci spingono a cercare riparo tra i cactus, fungendo da preludio ideale agli arpeggi labirintici, quasi à la Durutti Column, della successiva "The Church The Well And A Tree", dove chitarre acustiche ed elettriche si inseguono fluttuanti. Il passo si fa poi cadenzato, caldo e profondamente rassicurante in "Horse", guidato da fischi, tocchi di violino e percussioni leggere sotto una buona, solitaria stella di frontiera, per poi approdare in modo naturale alla prima incarnazione tematica, "Field (Cricket's theme)", un microcosmo sonoro in cui i colpi di tosse della stessa Elle si trasformano in educate percussioni corporali, cullate da folate di vento sintetico e linee di piano che allargano a dismisura lo spazio circostante, fino a suggerire lande quasi siderali ed esplorazioni spaziali nell'immediatamente successiva "Cabin", dominata dal dialogo straniante tra chitarra acustica e sintetizzatori. Questa tensione emotiva tra terra arida e cosmo infinito trova improvvisamente una dimensione del tutto domestica, felpata e notturna nella brevissima introduzione "Cat On A Piano (intro)", una pregevole e solitaria parentesi pianistica che anticipa di un soffio i contorni tenuemente lisergici e la luce crepuscolare del delicato acquerello "(A Cat Called) Armenia", impreziosito dal suono tintinnante di monete e dai cori rarefatti. La trama narrativa si riannoda poi tra arpeggi dotti e linee di violino sapienti nella scheggia acustica "Field (rough)", per spalancare subito dopo le proverbiali porte a battente di un surreale e vivace "Tea Party At The Saloon", brano che accoglie le percussioni organiche di Alex Carmona e la coltre di rumori ambientali in un contesto che profuma squisitamente più di dinamiche ritmiche alla Django Reinhardt e di felliniane carovane circensi che di una classica epopea americana standardizzata. È con le risonanze di "Grapes Of What" che la narrazione si spinge arditamente verso memorie di Grande Depressione alla maniera di John Steinbeck, tra taglienti chitarre elettriche, battiti di frame drum e polvere, accompagnandoci inesorabilmente verso il desolato epilogo strumentale della terza e ultima ripresa del tema portante, "Field (Cricket's death)", che chiude il cerchio vitale di un ipotetico antieroe ormai arreso al respiro del vento. Il vero e proprio sipario emotivo di quest'opera cala però in modo magistrale con le atmosfere di "Només Ser Una Boira", l'unica vera ballata in senso strutturale del disco che vede il decisivo ingresso della batteria di Alex Carmona e del profondo contrabbasso di Héctor Tejedo Minieri, su cui si staglia fiera l'intensa, ruvida e commovente interpretazione vocale del cantautore catalano Jordi Pèlach. "Field (a western soundtrack)" non rappresenta solo la conferma del talento eclettico e visionario di Ulrich Sandner, ma si attesta come un'esperienza di ascolto immaginifica che sfida le convenzioni musicali e valica ogni genere musicale.
Salvatore Esposito
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