Simona Di Gregorio — Volu volu (Autoprodotto, 2025)

È una musica saggia e pellegrina quella della cantante siciliana Simona Di Gregorio. Percorrendo il suolo culturale di una terra ricca di tradizioni e bellezza, negli anni ne ha rilevato le pulsazioni più visceralmente autentiche, ridonando respiro e volo a un canto di inestimabile valore. Radicata nel rigoglioso habitus di suoni e significati di una regione artisticamente affascinante, ne ha omaggiato e reinterpretato il folklore con rispetto e personalità; non solo, rinvenendo ponti espressivi con altre culture, ne ha arricchito il linguaggio sonoro realizzando produzioni sincreticamente interessanti. Ultimo tassello del suo preziosissimo lavoro di musicista e ricercatrice è l’album concettuale “Volu Volu” (giugno 2025), ispirato al mondo alato degli uccelli, simbolo di libertà, messaggeri d’amore e figure liminari tra stati d’essere e dimensioni. Il disco si apre con la omonima “Volu volu”, in cui un ballo cantato dell’isola El Hierro (Canarie), “El baile del vivo”, registrato dalla folklorista campesina Valentina De La Sabinosa, si intreccia organicamente con una “canzuna” raccolta ad Alcara Li Fusi nel 2005, intonata dalla cantora Angela Fragapane. Il risultato è un sorprendente innesto di voci e melodie meravigliosamente dinamico. Tratto dal “Corpus di musiche popolari siciliane” dell’etnomusicologo e compositore Alberto Favara, “U primu volu”, canto di mietitori di Paceco (Trapani), è accompagnato con poetica tenerezza da un delicato dialogo tra kalimba, fisarmonica e piattini di tamburello siciliano. Segue l’energica serenata “Ti prummisi amuri” (Lipari), in cui la voce della Di Gregorio si spiega con vigorosa potenza su di un vivace danzare di chitarra, violino e castagnette. Su “Saluti a la me dia” — canzone alla carinisa (al modo di Carini, Palermo) unita ad un canto di marinai registrato a Portopalo (Siracusa) — in duetto con il cantante Faisal Taher, soffia uno zufolante vento mediorientale che trascina le due voci in un ipnotico inseguirsi. In “L’accordu”, brano alla maniera dei “carritteri”, un soffuso frinire estivo e un ronzante scacciapensieri offrono intelaiatura ritmica ad un potente e magico melismare. “Di notti si’ voccamarina niura/ Di jornu cammini ‘nta strata/ ch’e ciuri ‘nte trizzi/ Cantannu a lli jatti ca scausa ti nni vai/ Cantannu a lli jatti ca ‘o scuru ti nni vai”, questa è la descrizione di Marabecca, sinistra figura del folklore siciliano, protagonista di una delle tracce più intriganti dell’album; scritta in collaborazione con Pamela Toscano, è composta su di un baldanzoso ritmo manouche. Dopo l’allegro e coinvolgente stornello “Nni ora nni mmai” (Santa Lucia del Mela, Messina), con un incantevole armonizzarsi di voci, trasportate da un flebile ruscellare, si apre “La turturedda” (Ficarra, Messina), in cui un appassionato mandolino ricama una malinconica danza. Divertente montaggio di filastrocche tratto da Raiteke è il ballo “U jocu”. A conclusione del disco, la bellissima “U nidu”, che con essenzialità unisce la “Cialoma” (canto dei tonnaroti di San Vito Lo Campo), intonata insieme alle profonde voci del coro Unicavuci — progetto corale fondato e diretto dalla stessa Di Gregorio — e “Nota di li careri” (“canzuna” alla maniera delle tessitrici al telaio) cantata a cappella su un cinguettio di uccellini all’alba. E così planando, con voce piena e vibrante, su di un eterogeneo orizzonte emotivo e di senso, la cantante ci pone in ascolto di un richiamo ancestrale che trascende confini e temporalità, rigenerando il nostro sentire. 


Maria Claudia Leone

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