Sergio Berardo – Viola. Sus la rota encara (Lou Dalfin, 2025)

Chiudete gli occhi e lasciatevi trasportare fuori dal tempo, di fronte a voi si apre una strada popolata da saltimbanchi, illusionisti, mascalzoni; uomini e donne che hanno scelto il margine non come condanna, ma come forma di conoscenza. “Viola. Sus la rota encara” è il varco attraverso cui Sergio Berardo li richiama alla luce, uno a uno, come carte di un mazzo antico. Ogni brano è un tarocco sonoro: contiene una storia, un personaggio, un presagio. L’ordine può cambiare, il mazzo può essere mischiato, ma il sortilegio resta intatto. Non è un caso che le bellissime illustrazioni dell’album, firmate da Andrea Coppola, siano ispirate ai tarocchi. Interpretano il disco, gli danno un volto distinto (o piú volti) e ne sono grammatica visiva. Berardo dispone i brani come carte su un tavolo d’osteria: ogni canzone ha il suo personaggio, il segno di un mestiere, il presagio di una strada. Viene in mente la filastrocca “Volta la carta”, magari ascoltata da bambini dalla voce di un nonno: una figura ne chiama un’altra, una storia ne apre un’altra, in un gioco di rimandi che sembra non esaurirsi mai. È anche per questo che risulta complesso identificare brani che spicchino sugli altri. Tutti funzionano nel contesto, come appunto un gioco di carte. L’uno senza l´altro sono monchi, insieme si presentano come un caleidoscopico, caotico e metamerfico meccanismo a orologeria, sempre diverso e insieme familiare. “Sus la rota encara”, ancora sulla strada, non è soltanto un titolo: è una postura esistenziale che rimanda certo ai suonatori ambulanti di ghironda che per secoli hanno attraversato lingue e confini, portando con sé racconti e astuzie, ma richiama anche l’immaginario interculturale dell’on the road. La ghironda occitana riecheggia su un selciato che arriva fino all’eco elettrica e psichedelica di “On the Road Again” dei Canned Heat, una strada dove la musica é conoscenza e contaminazione. Sergio Berardo evita ogni trappola del folk revival calligrafico. Voce storica e fondatore dei Lou Dalfin, Berardo, si dedica alla materia occitana ma con la passione sanguigna di chi sa che il passato può ancora mordere il presente. Accanto a lui, voce e ghironda, si muove una piccola carovana acustica: Alessio Carletto e Gioele Bernardi alle ghironde, Roby Avena alla fisarmonica, Riccardo Serra alle percussioni e Cristina Saletto alla voce. La presenza di più ghironde non è un semplice dettaglio timbrico: moltiplica il respiro ipnotico dello strumento. La materia sonora ruvida e magnetica, una trance collettiva che incalza, vibra, trascina. La fisarmonica apre squarci melodici, le percussioni riportano tutto alla terra e al passo, le voci danno corpo a una teatralità popolare che profuma di strada e osteria, di una ritualitá quotidiana tra il sacro e il profano. I brani di “Viola” raccontano storie sfuggite alla ribalta ufficiale. Tra queste spicca “Fanchon La Villeuse”, nome d’arte di Françoise Chamin, suonatrice di ghironda nella Parigi del Settecento, figlia di immigrati della Val Tinea, artista di strada capace di radunare folle nei pressi del Pont Neuf. Si tratta di un personaggio tanto celebrato quanto irregolare, spesso in bilico tra mito popolare e cronaca malfamata. In lei si condensa l’immaginario dell’intero disco, in cui la musica é piú che mai sopravvivenza, seduzione edisobbedienza. L´album é assolutamente e inequivocabimente politico, nell´accezione più antica e necessaria della parola. Riguarda tutti, tratta del modo in cui gli esseri umani attraversano lo spazio comune, pur resistendo all’omologazione. Berardo guarda ai musicanti ambulanti, ai cantastorie, agli eretici e vi riconosce antenati possibili di chi ancora oggi cerca di mettere insieme il pranzo con la cena senza abbassare lo sguardo. Il risultato finale è un disco al tempo stesso colto e istintivo, arcaico e contemporaneo. Un album che non cerca l´abbraccio rassicurante della tradizione, bensí ne esaspera l´inquetudine come chiave per nuovi passaggi e nuovi punti di vista. La cultura occitana è punto di partenza per un viaggio più ampio fatto di marginalità creative e ribellioni. Berardo guarda al passato e ai suoi fantasmi per rimetterli in cammino. Sulla ruota della ghironda questi sanno perdersi, sconfinare, cambiare ordine alle carte e ripartire ancora respirando vite nuove e vita nuova. 


Jacopo Dentice

Posta un commento

Nuova Vecchia