Fabio Turchetti – Odis(s)ea. Omaggio a Nikos Kazantzakis (CPC, 2025)/Fabio Turchetti – Saltimbanc (CPC/CNI, 2026)

Il percorso artistico di Fabio Turchetti, polistrumentista dalla vulcanica creatività, si è indirizzato, da diversi anni, non solo in un’appassionate ricerca di nuove vie di dialogo musicale tra i suoni del mondo, ma anche, parallelamente, alla esplorazione delle radici linguistiche del territorio cremonese. Il risultato è un viaggio che non si chiude nei confini provinciali, ma parte dall’uso del dialetto per riannodarsi alle sue esplorazioni sonore. A testimoniare questa vocazione giungono, a distanza ravvicinata, due lavori discografici intrisi di poesia e lucida visione: "Odis(s)ea. Omaggio a Nikos Kazantzakis" (CPC, 2025) e il nuovissimo "Saltimbanc" (CPC e CNI, 2026). In entrambi i progetti, Turchetti si conferma autore, compositore e polistrumentista sensibile in grado di tracciare rotte musicali che uniscono le brume della Bassa padana ai sentieri del mito classico e della precarietà esistenziale. Il primo disco "Odis(s)ea. Omaggio a Nikos Kazantzakis" è un'opera dalle risonanze epiche in cui l'artista cremonese lancia una sfida apparentemente impossibile: tradurre l'universo del celebre poeta, traduttore e drammaturgo greco del Ventesimo secolo, noto ai più per il romanzo "Zorba il greco", nelle asprezze fonetiche del dialetto cremonese. L'ispirazione nasce dal titanico seguito ideale dell'epopea omerica scritto proprio da Kazantzakis, in cui Ulisse, dopo vent'anni di attesa, viene rifiutato da Penelope per essere divenuto un assassino. Braccato dai parenti dei Proci in cerca di vendetta, all'eroe non resta che riprendere il mare con il figlio Telemaco verso nuove avventure. L'opera greca originale è un inno visionario alla vita e alla libertà, nonché un monumento immortale alla lingua ellenica e ai suoi dialetti, intessuta con le parole dei pastori, dei contadini e dei pescatori di Creta e delle isole dell'Egeo, raccogliendo i termini antichi degli anziani analfabeti. L'operazione di Turchetti non è una mera trasposizione, bensì un ponte emotivo: i sentimenti e l'amore per la terra bagnata dal sole e dal mare greco si specchiano nelle verdi pianure e nel duro lavoro di campagna della realtà padana. Il dialetto cremonese, in via di estinzione e celebrato attraverso la rilettura dei poeti locali, diventa il vettore perfetto, la lingua autentica che Kazantzakis avrebbe apprezzato. La musica funge da collante vitale in questa scommessa, ricordandoci che l'amore per le proprie radici è un sentimento universale, non una barriera per escludere il prossimo, e che custodire la propria lingua ancestrale significa semplicemente imparare a dire meglio chi siamo. Da questo afflato mediterraneo e rurale, il flusso creativo si evolve e ci trasporta nelle atmosfere
circensi del recente "Saltimbanc", album che si snoda attraverso dieci canzoni che ruotano attorno al concetto antico e doloroso del sacrificio dell'artista. Qui le fonti letterarie di riferimento si fanno plurali e vertiginose: i testi, sempre orgogliosamente in dialetto cremonese e firmati interamente da Turchetti (che nel disco si fa carico di suonare quasi tutti gli strumenti), attingono linfa da opere magistrali come "O Grande Circo Místico" di Jorge de Lima, "Il funambolo" di Jean Genet, le riflessioni di "Morte nel pomeriggio" di Ernest Hemingway e le tesi contenute ne "Il simbolismo dell'acrobazia antica" di Waldemar Deonna. La metafora si palesa cruda e vitale: fare arte implica affrontare ostacoli immensi e, nel caso delle arti circensi o taurine, accettare il rischio della morte come parte integrante dello spettacolo. Eppure, anche in questo scenario dal respiro internazionale, la narrazione si àncora saldamente al territorio d'origine, richiamando la storia di Castelponzone, un borgo a pochi chilometri da Cremona noto storicamente come il paese dei cordai. Qui, la produzione di corde di canapa costringeva gli abitanti a una vita da venditori girovaghi, in netto contrasto con la stanzialità legata alla terra dei contadini limitrofi. Le fiere del paese, ancora oggi documentate nel locale museo, richiamavano giostrai e saltimbanchi, creando un microcosmo nomade che rivive nei solchi del disco. Dal punto di vista sonoro, "Saltimbanc" si nutre di arrangiamenti essenziali ma ricchi di pathos teatrale, costruiti quasi interamente attorno a una suggestiva formula antifonale di richiamo e risposta. Per dare corpo a questa struttura, Turchetti ha fortemente voluto al suo fianco Simona Maffini, voce di inestimabile valore già protagonista nel 2011 dell'album "Corte aperta". La presenza della Maffini è il vero collante culturale dell'album: la sua vocalità, profondamente radicata nella tradizione della bassa cremonese, restituisce una matericità arcaica che contrasta e abbraccia il polistrumentismo di Turchetti. Le composizioni si sviluppano organicamente accostando al canto brevi e penetranti inserti recitati, dove il testo si rivolge a un "tu" generico che sfuma progressivamente e inevitabilmente nell'"io", rendendo il gesto fisico e mortale dell'acrobata una parabola condivisibile dell'esistenza umana. Ascoltare in sequenza "Odis(s)ea" e "Saltimbanc" significa immergersi in una dimensione dove la world music e al ricerca non sono materiali d'archivio, ma materia viva e pulsante. Fabio Turchetti dimostra con maestria autoriale come la musica tradizionale e il dialetto possano trascendere i propri confini geografici per farsi interpreti del tormento di un Ulisse inquieto o delle vertigini di un trapezista, regalandoci una doppietta discografica preziosa e necessaria, capace di fondere la fatica della terra con la più alta e universale poesia.  


Salvatore Esposito

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