Ci sono artisti che non si limitano a cavalcare il mutamento culturale, ma lo provocano, lo teorizzano e lo trasformano in un manifesto estetico e politico. Claudio “Cavallo” Giagnotti ha coltivato questa attitudine guidando i suoi Mascarimirì dalla musica tradizionale alla sua Trad-Innovazione che ha rimesso in discussione i canoni del folk revival. A distanza di cinque anni da “Music For Dancing”, lo ritroviamo con “TRADISCO” nuovo album pubblicato con il side-project Elettro Mascarimirì, un album audace che travalica i confini del conformismo commerciale per innestare i tamburi a cornice del Centro-Sud Italia nei flussi ipnotici delle discoteche mediorientali degli anni Settanta e Ottanta, tra derive psichedeliche, accenti levare e sferzate acid house. Ma per comprendere appieno la complessa architettura sonora di "TRADISCO", occorre necessariamente fare un passo indietro, addentrandosi nelle pieghe di una biografia umana, antropologica e intellettuale straordinaria. In questa lunga e intensa conversazione con Andrea Carlino, Claudio “Cavallo” ci conduce per mano attraverso i nodi cruciali del suo percorso: dall'attivismo politico del 1991 a Muro Leccese con l'esperienza di Terra de Menzu all’asse transnazionale con la Marsiglia sotterranea di Manu Théron e del Massilia Sound System, per giungere alla strenua, quotidiana difesa dell'identità tecnica e culturale del tamburreddhu contro le banalizzazioni del turismo di massa. Dal dialogo con Andrea Carlino è nato il ritratto ravvicinato di un operatore culturale allergico ai compromessi, che rivendica la sacra libertà del "tradimento" artistico per rimanere, paradossalmente, l’unico vero e autentico custode della tradizione. (Salvatore Esposito)
Coniughi da sempre il tuo essere musicista con un’anima da attivista e operatore culturale. Partiamo da questo aspetto…
In realtà io nasco prima come operatore culturale e poi come musicista. Nel 1991, quando si cominciavano a organizzare le prime manifestazioni della sinistra salentina a Lecce, io risiedevo a Muro Leccese, che all'epoca era una roccaforte storica della Democrazia Cristiana, la terra della Famiglia Fitto; di conseguenza, nella mia zona ero una vera e propria mosca bianca. Per trovare ossigeno mi spostavo in quelle isole culturali un po' diverse come Melpignano e Martano. La mia traiettoria di attivista militante si sviluppa proprio in quel contesto, quando nel 1991 organizzammo, insieme ad alcuni amici di Martano, un Primo Maggio alternativo in piazza. Fu un evento epico per il territorio.
Il Primo Maggio del 1991 rappresenta, dunque, un primo snodo fondamentale del tuo percorso personale e artistico.
Avevo appena vent'anni e davo una mano in prima linea per l’organizzazione di quella manifestazione. Da quell'esperienza nacque un’associazione culturale a Muro Leccese e poi prese vita “Terra de Menzu”, un giornale, dal formato editoriale molto particolare: era un foglio unico stampato che, piegato in un certo modo, trasformava ogni quartino in un articolo autonomo. Lo realizzavamo insieme a Fernando Bevilacqua e a tutti quelli che lui definiva affettuosamente i suoi "ragazzacci": io, mio fratello, Carlo Calabrese, Carlo "Canaglia" De Pascali, tutti personaggi che ancora oggi sono attivi, fanno musica e operano sul territorio. Successivamente, nel 1998, ho fondato il progetto Mascarimirì, proprio perché l'orizzonte della riproposta della musica tradizionale dell'epoca cominciava a starmi stretto. Già allora avvertivo il limite di quelle solite dieci canzoni che venivano riproposte in loop, e che purtroppo ancora oggi continuano a ripetersi in maniera un po' sterile. Nel 2009, poi, ho avviato con “Gitanistan” una ricerca approfondita sulla mia famiglia, una dinastia rom-salentina, che è stata la vera genesi che mi ha condotto, anni dopo, alla concezione di "TRADISCO".
Parliamo del docufilm “Gitanistan - Lo stato immaginario dei Rom - Famiglie Salentine”, un'opera che ruota proprio intorno alle vicende della tua famiglia…
Da quel lavoro cinematografico e di ricerca storica si sono sviluppate una serie di fitte relazioni internazionali con strutture, associazioni e operatori culturali italiani ed europei che si occupano specificamente delle comunità rom in Europa. In parallelo è fiorito un altro grande progetto di salvaguardia dello strumentario tradizionale. Come ben sai, mi occupo da sempre di percussioni e insieme a Biagio Panico e alla "bonanima" di Vito Giannone abbiamo avviato un lavoro di riscrittura tecnica ed espressiva del tamburo salentino, una pratica esecutiva che rischiava seriamente di andare perduta. Se non fosse stato per il progetto "Tamburello o Tamburreddhu?" – che è stata una vera e propria azione di comunicazione e di reimpianto culturale incentrata sul tamburo a cornice salentino – io penso che oggi questo strumento avrebbe perso la sua identità profonda, schiacciato dallo show business dell'estate salentina che aveva fagocitato e standardizzato ogni cosa. Ultimamente mi sto focalizzando sul Salento, la Calabria e la zona Vesuviana con le tammurriate.
Il "tamburreddhu" non è solo uno strumento, ma anche un simbolo identitario molto potente.
È un concetto che ho cercato di trasmettere proprio l'altro giorno mentre ero in macchina con Francesco (Mancini). Gli facevo notare un dettaglio: "Senti questo specifico passaggio del pezzo, ascolta come suona il bendir nordafricano incastrato rigorosamente con una struttura ritmica di pizzica pizzica." Oggi purtroppo vedo musicisti che prendono un bendir e lo suonano su qualsiasi cosa, snaturandolo completamente; non è più un bendir. È l'equivalente di suonare la pizzica pizzica utilizzando le bacchette della batteria: anche se riesci a tenere il tempo, perdi irrimediabilmente la sonorità, la grana e la caratteristica peculiare dell'etnocentrismo di quello strumento. Per questo motivo, nel mio nuovo disco ho voluto far emergere con forza questi nodi: pur trattandosi di musica prettamente elettronica, all'interno vi si percepisce tantissimo ethnos, tanta radice profonda. Naturalmente occorre una sensibilità affinata per coglierlo, non sarà per tutti. Credo che questa operazione sia estremamente futuristica.
Credo sia la direzione corretta per ampliare i confini di ricezione del pubblico e sottrarre il folk agli stereotipi.
Purtroppo, oggi sta trionfando un modello commerciale legato al brand della Taranta che nel Salento sta portando cose buone dal punto di vista turistico, ma decisamente meno buone sotto il profilo della tutela culturale. Quando parlo di questo, non mi riferisco alla Notte della Taranta in sé come evento, ma al "modello Taranta" inteso come stereotipo spettacolarizzato e svuotato di senso.
Attraverso l’uso dell’elettronica, però, siete riusciti ad avvicinare moltissimi giovani a queste sonorità di confine.
Penso all'esperienza del progetto Giardino del Follaro. La soddisfazione più grande era immaginare i ragazzi che, fruendo dei moderni sistemi di ascolto digitale dopo una serata passata da noi, cercavano su Shazam in macchina quella musica, quei ritmi tradizionali che di solito vengono sistematicamente espulsi e rimossi dai canoni della disco commerciale. Accanto a questo c'è una forte componente di rischio gestionale e di totale indipendenza: chi altro nel Salento porterebbe avanti per undici anni consecutivi un festival rigorosamente autofinanziato, senza ricevere un solo soldo di fondi pubblici? Paghiamo tutto, e ci tengo a sottolinearlo con orgoglio, esclusivamente con gli incassi del bar e dei cocktail.
Questo modello economico basato sull'autonomia produttiva e su una cura meticolosa di ogni aspetto della filiera sembra ormai collaudato alla perfezione.
Nel 2003, quando i Mascarimirì hanno iniziato a girare a livello nazionale e internazionale, abbiamo importato a Muro Leccese un'idea di autogestione mutuata direttamente dalla scena di Marsiglia, in particolare da quella struttura d'avanguardia che si chiamava Mic Mac. L'ho gemellata inizialmente con la realtà di Dilinò – con la quale stavamo toccando dinamiche molto pop – per poi far confluire l'intera esperienza in Arra Produzioni Mediterranee, l'etichetta e piattaforma con cui continuo la mia ricerca sonora odierna. Non ho mai accettato compromessi politici né economici. La libertà intellettuale ha un costo altissimo che si paga in due direzioni: da un lato puoi perdere qualcosa in termini di profitto e di
Nel vostro contesto internazionale emerge da sempre un legame viscerale con Marsiglia e con la sua straordinaria scena musicale.
Io approdo a Marsiglia nel 1998 grazie a un attivista militante – e qui si torna puntualmente al discorso dell'attivismo – di nome Alèssi Dell'Umbria, che scendeva in Puglia ogni estate perché innamorato della nostra cultura popolare. Ha scritto un libro sulla Marsiglia popolare che ha ricevuto premi importantissimi. All'epoca, a Marsiglia, la scena del canto tradizionale era nascosta, non era così visibile nelle strade; le forze dominanti erano altre, penso a realtà come il Massilia Sound System. Il canto in lingua occitana e provenzale faceva fatica a emergere. C'era però un progetto appena nato che si chiamava Gacha Empega, che in provenzale significa letteralmente "i muratori". Il suo fulcro era Manu Théron, un musicista che oggi è diventato un'icona assoluta del canto provenzale-occitano. Grazie al suo lavoro, oggi ci sono almeno quindici gruppi che fanno musica di matrice occitana rigorosamente in lingua. Nel 1998 iniziamo questo scambio culturale attraverso Mic Mac, un'associazione che si occupava di intercettare un progetto musicale locale e proiettarlo sul mercato internazionale, permettendo la nascita di tantissime band. Si era creato un asse Muro Leccese-Marsiglia pazzesco, ci spostavamo quasi ogni quindici giorni: il venerdì partivamo dal rione di Santa Marina, si saliva in macchina e si viaggiava verso la Francia, per poi rientrare il lunedì o il martedì. Tre giorni di viaggio. Andavamo a Marsiglia come se fosse un'uscita fuori porta: "Che facciamo questo fine settimana? Andiamo alla Plaine – il quartiere della movida marsigliese – e andiamo a fare festa." Nel 1998 era solo una questione di condivisione musicale, poi sono arrivate le implicazioni sentimentali e professionali, la collaborazione con gli occitani è diventata strutturata e abbiamo dato vita a svariati progetti. Nel 2000 firmai il primo esperimento di contaminazione salento-occitanica alla Notte della Taranta, coinvolgente un gruppo fantastico che si chiamava Dupain, che in lingua significa "il pane". Era l'anno in cui il festival si spostò per la prima volta agli Agostiniani. Presentammo uno spettacolo talmente d'impatto che il maestro concertatore Piero Milesi, dopo aver ascoltato i brani in produzione, ci disse: "Ragazzi, voi non dovete aprire il festival, dovete chiuderlo, perché questo progetto è troppo elettronico, troppo potente." In quell'anno in cui dominava la Pizzica
Sinfonica, noi portavamo un terremoto sonoro. L'anno successivo, nel 2001, curai un'altra produzione speciale sempre per il Concertone, intitolata "Nuevo Flamenco Dub", dove coinvolsi Manu Théron. Abbiamo continuato a coltivare questo flusso continuo Muro Leccese-Marsiglia, gemellando idealmente i due mondi. Nel 1998 stampai persino una maglietta celebrativa che univa Triciu, il mio rione a Santa Marina, con La Plaine di Marsiglia: eravamo un'unica grande famiglia. Pensa che a marzo scorso, mentre mi trovavo a Marsiglia per una festa, un ragazzo si è presentato sotto il palco indossando ancora quella maglietta storica; mi sono commosso profondamente. E lo scambio non si ferma: proprio qui a Uggiano la Chiesa si è trasferito stabilmente uno dei componenti storici del Massilia Sound System.
Come si è orientata e strutturata la tua ricerca etnomusicologica ed espressiva in questi ultimi anni?
In questo momento storico mi sto focalizzando in maniera quasi esclusiva sui repertori ritmici del Salento, della Calabria e ovviamente della Campania, esplorando a fondo le tammurriate della zona vesuviana.
Ed è esattamente in questo alveo che si inserisce l’idea del nuovo album “TRADISCO”…
In "TRADISCO" risiede una profonda riflessione legata all'attivismo culturale. Attraverso l'ascolto di Aris San, un cantante greco-israeliano, proprietario di un night club che ha reso popolare la musica greca e che ha vissuto in Israele tra la fine degli anni '50 e gli anni '60, ho iniziato a interessarmi ai ritmi coreutici di quel vasto golfo di terra che si estende dalla Grecia orientale, penso a Smirne e Salonicco, fino ad arrivare a territori che oggi sono tragicamente scenari di guerra, come Israele e le aree limitrofe. Volevo comprendere a fondo cosa ballassero i giovani nelle discoteche di quelle aree geografiche negli anni
Settanta e Ottanta. Nel corso di questa indagine mi sono imbattuto nelle produzioni di un artista che in quel periodo animava le piste da ballo mediorientali fondendo musiche greche, turche, israeliane e libanesi con i beat elettronici dell'epoca. Faceva clubbing con il patrimonio tradizionale. Guarda caso, oggi stiamo assistendo alla riscoperta internazionale di queste sonorità grazie a band di grande successo come gli Altın Gün e a molti altri ensemble che reinterpretano il rock psichedelico e il funk turco.
E senza l'utilizzo di una precisa architettura elettronica un amalgama del genere sarebbe tecnicamente impossibile da ottenere.
Esattamente. Ho preso i tamburi a cornice del Centro-Sud Italia e li ho innestati all'interno di questi beat di derivazione mediorientale, sviluppando una riflessione prettamente elettronica. È un disco di musica elettronica dichiarata, in cui la componente acustica è ridotta al minimo; c'è un solo brano che esordisce in acustico per poi deviare bruscamente verso l'elettrico. Questo approccio, per intenderci, si scontra apertamente con la grande confusione filologica e performativa che vedo oggi in Italia intorno all'uso dei tamburi a cornice. Ci sono troppi personaggi che si stanno affacciando a questo mondo in modo superficiale e antropologicamente non corretto nei confronti del tamburreddhu. L'anima dell'attivismo non si spegne mai, è parte integrante dei Mascarimirì e di Claudio Cavallo. Io mi batto ogni singolo giorno per la dignità del tamburo, ogni santo giorno.
Il titolo “TRADISCO” racchiude in sé una molteplice chiave di lettura. Personalmente vi scorgo un gioco di parole come "TRADISCO da un disco all'altro", o più in generale nel senso di tradere
latino (trasportare, trasbordare) – dove c’è anche il senso di sconfinamento e dove anche l'atto del tradimento si intreccia indissolubilmente con il concetto di tradizione. La tradizione si può soltanto tradire! È inoppugnabile e lo sapevano anche i grandi filologi sin dal Rinascimento…. E poi tradire ha anche qualcosa di implicitamente trasgressivo, sovversivo, antistituzionale, se si pensa all’ambito erotico-sentimentale. Oppure si può più semplicemente immaginare che tu abbia giocato sull’assonanza tradisco-Badisco…. O forse Tradisco è tutte queste cose insieme.
La radice etimologica tra- è meravigliosa ed è la medesima che unisce il "tradimento" alla "tradizione". Al tempo stesso, "TRADISCO" tradisce coscientemente lo stereotipo della stessa dance music contemporanea: oggi il pubblico è abituato a ballare quasi esclusivamente sui quattro quarti, sulla cassa dritta. Tuttavia, produttori illuminati come Martin Meissonnier hanno analizzato ampiamente come nelle discoteche francesi della fine del secolo scorso, e in particolare all'interno della scena Raï algerina di Marsiglia di cui ero perdutamente innamorato, i codici ritmici fossero radicalmente differenti e asimmetrici. Qualche settimana fa ascoltavo una playlist funky e riflettevo su quanto sia strutturalmente facile per un DJ mixare il funk e la disco, poiché è tutto estremamente quadrato, geometrico, ampiamente prevedibile. Al contrario, quando ti trovi a fare un DJ set di autentica world music e devi miscelare una cumbia colombiana con un ritmo balkan ti accorgi che gli accenti ritmici e i levare sono distanti anni luce. Chiunque lavori con l'elettronica orientata alla danza sa perfettamente che la cassa governa l'intero contesto, ma la vera sfida risiede nella complessità del concetto ritmico sottostante. Ed è proprio su questo crinale che si gioca la partita di "TRADISCO".
Andrea Carlino
|EM| Elettro Mascarimirì – TRADISCO (Arra Produzioni Mediterranee, 2026)
Fin dagli esordi storici alla guida dei Mascarimirì, Giagnotti ha saputo scardinare con lucida preveggenza gli stilemi più ingessati del folk revival nostrano, introducendo e teorizzando il concetto di “Tradinnovazione”, un vero e proprio codice espressivo capace di far dialogare l'arcaico rituale del Sud con le pulsazioni nevrotiche della modernità urbana. Questo lungo percorso di maturazione, costellato di palchi internazionali, profonde ricerche sul campo e feconde contaminazioni d'avanguardia, ha trovato una ulteriore e dirompente evoluzione nel side-project denominato |EM| Elettro Mascarimirì, una costola prettamente sperimentale del gruppo salentino, nata con l’obiettivo di ridefinire radicalmente i confini della world music elettronica e mediterranea. Dopo aver tracciato una memorabile linea di demarcazione con il precedente capitolo discografico intitolato "Music for Dancing", Claudio “Cavallo” torna con il nuovo album "TRADISCO". In questo secondo capitolo, le ispirazioni si fanno ancora più stratificate e coraggiose, attingendo direttamente dal cuore pulsante del patrimonio coreutico meridionale per operare una sbalorditiva metamorfosi genetica: Pizziche Pizziche, Tammurriate e Tarantelle non vengono semplicemente campionate o rivestite di una modernità superficiale, ma subiscono una riscrittura strutturale profonda all'interno di tessuti ritmici ibridi e ipnotici. Il suono complessivo di "TRADISCO" si presenta come un magma denso e avvolgente, in cui i beat dance marcatamente ispirati alle produzioni degli anni Settanta e Ottanta si fondono in maniera viscerale con derive psichedeliche, suggestioni transfrontaliere e improvvise sferzate di una acid house acida e ossessiva. Gli arrangiamenti, caratterizzati da una straordinaria essenzialità espressiva priva di qualsiasi compiacimento didascalico, esaltano il ruolo totemico e centrale di un elemento cardine e inamovibile: “lu Tamburreddhu”. Il tamburo a cornice salentino, suonato da Giagnotti prende il centro della scena, trasfigurandosi in una sorta di drum machine umana, un vero e proprio ponte analogico teso tra la tradizione e il futuro digitale. La vocalità di Claudio “Cavallo” Giagnotti, fiera, ruvida e magnetica, si muove dentro questo flusso sonoro come una guida rituale, conducendo l'ascoltatore in una trance fisica concepita esplicitamente per il movimento libero dei corpi. L'ascolto dell'album mette in luce vette di assoluto rilievo interpretativo, a cominciare dall'irresistibile versione electro della celebre "Pizzica di Cutrofiano", un brano magistrale interamente dedicato alla memoria storica di Uccio Aloisi, leggendario cantore della tradizione salentina, di cui si rievoca la potenza arcaica attraverso un ordito sonoro elettronico che ne esalta la drammaturgia rurale senza scalfirne la sacralità originaria. Altrettanto toccante e cruciale all'interno dell'economia narrativa del disco è il vibrante tributo rivolto a Vito Giannone, storico mandolinista dei Mascarimirì recentemente scomparso, una figura di riferimento il cui spirito continua a fluttuare tra le trame di quest'opera; la sua assenza si fa presenza sonora vibrante, uno spazio sacro in cui le corde della memoria continuano a risuonare nell'etere tecnologico grazie alla sensibilità interpretativa impressa da Giagnotti. Ogni traccia di "TRADISCO" risuona dunque come un manifesto politico, nel quale non vi è alcuna concessione alla nostalgia, bensì un'urgenza espressiva di rara onestà intellettuale, capace di dimostrare come la musica di tradizione possa ancora essere meravigliosamente contemporanea.
Salvatore Esposito








