Roberto Ottaviano – Dark Sides (Dodicilune/I.R.D., 2025)

Sassofonista e compositore tra i più apprezzati della scena jazz italiana, Roberto Ottaviano si è sempre distinto per una rara capacità di far convergere la colta tradizione del jazz europeo con una tensione costante verso la ricerca che lo ha portato spesso a muoversi in territori sonori differenti. Il nuovo album “Dark Sides” lo vede affiancato da una formazione inedita composta da straordinari strumentisti come Peppe Frana all'oud, Luca ‘DJ Rocca’ Roccatagliati alle elettroniche e ai campionamenti, Giorgio Vendola al contrabbasso e Ermanno Baron alla batteria e conferma – se mai ce ne fosse stato bisogno – la sua capacità di non limitarsi a suonare il suo strumento, ma ad abitarlo profondamente, svelandoci la sua visione densa e stratificata della musica. Con questo nuovo disco, Roberto Ottaviano (sax soprano, clarinetto alto, elettronica) ha dato vita ad un progetto articolato, un’opera che è al contempo ricerca sonora e manifesto politico-estetico. La musica, infatti, si eleva ad atto di resistenza contro le "zone d'ombra" della contemporaneità — dall'orrore dei genocidi alle asettiche ma brutali manipolazioni della finanza globale — cercando di restituire quel senso critico e quella memoria che il tempo presente sembra aver smarrito. Le architetture sonore di “Dark Side” si reggono su equilibri sorprendenti tra sonorità world e echi post-moderni in cui il sax e l’oud dialogano con i loops digitali declinando al futuro il jazz. Ad aprire il disco è “A Long Deception”, un brano che ci trascina in un’atmosfera di sospensione e ambiguità; qui, il sax soprano di Ottaviano traccia linee divergenti sopra una tessitura elettornica, evocando quella sensazione di straniamento tipica di chi si muove tra le menzogne del potere. Senza soluzione di continuità, ci si ritrova tra le pieghe di “Preachers and Merchants”, un episodio vibrante dove la maestria esecutiva del quintetto emerge con prepotenza. In questo scenario, che richiama un ipnotico groviglio immaginifico, il leader inserisce una citazione di “Goodbye Pork Pie Hat”, rendendo omaggio a Charles Mingus e Izzy Young in un contesto world-jazz dove il mercato e il tempio sembrano confondersi tra ritmi incalzanti e trame digitali sotterranee. Il sacro torna a farsi strada con “Gabriel’s Message”, rielaborazione del canto natalizio basco “Birjina gaztetto bat zegoen”. È un momento di purificazione spirituale: l’oud di Peppe Frana disegna arabeschi traslucidi, mentre il sax si innalza in un registro luminoso che trasforma l’Annunciazione in un quadro sonoro rinascimentale, sospeso tra mistero e contemplazione. Il vertice del disco risiede nella title track “Dark Sides”, dove il clarinetto alto di Ottaviano genera un’aura di tensione urbana quasi soffocante. Il contrabbasso di Giorgio Vendola scava solchi profondi, assecondato dalle manipolazioni di DJ Rocca che aprono fenditure notturne, descrivendo un blues futurista che interroga le nostre coscienze. A stemperare la tensione, ma con un retrogusto ironico e provocatorio, arriva “Musk Aroma Therapy for Trumpeters”, un’improvvisazione in cui le percussioni di Ermanno Baron e gli effetti elettronici sornioni creano una danza tribale e volatile, quasi che la musica potesse farsi essenza olfattiva per sfuggire alla materia. La memoria geografica si sposta poi verso Est con “Syte”, una composizione di radice balcanica introdotta da un loop ipnotico dello strumento a corde; il brano lievita gradualmente, trasformando la malinconia tipica di quelle latitudini in un groove travolgente e multiforme che culmina in un fraseggio liberatorio del sax. L’inquietudine si fa attesa metafisica in “Waiting the Flood”, dove l’ordito strumentale suggerisce l'imminenza di una catastrofe, preparando il terreno per la struggente bellezza di “Bridal Ballad”. In questa rilettura del brano di Jocelyn Pook, la fragilità del lirismo di Ottaviano si sposa con un’atmosfera vagamente scandinava, nascondendo tra le note quel dramma shakespeariano che non concede tregua all'anima. Il rigore del pensiero si traduce in suono con S”pinosa Lacrimae”, un dialogo geometrico che evoca il conflitto tra ragione e sentimento attraverso una scrittura che ricorda le architetture di Spinoza, ma solcata da profondi scandagli interiori. Verso la fine del percorso, “If You Want to tell me something (shout up)” emerge dal sottosuolo come un manifesto di ribellione pacifica, dove un'elettronica perforante si incarna in un grido collettivo di rara potenza espressiva. Il congedo è affidato alla celebre melodia di “Goin’ Home”, tratta dalla Sinfonia Dal Nuovo Mondo di Antonin Dvořák. Qui il ritorno non è nostalgia, ma ricerca di un "altrove" perduto; gli strumenti dialogano con una solennità spirituale che chiude il cerchio di un viaggio faticoso ma illuminante. “Dark Sides” è un'opera di un valore filologico e umano immenso. Guardando la ragazza in copertina — ritratta in un vagone della metropolitana mentre si protegge con le braccia incrociate e gli occhi chiusi — comprendiamo che questo disco è il suo scudo sonoro. In un’epoca di sovraesposizione e aridità, Roberto Ottaviano firma un lavoro che non si limita a documentare la bravura di un ensemble, ma sancisce un atto di responsabilità estetica. Ogni nota è un gesto di restituzione, ogni scelta timbrica è una riflessione sul presente. 


Salvatore Esposito

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