Avvocato di professione e cantautore per vocazione, Antonio Pascuzzo ha alle spalle un percorso artistico che riflette pienamente la sua personalità eclettica non solo di musicista, ma anche di agitatore culturale. Noto per essere stato mente e voce del progetto "Rossoantico", il cantautore calabrese si è ritagliato uno spazio personalissimo nella scena cantautorale italiana, muovendosi con agilità tra i confini della world music, del folk e delle sonorità acustiche del manouche, portando avanti una ricerca estetica che affonda saldamente le radici nella tradizione ma che guarda con curiosità alla sperimentazione e all'incontro tra culture diverse. Si tratta di traiettorie che sfidano le convenzioni, dividendo il tempo tra la precisione dei codici e la libertà assoluta della composizione, in un equilibrio raro dove il rigore del pensiero si traduce in una scrittura musicale limpida e priva di sovrastrutture. A distanza di dieci anni dal gustoso “Pascouche”, lo ritroviamo con "La tela di Pascouche", album che rappresenta non solo la sintesi perfetta del suo immaginario artistico, ma segna la sua piena maturazione come songwriter. Laddove, infatti, il precedente ne aveva svelato l’attitudine agli attraversamenti sonori e la ricerca nei territori del manouche, in questo nuovo album Pascuzzo compie un passo ulteriore verso la definizione di un canone estetico originale. In questo disco, la canzone d’autore si spoglia di ogni orpello per diventare un luogo di incontro, di racconto, una piazza ideale dove la memoria del Sud dialoga con il jazz europeo e con la world music. La tela che Pascuzzo dipinge, con colori acustici cangianti, non è solo una metafora della creazione, ma un intreccio tangibile di esperienze umane e professionali che riportano il baricentro della sua poetica verso un’essenzialità quasi pittorica, dove ogni nota sembra depositata sul pentagramma con la cura di un restauratore.
Le ispirazioni che animano l'intero progetto sono molteplici: ci sono echi inconfondibili
dello swing europeo e del gipsy jazz di Django Reinhardt, ma anche di tradizioni musicali dell’Italia Meridionale, come di influenze latin che vanno dalla rumba al tango, dando vita ad itinerario sonoro che si dipana tra latitudini e longitudini differenti. Il suono dell'album è volutamente organico, caldo, viscerale e del tutto privo di qualsiasi artificio elettronico, costruito minuziosamente su arrangiamenti di un'essenzialità solo apparente, ma in realtà dotati di una ricchezza timbrica straordinaria. È un tessuto musicale fatto di pura vibrazione acustica che si sposa alle parole con un'ironia sottile, a tratti amara, e una profondissima sensibilità umana. Prodotto da Alessandro Chimienti (chitarra classica, elettrica, acustica, mandolino, programmazione elettronica e cori), il disco vede la partecipazione di un ampio cast di strumentisti: Mario Dovinola (pianoforte e tastiere), Marco Monaco (batteria), Marco Siniscalco (basso elettrico e contrabbasso), Carmine Ioanna (fisarmonica), Pericle Odierna (fiati), Raul Scebba (percussioni), Juan Carlos Albelo Zamora (flicorno, violino, armonica, mandolino), Adriana Ester Gallo (violino e cori), Suvi Valjus (violino e cori), Giovanna Famulari (violoncello e cori), Adriana Marinucci (viola e cori) e Simona Sciacca (voce e arrangiamento cori) a cui si aggiungono gli ospiti Puccio Panettieri (batteria), Mago del Blocco (programmazione elettronica), Mauro Menegazzi (fisarmonica) e ne “Il tempo che mi serve”: Francesco Forni (chitarra acustica, chitarra elettrica, basso, voci, arrangiamento), Filippo Cornaglia (batteria e percussioni) e Matteo Scarpettini (percussioni aggiunte). Accolti dalla bella copertina che riflette le atmosfere dei vari brani, il disco si compone di nove brani suddivisi idealmente, in omaggio ai 33 giri, in Lato A e Lato B, che catturano sin dal primo ascolto per vitalità e potenza immaginifica. L’album si apre con “Cavalli”, dove ritmi galoppanti e arpeggi chitarristici evocano le atmosfere atmosfere di Atlantide in “Totò sceicco”. Si prosegue con le sonorità balkan de “Il muto e il menestrello” a cui Pascuzzo affida la storia di giovane musicista girovago che pian piano si sovrappone a quella dell’autore in un gioco di specchi autobiografico. Un acquerello denso di lirismo è “Il ponte degli amanti” ispirata da due giovani amanti che, in piena pandemia, si incontravano nei pressi di Ponte Duca d’Aosta, perché “l'amore si prepara per quando sarà forte”. “Rosa” è una ballata dal ritmo sinuoso che racconta la storia di Rosa Maria Dell’Aria, una maestra di italiano che spiegava ai suoi alunni la tragica storia del binario 21 ed è finita messa alla berlina sui social da un esponente di Casapound. Il Lato A si conclude con “Capra” surreale filastrocca dal ritmo saltellante in cui sono protagonisti la Capra, Crepa, la Panca e la Banca sono protagonisti e scenario in cui si svolge l’ultima rapina, ad impreziosire il tutto la partecipazione di Alessandro Mannarino. “L’ultima lama” apre il Lato B con un ritmo lento è il racconto dei tanti tradimenti che subiamo nella nostra vita, mentre la successiva “Il condominio dei malandati” è cantata in duetto con Simona Sciacca e descrive i ricordi di una serata trascorso sul balcone della sua casa natale. La pianistica “La città dei supermercati” arriva da una registrazione dal vivo e descrive una città di provincia ormai svuotata della sua anima e dai centri commerciali. Chiude il disco “Il tempo che mi serve”, scritta a quattro mani con Francesco Forni, nel cui climax dai colori latin si intrecciano i ricordi di tante serate passate a scrivere canzoni a casa o nei club come il The Place a Roma di cui Pascuzzo è stato il direttore artistico per dodici anni. “La tela di Pascouche” è, dunque, un disco gustoso, pieno di belle vibrazioni e ottime canzoni che non mancherà di appassionare quanti vi dedicheranno un ascolto attento.
Salvatore Esposito
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