Orchestra Topica – Magic Umbu (Retro Music, 2026)

Cinque anni dopo il debutto autoprodotto “Chorando a Napoli” (2024), il quintetto strumentale di residenza partenopea torna con “Magic Umbu”. Questo nuovo lavoro esce sotto l’egida produttiva del fiatista Pietro Santangelo, pubblicato in digitale e vinile da Retro Music, la sub-label vintage di Davide Mastropaolo, di Agualoca Records. Il risultato è un album che non solo suona bene, ma destabilizza anche i confini geografici. Descritto come “una passeggiata a ritmo sincopato tra i vicoli di Napoli”, il titolo rivela subito la deriva immaginifica che inizia con l’incontro ravvicinato con un venditore ambulante che offre un frutto esotico dalle proprietà misteriose: l’umbu. Da quel morso, la realtà urbana si trasforma, la musica cambia le prospettive, mescolando vita di strada e visioni oniriche. Dalla narrazione emerge una Napoli colorata e meticcia, che sfida la rappresentazione e l’auto-rappresentazione da cliché, abitata da personaggi che si affacciano dai brani con naturalezza teatrale. La band crea sonorità con l’intento di fondere la tradizione del Choro de Gafieira brasiliano con i groove afrobeat e l’eleganza delle orchestre da ballo italiane del secondo dopoguerra, guardando a numi tutelari come i maestri Gorni Kramer e Piero Piccioni. Questo mix è possibile grazie a una line-up formata dal genovese Roberto Dogustan (chitarra a sette corde), dal parigino Joe Zerbib (trombone) e dai napoletani Davide d’Alò (clarinetto), Francesca Diletta Iavarone (flauto) e Augusto “Gibbone” Celeste (pandeiro e percussioni). Al viaggio si uniscono anche gli ospiti Davide Maria Viola (violoncello), Toni Marascia e Dario De Simone (percussioni). Sono nove tracce che partono dalla title-track, che tra movenze di danza e iterazioni mostra una prima parte dissonante, prima di cedere al clima sonoro di un chorinho (l’effetto del frutto, appunto). Subito dopo, “Caju” lega i vicoli partenopei e le favelas di Rio. Si para davanti il pezzo più ironico del lotto, “Caxixe”, il cui centro narrativo è un automa, sorta di “bon savage” rousseauiano costretto a replicare meccanicamente la recita del napoletano ad uso e consumo dei turisti. “Lacup” offre un riuscito cortocircuito: impregnato di afro-beat il brano diventa nevrotica colonna sonora delle peripezie di un cittadino alle prese con la burocrazia della sanità pubblica. Invece, “Sto già là” è un samba canção dove la matrice brasileira prende il comando; su un ritmo di 5/8, “Stuti” omaggia la comunità srilankese-napoletana, motore vitale dell’economia e della vita cittadina (“Stuti”, non a caso, significa “grazie” in srilankese). Ci sono anche “Settott”, che ci sposta in territori jazzati, e “Santa Teresa degli Scalzi” (una delle aree di Napoli ad alto tasso di decibel prodotto dal traffico), dove il rumorismo del traffico cittadino viene progressivamente risolto in un incontro con la natura. “Topi” è la bossa nova che chiude il lavoro. La scorribanda urbana termina dove tutto deve finire a Napoli: di fronte al mare con un tuffo balsamico. Tuttavia, una volta in acqua, si insinua un dubbio: è stato tutto vero o solo un sogno? Suona Napoli! Napoli lisergica e tropicale! Ci sono gusto, piacevolezza meticcia e ironia: quanto basta! 


Ciro De Rosa

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