Marisa Anderson – The Anthology of UnAmerican Folk Music. Vol 1 (Thrill Jockey Records, 2026)

Si potrebbe dire che in questo suo nuovo album Marisa Anderson interpreti musiche dall’ “Asse del Male”, evocando la provocatoria serie di documentari BBC firmata dal compianto giornalista musicale, broadcaster radiofonico e DJ globetrotter Andy Kershaw. Altrettanto simbolico è il titolo che la chitarrista di Portland (Oregon) ha scelto, un ironico rimando alla celeberrima e influente raccolta “Anthology of American Folk Music”, pubblicata nel 1952 da Harry Smith per la Folkways. Da tempo Anderson scava negli universi folk, blues e jazz, incorporando nel suo lessico sonoro tecniche tradizionali, avanguardia, minimalismo e improvvisazione. Come spiega lei stessa: “Il mio approccio alla tradizione è con le mani che ho e con la storia che ho. In questo senso è una collaborazione: non si inizia una collaborazione cercando di suonare come l'altra persona, ci si va per scoprire come suonare insieme”. Nel giugno del 2023, a Tulsa (Oklahoma), la musicista ottiene un accesso limitato alla biblioteca e alla discoteca personale di Smith. Tra i tesori d'archivio, la sua attenzione viene catturata da vinili provenienti da ogni angolo del globo, risalenti soprattutto agli anni '60 e '70. La folgorazione arriva con l'ascolto di un album di griot nigerini: una curiosità irrefrenabile che la spinge a chiedere il permesso di digitalizzare i materiali per lei più significativi. È in questo momento – una vera e propria epifania, la definisce – che nasce l'ossatura di “The Anthology of UnAmerican Folk Music”. Il focus è sulla musica prodotta dal 1970 (anno di nascita di Anderson) a oggi in Paesi storicamente in conflitto con gli Stati Uniti. Conflitti che, in un modo o nell’altro, hanno attraversato la vita stessa della chitarrista: dal Sud-est asiatico all'URSS, fino al mondo arabo e islamico. Nasce così questo Volume 1, primo di una pianificata trilogia, in cui Anderson rilegge nove brani tracciando una rotta che va dall’Afghanistan al Vietnam, passando per Yemen, Cambogia e Turkmenistan. Ogni traccia diventa un dialogo intimo tra il presente della musicista e la registrazione originale, un invito a riflettere: “Chi sono le persone che, nel corso della nostra vita, ci sono state descritte come ‘non americane’? E cosa abbiamo perso, o cosa ci è stato negato, a causa di questa etichetta?”. Nelle note di copertina dell'album – pubblicato dalla label chicagoana Thrill Jockey – la polistrumentista riconosce apertamente i limiti del proprio operato: la storica difficoltà di accedere a tradizioni esterne ai canali commerciali statunitensi, la scarsità di documentazione sui materiali originali e il tempo ridotto per esplorare patrimoni culturali immensi. Eppure, il messaggio politico e culturale resta fortissimo: “Essere ‘non americani’ significa essere associati al comunismo o all’Islam; significa essere etichettati come anti-cristiani, anti-capitalisti, una minaccia per la democrazia e per il sistema di valori ‘occidentali’. Spesso ‘non’ diventa sinonimo di ‘anti’: se non sei con noi, sei contro di noi. Mentre gli Stati Uniti si isolano in una deriva xenofoba, credo sia nostra responsabilità contrastare queste narrazioni riduzioniste. Dobbiamo uscire dalle nostre zone di comfort, aprire i cancelli e rifiutare il ricatto di chi ci vende la paura in cambio di protezione. Non è facile, ma è necessario. Il cambiamento inizia con la curiosità e con la volontà di ascoltare”. Sull’approccio musicale precisa: “Sono una musicista, non un’etnomusicologa o un'antropologa. Mi interessa capire come le persone e le note si muovano nel mondo, e come la guerra, le migrazioni, il colonialismo e le dinamiche economiche influenzino i musicisti. Qual è il rapporto di un popolo con il proprio luogo? Come cambia quando i conflitti costringono a fuggire? Cosa ci portiamo dietro quando lasciamo casa?”. Domande che vanno al cuore della questione. Per rispondere, Anderson mette in campo chitarre elettriche e acustiche, tastiere, requinto jarocho, fisarmonica e tres cubano, affiancata in alcuni passaggi dal violino e dalla viola di Gisela Rodríguez Fernández. L’obiettivo è restare fedele allo spirito delle registrazioni originali, spingendo gli strumenti occidentali oltre i propri limiti organologici, pur nella consapevolezza di non poter replicare fedelmente sistemi musicali altri. “Quodlibet” è lo splendido brano di apertura. Qui il bordone della fisarmonica cromatica fa da contrasto agli intarsi della chitarra acustica, che riproduce i quarti di tono. In origine era una registrazione effettuata in Afghanistan da Bābā Qerān, maestro del liuto dambura. “Rabāba” è tratto da un'esecuzione sul tanbura di Abdullah Mohammad (registrato in un accampamento in Eritrea nel 1968). Anderson si concentra sullo studio dei movimenti delle mani del suonatore: “Ho cercato di replicare ogni suono separatamente: l'attacco, il motivo fondamentale, il tonfo raschiante delle unghie contro la corda, il bordone e il decadimento ronzante. Ho registrato ciascuno di questi elementi su una traccia separata e poi ho costruito il pezzo, prendendomi delle libertà nel montaggio e scaglionando gli ingressi. Ho anche tentato di riprodurre il suono di una mucca in fuga”. “Sarvi Simin”, in origine eseguito al rubob del Badakhshan, rinasce come un intenso duetto tra chitarra elettrica e fisarmonica, arricchito dal violino di Gisela Rodríguez Fernández. “Taqsim for Guitar” è la rilettura di un’improvvisazione preludio per violino registrato a Damasco nel 1955. Per riprodurre l’elemento microtonale del maqām arabo, Anderson fa un uso magistrale del bending sulle corde della chitarra. È yemenita “Zar”, motivo legato a forme di rituali di possessione, brano dalla struttura pentatonica, ripreso su requinto e diverse chitarre, con il supporto di violino e viola. Un brano turkmeno originariamente eseguito da una coppia di duduk (uno melodico, uno di bordone) viene ripensato con chitarra elettrica e tastiera. Anderson rallenta la melodia, usa riverberi e registri profondi, creando fluttuazioni che sfociano in un’atmosfera ambient e decisamente dark. “Rop Koh” la cui fonte sonora è la String Orchestra di Siem Reap (Cambogia), è un loop melodico pentatonico in 4/4 che viene destrutturato e ricostruito mediante chitarra, pedal steel e piano elettrico. L’album culmina in “Hamd / Mamoor Ho Raha Hai”, con cui ci si sposta in Pakistan con un canto qawwali dal repertorio dei fratelli Sabri. Anderson preserva le tre sinuose linee vocali di questo pezzo estatico, restituendone l’impatto emotivo attraverso chitarre e fisarmonica. In chiusura “Whistle Music” è un adattamento minimalista per piano elettrico basato su registrazioni di fischietti di bambù del Vietnam centrale. La struttura originale prevede tre flauti di cui uno esegue una frase percussiva a nota singola, gli altri due alternano frasi a due note. “Ho trasposto ciascuna delle tre frasi in ottave separate e le ho suonate dritte per diversi minuti. Dopo circa tre minuti le parti hanno iniziato a ingranare a dovere, e ho usato quel punto per far partire il mio montaggio”, dice ancora. “Credo che il cambiamento inizi con la curiosità e con la volontà di ascoltare”, dichiara l’artista che devolverà una parte dei proventi dell’album a Tamizdat, organizzazione non-profit che facilita lo scambio culturale internazionale e aiuta gli artisti a orientarsi nell’attuale politica dei visti, la quale ha reso i tour negli Stati Uniti molto difficili, in taluni casi. Un ottimo avvio per questa trilogia “geopolitica folk” di cui, con identica fascinazione, attendiamo i prossimi capitoli. 


Ciro De Rosa

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