Dopo quattro anni, il cantante e compositore uruguiano Jorge Drexler torna con un album attraversato da dubbi e con una risposta: nel dubbio, balla! Non a caso lo apre, in con l’accattivante “Toco Madera” (“tocco legno”, l’equivalente in spagnolo di “toccare ferro”): da un lato la radice poliritmica della “clave”, cinque accenti raggruppati in 3-2; dall’altro uno scarno arrangiamento, pur ricercato nei timbri sonori. È il suo quindicesimo lavoro, questa volta registrato in nel suo Paese natale, il che non accadeva da due decenni. Trent’anni fa Joaquín Sabina lo incoraggiò a trasferirsi a Madrid. Da lì ha saputo intersercare le diverse fonti di ispirazione e poesia della regione del Río de la Plata con arrangiamenti attenti alla forma canzone e alle sonorità contemporanee. Il titolo del nuovo album rimanda al candombe uruguiano e all’ennesimo gioco di parole: il titolo è un’onomatopea che suona come un ritmo del tambor “chico” (del candombe, un colpo con la mano e due con il palo/bacchetta, e, foneticamente condensa l’espressione “estar acá” (star qui), coniando un neologismo, “taracá, taracá”: la ripetizione del ritmo da corpo e modulo il senso dell’espressione stessa. In un’intervista pubblicata dalla rivista “Los Andes”, Jorge Drexler ha ricordato di essersi “riavvicinato con rispetto al candombe, un contesto molto importante nella cultura afrouruguaya, con codici etici e spirituali ben determinati. In quel contesto ho chiesto a Facundo Balta come tradurre in sillabe quel ritmo del tambor ‘chico’ e lui mi ha detto che suonava come ‘estar acá’. Io non me ne ero reso conto; da lì ho riscritto una parte della canzone partendo da quel concetto. Il candombe è un ritmo di trance, si suona orientati all’introspezione, in uno stato quesi meditativo. D’altra parte, è una parola con tutte le vocali in “a”, la vocale più diretta, quella che non oppone resistenza all’aria. Così anche quest’album: all’inizio l’ho affrontato in modo elaborato per poi finalizzarlo in modo più diretto, più crudo”. È anche il frutto di un lavoro collettivo e con collaboratori ventenni. Tre canzoni contengono domande e punti interrogativi. Col senno del poi, anche Drexler lo ha riassunto come un disco che fa i conti con una crisi, con l’aver compiuto 60 anni e everne passati 30 a Madrid, cifre che spingo a
interrogare la propria identità: “È il primo album che realizzo da quando non ci sono più i miei genitori e lo dedico a mio padre. ‘Frontera’ fu il primo da quando ho avuto un figlio, questo arriva nel momento che non sono più figlio e padre, ma solo solo padre. Nell’album parlo di un GPS che indica un allontanamento: mi sono reso conto che forse ero io stesso che mi stavo allontanando. Ho avuto paura e sono tornato indietro, ma non verso qualcosa di certo, piuttosto col desiderio di lavorare con gente molto giovane”.
Il 12 marzo ha presentato il nuovo album nel Centro Culturale La Calenda, nel quartiere Barrio Sur, ne "La casita del Lobo" (La casetta del Lupo), studio e museo del percussionista Lobo Núñez. Ad accompagnarlo c’era la Rueda de Candombe. Rolo Fernández, Darío Teran, Claudio Martínez, Hernán Peyrou, Alejandro Luzardo e Diego Paredes, che, ispirandosi alle rodas di samba del Brasile, hanno creato un rituale, il lunedì, al tramonto. La Rueda l’ha accolto a suonare con loro alla fine del 2024: “Sul palco, cantando, ho sentito quell'energia che avevo già sperimentato negli ambienti del samba in Brasile. Ho sentito che finalmente era arrivato il momento di fare ciò a cui pensavo da anni. Ho cominciato adattando la canzone di Gonzaguinha ‘O que é o que é?’: ha aperto molte porte a quel che è confluito in questo album”. Non a caso è al centro dei brani scelti per presentare l’album a Montevideo a marzo in compagnia della Rueda de Candombe e del pianista e cantante Nacho Algorta – che ha curato gli arrangiamenti, di Facundo Balta al basso, synth e voce, e del coro con Cecilia de los Santos e Camila Ferrari.
Il gruppo di produttori è ampio: il figlio Pablo, Lucas Piedra Cueva, Facundo Balta, Mauro, Tadu Vázquez, Gabo Lugo, Andrés “Fofo” Story, Carles “Campi” Campón e l’amichevole collaborazione di Carlos Casacuberta. Gli undici brani sono attraversati anche da altre matrici tradizionali. È il caso della murga, in particolare ne “Las palabras”, brano dedicato al padre
Gunther che chiude l’album coinvolgendo un gruppo leggendario, la murga “Falta y Resto” diretta da Pitufo Lombardo. A “Rolling Stone” ha raccontato di sentirsi, in primo luogo, un cantautore: “Da sempre ho un rapporto con il candombe da spettatore: con ammirazione e rispetto. Con quest’album ho imparato molto: soprattutto come il candombe continui a essere un genere che trascende di gran lunga la musica, è un’esperienza, una disciplina spirituale, con una componente identitaria molto forte, sociale e comunitaria”. L’omaggio alla musica uruguaiana è esplicito anche nel riferimento a “Tambor tambora” di Jorginho Gularte nel brano “El tambor chico”), ma c’è spazio anche per evocare il cantante flamenco Enrique Morente (1942-2010) insieme alla cantante andalusa Ángeles Toledano, uno dei molti duetti. L’omaggio a Morente diventa l’occasione per Drexler per stendere un geniale e lirico ponte fra lo stile chitarristico che accompagna la milonga e quello delle chitarre di Cuyo, nella regione montuosa dell’Argentina centro-occidentale, all’insegna di un uso orchestrale delle sei corde: “Avevo dei dubbi sull’includere questo brano perché Morente non è molto conosciuto in Uruguay, ma per me rappresenta il coraggio artistico, la combinazione di tradizione e innovazione. Quando cantava, riusciva a fare qualcosa di potentissimo: incanalava il dolore e ti faceva smettere di sentirlo. Era come un parafulmine emotivo”.
La sezione percussiva si fa da parte per uno dei brani più melodici in cui sono la chitarra acustica e la sezione d’archi a ospitare la cantante portoricana Young Miko che unisce la sua voce a quella di Drexler nella ballata “Te Llevo Tatuda”. La cantautrice Meritxell Neddermann è protagonista di “Amar y Ser Amado” in cui la sua voce si trasforma in un coro mentre la si ascolta anche al pianoforte e al synth, offrendo con questo titolo un’indiretta risposta a un altro brano nato dal dubbio, “¿Cómo se ama?”: forse non sappiamo come, ma resta essenziale amare e sentirsi amati. “Nuestra Trabajo/Los Puentes” è l’occasione per ascoltare Americo Young in uno dei brani più esplicitamente ispirati dal candombe, articolato nel dialogo fra voci soliste, coro e percussioni. La clave torna in primo piano nella chiusura affidata a “Las palabras” che racconta come “le persone passano, ma le parole restano”:, un testo scritto in forma di poesia già nel 2017 e musicato solo molto più tardi: “C'era una parte che non mi convinceva del tutto perché suonava troppo didattica, e non mi piace dare consigli nelle canzoni. Così ho trovato la soluzione non usando la mia voce, ma una sorta di coro, come nella tragedia greca. In Uruguay, questo ruolo è svolto dalla murga, che è la voce del popolo. Ho pensato in particolare a “Falta y Resto”, una murga composta da persone di tutte le età, che può rappresentare la società. Lì, quella voce può davvero dire: ‘Usiamo le parole, cerchiamo la sottigliezza’. Il resto della canzone è un omaggio al potere delle parole, alla loro capacità di creare significati, di dare senso al mondo. È dedicata a mio padre, che aveva una grande fiducia nelle parole e nei libri”. Il miglior esempio? “Ante la duda baila”, nel dubbio? Balla. Un brano che ricorda Fossati quando narra dei processi contro le “streghe”. Qui Drexler, letteralmente, legge gli atti dei tribunali che proibiscono le danze e risponde da par suo, in musica.
Alessio Surian
Foto di Manuel Velez
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Sud America e Caraibi


