L’Arpeggiata - Christina Pluhar – La Torre del Oro (Erato, 2026)

Il grande pubblico non assocerebbe spontaneamente un ensemble di musica antica all’America Latina. Ma Christina Pluhar e L’Arpeggiata sono, da sempre, quanto di più lontano si possa immaginare da una rassicurante idea di “grande pubblico”. Da anni Pluhar ci vizia con progetti audaci, ibridi, talvolta spiazzanti: basti pensare alle sue riletture di Purcell o alle incursioni in territori apparentemente estranei al mondo barocco. Con “La Torre del Oro”, l’ensemble torna a esplorare la musica come luogo di incontro, migrazione e trasformazione. Il titolo rimanda alla celebre torre dodecagonale che domina il Guadalquivir a Siviglia, simbolo di una città che, tra Rinascimento e Barocco, fu porto privilegiato delle rotte verso il Nuovo Mondo. Da lì partivano navi cariche di ambizioni imperiali; da lì rientravano merci, ricchezze, strumenti, ritmi, melodie, contaminazioni. “La Torre del Oro” prende proprio questo nodo storico come punto di partenza: non per costruire una lezione musicologica, ma per immaginare un viaggio sonoro tra la Spagna e le molte voci del Nuovo Mondo. Chi si aspettasse una semplice esecuzione di repertori latinoamericani con strumenti antichi, o peggio ancora una sorta di “medieval-core” caraibico, farebbe bene a cercare altrove. Questo disco non è un travestimento esotico, né un esercizio di stile. È piuttosto un matrimonio felicissimo tra dimensioni musicali che, a prima vista, sembrerebbero distanti: il rigore mobile della prassi barocca e la vitalità pulsante delle tradizioni popolari iberoamericane. Il risultato è qualcosa di nuovo e insieme familiare, riconoscibile e sfuggente, come se ogni brano portasse con sé una memoria antica che riaffiora sotto una luce diversa. L’idea del progetto è chiara fin dall’inizio: un viaggio attraverso i continenti e le tradizioni, ma anche attraverso i secoli. Pluhar lavora alacremente con un crogiuolo musicale. E proprio come accade nelle migliori fusioni, non c’è nulla di casuale, come in una lega di metalli preziosi, ogni elemento conserva una sua identità e al tempo stesso contribuisce a una materia comune. Le danze spagnole e le tradizioni del Nuovo Mondo, dal fandango alla ciaccona, dialogano tra loro e con pagine di autori come Alonso Mudarra, Lucas Ruiz de Ribayaz, Santiago de Murcia e altri maestri del repertorio antico, accanto alle quali convivono artisti della seconda metà del Novecento. Tra questi troviamo il nome di Violet Pata ma anche brani come “Tonada de luna llena” di Simón Díaz (resa leggendaria anche dall’interpretazione di Caetano Veloso) o “El Indio” di Reynaldo Armas. Eppure, ciò che colpisce non è la distanza tra questi materiali, ma la loro improvvisa prossimità. La coesione che nasce da un patrimonio così vasto è quasi disarmante: passaggi e armonie ricorrono come fili nascosti e ci conducono per mano attraverso un labirinto musicale che, a prima vista, potrebbe sembrare persino folle. I ritmi incalzanti trascinano alla danza, evocando in chi ascolta colori accesi, saturi di sole, in un’atmosfera sospesa fuori dal tempo cronologico. Esempio lampante è “Yo vengo regando flores”, https://www.youtube.com/watch?v=rq7UelMT3co brano coinvolgente, ipnotico e vorticoso, che non può lasciare indifferenti: qui le sonorità tipiche dell’Arpeggiata si fondono alla perfezione con la passione che permea il testo e la melodia, di evidente matrice mesoamericana. Ma anche i brani più “canonici” nell’ambito della musica antica non restano mai un mero esercizio filologico: si rivelano, al contrario, meravigliosi momenti di respiro, fondamentali per un album che mantiene comunque un piglio molto deciso. Sono esemplari, in questo senso, le pagine di Mudarra, nelle quali Pluhar mantiene una chiave di lettura decisamente barocca e più raccolta, assolutamente necessaria per sciogliere parte della tensione accumulata dai ritmi del Caribe. Questi momenti non interrompono il flusso del disco, ma lo riequilibrano: aprono spazi di sospensione e ascolto, ricordando che il viaggio di “La Torre del Oro” non procede solo per ebbrezza ritmica, ma anche per profondità e controllo. Il “Fandango” di Murcia, poi, merita una menzione perché porta il concetto di melting pot completamente su un altro piano, esulando dalla dimensione meramente ispanica/caraibica dell’album. Il brano sconfina in una bolla arabeggiante, fumosa e sensuale, che risveglia in chi ascolta sogni da mille e una notte e da canzone rebetiko. La scelta dell’organico è, come sempre con L’Arpeggiata, parte essenziale del racconto. Accanto alla tiorba e alla direzione di Christina Pluhar troviamo chitarra barocca, arpa, clavicembalo, cornetto, fisarmonica, maracas, cuatro venezuelano e altri strumenti che allargano la tavolozza timbrica senza mai farla esplodere in maniera gratuita. Le voci di Céline Scheen, Luciana Mancini e Vincenzo Capezzuto aggiungono colore, teatro e sensualità: non sono semplici interpreti “sopra” l’ensemble, ma presenze vive dentro una trama strumentale continuamente cangiante. Uno degli aspetti più riusciti del disco è proprio la sua capacità di evitare sia il purismo sterile sia il folklore da cartolina. Pluhar non pretende di ricostruire un passato immobile; al contrario, sembra ricordarci che la musica antica è sempre stata porosa, nomade, attraversata da scambi, viaggi, appropriazioni e ritorni. Siviglia, in questa prospettiva, non è solo un luogo geografico, ma un crocevia mentale: il punto in cui l’Europa guarda all’America e, inevitabilmente, ne viene trasformata. “La Torre del Oro” funziona perché non cerca di dimostrare una tesi. Il repertorio colto e quello popolare non vengono messi l’uno accanto all’altro come oggetti da museo, ma fatti reagire. Le linee melodiche antiche respirano dentro ritmi più terreni, le pulsazioni latinoamericane trovano una nuova eleganza cameristica, e l’intero disco procede con una naturalezza sorprendente. Si ha spesso l’impressione che queste musiche si siano sempre appartenute vicendevolmente, anche quando sappiamo che la loro vicinanza è frutto di una costruzione intelligente e raffinatissima. Naturalmente, chi cerca un’esecuzione filologicamente severa potrebbe restare perplesso. Ma giudicare L’Arpeggiata con quel metro sarebbe perdere il punto. Christina Pluhar non lavora sulla purezza, lavora sulle possibilità. In primis, la possibilità che il passato non sia un territorio chiuso, ma una materia viva, poi che la musica antica sia tanto conservazione quanto immaginazione e ultima, ma non per importanza, che le tradizioni popolari non siano mero colore locale, ma archivi ricchissimi di memoria collettiva. In questo senso “La Torre del Oro” è uno dei progetti più convincenti dell’ensemble. Non semplicemente un album “di viaggio”, ma un disco sul viaggio come trasformazione. Dalla Siviglia del Cinquecento alle Americhe contemporanee, Pluhar e L’Arpeggiata costruiscono un ponte sonoro che non ha nulla di turistico e molto di poetico. È un disco luminoso, sensuale, colto senza essere accademico, libero senza essere arbitrario. Una torre d’oro, sì, non una torre d’ avorio. Un minareto da cui ascoltare e da cui osservare secoli di scambi musicali per scoprire che il confine tra antico e moderno, tra Europa e America, tra scritto e orale, è molto più sottile di quanto non salti all’occhio. 


Jacopo Dentice

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