Per fortuna non è facile collocare il lavoro di Simone Bottasso (organetto, harmonium ed elettronica) e Nicolò Bottasso (violino, tromba ed elettronica) entro coordinate precise. Senza vincoli stilistici o geografici si muovono tra territori musicali diversi con curiosità trasversale. La loro fioritura compositiva non si adagia sul già noto, né ripercorre tracciati folk prevedibili; prende forma piuttosto come un processo che mette in relazione un bagaglio di pratiche di tradizione orale, di linguaggi colti, jazz e minimalisti, sviluppato anche attraverso esperienze e collaborazioni in diversi contesti europei. Con il nuovissimo lavoro “Postcards from Italy”, commento sonoro a filmati d’archivio dell’Italia di un secolo fa, i due fratelli elaborano partiture originali che intessono trame elettro-acustiche, field recordings e soundscape d’epoca, evitando una funzione meramente illustrativa di sonorizzazione delle immagini. Abbiamo raggiunto i due expat nella loro base olandese per approfondire la creazione di queste “cartoline” sonore: ci hanno risposto fondendo le loro riflessioni in una voce sola.
“Postcards” è un progetto dalla lunga stesura: innanzitutto come è nato?
L’Eye Filmmuseum di Amsterdam – il museo del cinema più importante d’Olanda e riferimento mondiale per la conservazione ed il restauro delle pellicole – ci ha commissionato una colonna sonora di 75 minuti per 15 pellicole mute girate in Italia fra il 1910 ed il 1929.
Si tratta di travelogues, cartoline in formato video che servivano a mostrare l’Italia all’estero, in un tempo in cui viaggiare era un privilegio raro e meno accessibile di oggi. Ritraggono città non ancora gentrificate e senza turismo di massa (Firenze, Venezia, Amalfi), vedute di paesaggi naturali ricchi d’acqua (Valle Argentina, cascate delle Marmore), lavoratori provenienti principalmente da ceti sociali umili (salinari di Trapani, impiraresse veneziane, operai della Fiat), celebrazioni e riti popolari (Festa dei Gigli di Nola, vestiti tradizionali della Val Gardena e di Merano).
Da subito avete avuto un’idea base, fondante su come operare?
All’inizio pensavamo di riflettere sui cambiamenti avvenuti nei cento anni che ci separano dall’Italia mostrata nelle pellicole: con il passare del tempo ci siamo resi conto che era più urgente confrontarci con le somiglianze tra ieri e oggi. Artisticamente, abbiamo deciso piuttosto rapidamente di lavorare modularmente, adattando la nostra musica ai diversi formati artistici. Per questo, ognuna delle uscite ha un contenuto musicale leggermente diverso ed ottimizzato: il film compilation con le pellicole d’archivio e la relativa colonna sonora sono più contemplative; nello spettacolo live abbiamo la libertà di usare creativamente il materiale visivo e questo ci ha permesso di usarli per creare una narrazione più personale. Infine, nell’album abbiamo fatto confluire sia le musiche del film che, a nostro parere, funzionano meglio senza le immagini, sia alcuni dei brani che suoniamo dal vivo.
In che rapporto vi siete posti con il contesto storico italiano in cui sono state fatte le riprese? Dal 1910 al 1929 sono anni cruciali della storia italiana…
Abbiamo iniziato a lavorare a “Postcards from Italy” a partire dall’autunno del 2022. Per tre anni e mezzo abbiamo avuto la tendenza a leggere le notizie della politica italiana (e del mondo) in un’ottica di confronto con il periodo delle nostre cartoline. Ci siamo presto ritrovati a vedere che tutti gli avvenimenti politici che registravamo in memoria rientravano in caselle ben conosciute: discorsi di odio contro il diverso, revisionismo storico e narrazione distorta della realtà, tentativi di mettere a tacere le opposizioni,
utilizzo di toni sempre più favorevoli al riarmo, accettazione e normalizzazione della guerra. Il brano con cui si apre l’album – “Furlo” – è la traduzione in musica di queste riflessioni: cambiano i nomi e i concetti su cui si pone l’accento, ma la sostanza di moltissimi fenomeni storici non cambia e purtroppo si ripete.
Un aspetto singolare è che avete viaggiato per l’Italia ripercorrendo gli stessi luoghi dei filmati. Perché questo “tour” in cui avete anche registrato?
Come ispirazione e per informarci. A volte gli intertitles dei film contenevano degli errori di battitura nei nomi delle località, in altri casi raffiguravano non solo il luogo indicato: la pellicola “Amalfi”, ad esempio, contiene alcune immagini anche di Atrani. Google Maps non bastava: abbiamo voluto esplorare lentamente lo stivale e l’itinerario dei registi di allora, spostandoci con treni e mezzi sostenibili. L’obbligata lentezza ci ha permesso anche di riallacciare rapporti con amici con cui, sino a quel momento, avevamo potuto condividere pochissimo tempo dopo un concerto, prima di ripartire in frenetici tour.
Avete interagito con le comunità locali proponendo loro i filmati? Che reazione?
Avere materiale raro e imbarcarsi in un viaggio così speciale con un obiettivo preciso aiuta a superare l’imbarazzo: fermavamo le persone per strada per chiedere: “sai dov’è questo posto?”. Ovviamente la gente si stupiva che in un archivio olandese ci fossero video di casa loro cento anni prima, e questo portava a racconti. Cruciale durante il viaggio è stato poi l’incontro con l’Istituto Ernesto de Martino di Sesto Fiorentino. Stefano Arrighetti ha condiviso le testimonianze di coloro che, nel periodo fra la fine della prima guerra mondiale e l’ascesa del fascismo, tentarono di opporsi all’ascesa del fascismo organizzando scioperi nelle fabbriche, o di chi faceva parte dell’opposizione in un periodo di accentramento del potere.
Musicalmente avete guardato ad altri modelli di sonorizzazione di filmati d’epoca?
Assolutamente no. Abbiamo iniziato a guardare il film ascoltando diversi tra i nostri album preferiti
(ricordiamo “The Lemon of Pink” di The Books). È stata un’esperienza illuminante: non essendoci un vero e proprio storytelling nelle pellicole, abbiamo sentito che qualsiasi musica avrebbe potuto accompagnare le immagini. La totale libertà creativa obbliga sempre il compositore a rimettere in discussione il proprio linguaggio e a trovare nuove strategie: da qui l'idea del viaggio di ricerca in Italia, con il divertente compito di aggiungere emozioni ed una narrazione con il suono.
I field recording sono parte del paesaggio sonoro che avete elaborato. Quali fonti di ispirazione e cosa siete andati a raccogliere?
Il caso e l’istinto sono stati decisivi. Abbiamo registrato il panorama sonoro dei luoghi visitati, ma anche gli strumenti che trovati e suonati durante il viaggio. Abbiamo creato un piccolo archivio personale (conservato al sicuro in un cloud messoci gentilmente a disposizione dalla start-up Elemento) che poi è stato utilizzato creativamente a posteriori.
Non siete nuovi a relazionarvi con “testi” senza musica: penso a “LinguaMadre” dove partivate dalla raccolta di Pasolini o ad altre vostre passate esperienze come “Biserta” e “Il Cielo di Pietra”. Che sfida è partire dalla parola scritta o da immagini per comporre musiche?
Mettere il suono in dialogo con altre forme d’arte è un esercizio stimolante che ricalibra il proprio “ego” di musicista. Bisogna innanzitutto interpretare cosa vuole comunicare l’altra forma d’arte e, poi, in un delicato gioco di equilibri, decidere se assecondarla creando musica che amplifica le emozioni. O se agire per contrasto, ottenendo un effetto di straniamento che interroga lo spettatore. Ad essere sinceri, le difficoltà arrivano nella fase successiva: bookers e direttori artistici sono ancora poco inclini a capire e programmare i progetti multidisciplinari e gli artisti che, anziché porsi in una specifica e ben delimitata casella del mercato, provano a unirle in modo creativo. Per fortuna non è così con il pubblico, decisamente più aperto e recettivo.
Come si è sviluppata la composizione? Direttamente a partire dalle immagini? O in una fase successiva?
La colonna sonora è stata composta a partire dalle immagini, privilegiando l’approccio emotivo a quello didascalico. Trattandosi di una compilation di film, e quindi di un lavoro episodico, abbiamo adottato tecniche diverse: in alcuni casi abbiamo sottolineato la forma suggerita dalle sequenze visive, come in Amalfi e Venezia; in altri abbiamo cercato un unico mood sonoro per un’intera porzione di film, come nei fiumi Velino e Pescara o nella Valle Argentina; altrove siamo partiti da testimonianze audio d’archivio, come nelle pellicole sul lavoro alla FIAT di Torino o nelle saline di Trapani. In alcuni momenti abbiamo anche integrato nella nostra pratica tecniche di scrittura care a compositori del Novecento come Luigi Nono o Arvo Pärt.
Volete provare a spiegare i linguaggi sonori prevalenti?
I linguaggi sonori prevalenti sono il sound design, i field recordings, gli elementi melodici di matrice folk, la ricerca timbrica elettroacustica e l’improvvisazione. Ci interessa far convivere materiali molto concreti e fisici con una scrittura più atmosferica e trasfigurata.
Come avete costruito la tracklist delle cartoline: c’è un continuum sonoro o possono essere esperite in maniera random…
Su Bandcamp abbiamo dovuto creare una tracklist che segue liberamente il percorso del film. Saremo
felici se gli ascoltatori troveranno nuovi itinerari: la fortuna di un album in questo formato è che le cartoline possono essere mischiate, dando vita ad un percorso sempre diverso e nuove sensazioni d’ascolto. Non solo, ci auguriamo che le cartoline musicali vengano spedite: vivendo all’estero da ormai tanti anni, abbiamo provato sulla nostra pelle la gioia di ricevere qualcosa da chi è lontano e di mantenere un legame.
Ci sono ospiti che hanno collaborato. Chi sono? Come li avete scelti?
Gli ospiti sono artisti e artiste della nostra generazione con cui c’è un’affinità non solo artistica ma anche umana, etica e di responsabilità verso il nostro ruolo di artisti. Agnese Valmaggia ha arricchito “Furlo” con dei layer di field recordings suonati ritmicamente con la batteria elettronica. Sinan Arat ha contribuito con la sua infinita poesia ed il respiro del ney in “Contrabbandieri”. È stato bello scoprire che i cullatori (mostrati nella pellicola sulla festa dei Gigli di Nola) si muovevano allo stesso tempo di un brano prodotto con il sound artist Simone Sims Longo. Infine, la chitarra elettrica di Jelle Roozenburg ha improvvisato trame contrappuntistiche intorno alla melodia orecchiabile di Rapallo.
“Olac Porcirol” e “Contrabbandieri” sono due composizioni che colpiscono. Ce ne parlate?
Si tratta delle prime composizioni legate al viaggio e nascono durante un tour di concerti nei rifugi di montagna tra Italia e Francia. A piedi, con i nostri strumenti in spalla, abbiamo ripercorso i sentieri di coloro che – circa un secolo fa – garantivano la sussistenza delle comunità che abitavano i versanti opposti della montagna. Quello che le leggi definivano contrabbando era nella maggior parte dei casi uno scambio
necessario alla sopravvivenza (peraltro spesso tollerato dagli stessi doganieri). Sinan Arat in “Contrabbandieri” è riuscito col suo ney a costruire un sentiero melodico che sorvola la materialità del nostro groove, surfando liberamente la densità ritmica con il respiro. Registrarlo è stato un momento mistico, di grande intensità.
In “Silvia” si apre alla memoria politica degli anni della dittatura fascista.
Il brano “Silvia” ruota intorno alla voce di Camilla Ravera, prima donna nominata senatrice a vita in Italia, che ricorda le impressioni di Antonio Gramsci all’indomani della Secessione dell’Aventino e della sua proposta di uno sciopero generale. Dolci e a tratti divertite, le sue parole ci hanno fatto riflettere sulla normalità apparente dei processi di accentramento del potere e di come certi eventi – a posteriori letti come “momenti chiave” che determinarono la grande storia – fossero all’epoca normali giorni di vita. È un omaggio a tutti coloro che con più lungimiranza di altri sanno riconoscere i segnali di allarme del presente, pur essendo spesso inascoltati o deliberatamente messi a tacere.
“Marmore” e i Gigli di Nola” tracciano vie più sperimentali
“Marmore” rappresenta le riflessioni sul cambiamento climatico; nel film appare per due volte, in corrispondenza del film sul fiume Velino e sul fiume Pescara. Un harmonium intermittente ed oscuro è colorato da textures taglienti di fisarmonica e registrazioni closed-mic di una fonte d’acqua, una risorsa sempre più rarefatta e a rischio nelle zone di montagna. I Gigli rappresenta la festa popolare, ed è una
traccia di IDM realizzata con Simone Sims, i cui suoni taglienti e l’estetica di “puntinismo sonoro” sono perfettamente riconoscibili e accompagnano perfettamente sia la trama rovinata della pellicola sia l'atmosfera di festa.
In “Rapallo” c’è una chitarra e voci trasognate che entrano. Com’è nata?
Rapallo nel film rappresenta il primo incontro col mar Mediterraneo. L'idea è stata di usare samples di cori tradizionali italiani, dal trallallero ligure e arrivando al canto a tenore e arberesh, suonati live da Simone con il suo organetto MIDI. Il “cantus firmus” è una melodia occitana, Parlami, in cui un vecchio racconta al nipote l'amore per la propria terra di origine, la lingua e le tradizioni. La melodia si perde in un contrappunto di tromba e chitarra, ispirato dal Tintinnabuli di Arvo Pärt e alle trame minimaliste create da Jelle Roozenburg.
Quale ispirazione per “Val Gardena”?
Val Gardena è un brano in due parti che suoniamo dal vivo e di carattere elettronico e improvvisativo. L'ispirazione è la trasmissione intergenerazionale del sapere: nei visuals rappresentata da primi piani di uomini e donne di diverse generazioni, vestiti “da festa”, con costumi tradizionali. Nella musica dagli strumenti musicali stessi che suoniamo, creati su misura per noi da artigiani come Cesar Sakellarides e Castagnari, portando innovazione in ciò che hanno imparato dai propri genitori. In questo brano Nicolò utilizza un effetto freeze sulle corde simpatiche del suo violino tenore d’amore che genera fasce sonore, mentre Simone utilizza una libreria di percussioni provenienti da registrazioni dei rumori del suo organetto
Oltre al digitale, c’è il formato delle cartoline sonore da acquistare via Bandcamp.
Il concept del progetto ha indicato la via in modo piuttosto naturale. La scelta di essere ecologicamente sostenibili, che da tre anni ci porta a viaggiare solamente in treno, si è riflettuta anche nella volontà di non stampare un disco e di non pubblicare l’album integrale su Spotify. Il formato digitale è ascoltabile gratuitamente su Bandcamp e presto sarà sul nostro sito. Il formato fisico è unico nel suo genere e, fondendo immagine e suono, rispecchia la natura multidisciplinare di questo lavoro. Per ogni cartolina abbiamo scelto il frame più adatto a rappresentare la musica che contiene: il risultato è un elegante e raffinato set di cartoline in tiratura limitata.
Esiste anche un film che racconta il progetto? Come si caratterizza?
Il film consiste nei 15 travelogues presentati in versione integrale e con la nostra colonna sonora. Le pellicole sono state restaurate e digitalizzate appositamente per questo progetto dagli archivisti Eye. Consigliamo la visione su un grande schermo e con un buon impianto audio, per rendere giustizia al restauro e all'ottimo mastering realizzato da Carlo Miori (già fonico dei nostri precedenti lavori "Crescendo", Sa Limba e Quartetto Loco). Si può vedere gratuitamente sul player online dell’Eye Filmmuseum. Siamo veramente onorati di essere “esposti’ nel più importante museo del cinema d’Europa e che il nostro suono accompagni un materiale filmico dell'Italia così poetico, raro ed evocativo.
Dal vivo le cartoline hanno un carattere modulare e site – specific: le presentiamo in duo o con gli ospiti dell’album; con audio stereofonico o immersivo (6 speakers); con proiezione monocanale (uno schermo, per esempio nei cinema) oppure multicanale. Ad inizio marzo abbiamo sviluppato un trittico nella Paradijskerk di Rotterdam (qui un estratto). La première del live è stata lo scorso 18 Gennaio all’Eye Filmmuseum di Amsterdam, nel luogo che ha dato il via al progetto. Sono seguite sei repliche in Olanda, di cui tre sold-out. Il tour internazionale passerà per Germania (Istituto Italiano di Cultura di Colonia e Deutsche Filmmuseum di Francoforte), Svezia (Nonagon Festival). In Italia abbiamo presentato lo spettacolo il 25 Aprile a Biella allo Spazio Hydro e il 26 a Firenze al PARC Performing Arts Research Center. Tra i prossimi appuntamenti il 31 Maggio saremo a Roma al UnArchive Fest, 31 Luglio a Perinaldo, Perinaldo Festival e il 12 Agosto – Cantiano, Terre sonore. L’elenco dei concerti e i link per acquistare i biglietti si trovano a link https://linktr.ee/duobottasso
Ciro De Rosa
Duo Bottasso – Postcards from Italy (Autoprodotto, 2026)
Stanno finalmente arrivando anche in Italia i concerti con cui Nicolò Bottasso (violini, tromba, elettronica) e Simone Bottasso (organetto, harmonium, elettronica) presentano dal vivo queste cartoline musicali che stendono un ponte fra riprese girate, per lo più, oltre un secolo fa e musiche di matrice “popolare” e straordinaria attualità. In poche battute, gli ostinati di “Furlo” che aprono l’album”, indicano un modo di procedere dove l’antico e il “moderno” si intrecciano e diventano indistinguibili: il richiamo dell’arco sulle corde del violino è da subito scandito e nitido, ma solo tre minuti più tardi scegli di distendersi in un, pur breve (e ovviamente reiterato) arco melodico. Intorno a questo richiamo si coagulano inviti alla danza, canoni, ecologie sonore che rimandano alle onde e faranno da cerniera con la successiva “Amalfi” dove all’arco, sul violino, si preferiscono le corde pizzicate, in dialogo con campane e campanelli, cicale, risacche marine, voci che ci guidano, con leggero passo terzinato, nei meandri di una passeggiata che non può che avere come epilogo la contemplazione dei richiami delle cicale. Poi la tensione, che accompagna l’esplorazione, trova nell’organetto che introduce “Olac Porcirol” un terreno su cui sostare e osservare, un piano rialzato che invita a distendere lo sguardo e i polmoni, a rallentare per ascoltare. Dall’ascolto spunta un timbro violinistico ancora diverso.
Sono numerosi e generosi gli strati sonori di cui si compone questo viaggio nel tempo e nello spazio all’interno di una cornice “italiana” in continua mutazione.
Il viaggio dei fratelli Bottasso, cominciato nell'estate del 2022, ha ricalcato, in treno, lo stesso itinerario delle immagini cinematografiche e ha permesso di registrare sia musica, sia suoni ambientali proprio nei luoghi in cui sono avvenute le riprese. Ma è stato anche un viaggio in ascolto di testimonianze del passato, degli operai e di artisti degli inizi del secolo scorso in collaborazione con archivi quali l’Istituto Ernesto de Martino, l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico e il Centro Regionale Inventario, Catalogazione e Documentazione
(CRICD) della Regione Sicilia. L’idea è che le cartoline musicali che ne sono scaturite, possano essere esplorate e ascoltate in qualsiasi ordine. Ovviamente un riferimento ormai esiste ed è il film completo, il travelogue di un’ora e un quarto, con una colonna sonora un po’ diversa da questo album (Eye Film Player lo rende disponibile qui)
Le undici tracce di “Potcards from Italy” offrono un primo esempio di come pensare diversamente gli accostamenti e le dis-continuità fra i vari brani restando sotto l’ora di musica, valorizzando con la scaletta anche l’entrata in scena di vari musicisti ospiti: la strategica batteria elettronica di Agnese Valmaggia in “Furlo”; il ney di Sinan Arat apre nuovi orizzonti nel disteso arco temporale (6 minuti) di “Contrabbandieri”; in “Rapallo” l’organetto viene raggiunto da un cullante coro di voci che stende un denso tappeto da cui la chitarra di Jelle Roozenburg fa sbocciare fiori, prima radi, poi sempre più fitti che vanno a formare una trama ritmica, il contrappunto di una terza voce - fra mantici e coro – che introduce un’inattesa scossa elettrica a liberare una propizia dinamica ritmico-melodica; subito prima, ne “I Gigli di Nola” si era rinnovato incontro con l’elettronica di Simone Sims Longo, abituale compagno di viaggio del duo Bottasso, da “Biserta” a “Linguamadrea” a “Il Cielo di Pietra”. Qui la matrice della musica da ballo è più esplicita e, anche in chiave di volumi e dinamiche, offre agli interventi in chiave elettronica una fertile occasione per dialogare alla pari generando un coinvolgente gioco di accelerazioni e pause evocando un ritmo di base che diventa un saggio di andamento on-the-road folkfuturista.
Il finale chiede alla musica le sue migliori qualità per narrare lungo un asse verticale le onde inquiete di “Sestri” e gli orizzonti che è possibile interrogare dalla “Val Gardena”, con occhio e udito a spingersi lontano, a sollecitare i passi a riprendere la loro, imperfetta, cadenza errante. simonebottasso.bandcamp.com/album/postcards-from-italy
Alessio Surian
Foto di Federico Castelli










