Campania Felix – La luna Joca (Autoprodotto, 2026)

Quella del progetto Campania Felix è una storia affascinante che attraversa, come un fiume carsico, quasi cinquant’anni di storia della musica popolare campana, riemergendo e inabissandosi, portando con sé le vicende di un gruppo di appassionati musicisti e ricercatori casertani. Il nucleo originario del progetto prende vita tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta, come ci racconta uno dei protagonisti Augusto Ferraiuolo: “Nella prima line-up c'erano, i fratelli D’Argenzio, Alfonso Marotta e Ferdinando Ghidelli e portavano avanti un'idea di musica popolare che, guardava alla fondamentale lezione della Nuova Compagnia di Canto Popolare, ma lo facevano già con acume e originalità, incorporando intuizioni d'avanguardia insolite per l'epoca, come l'esecuzione di un ballo sardo per sola chitarra acustica da parte di Ghidelli. Tennero anche vari concerti, ma poi il gruppo si fermò”. “Qualche anno più tardi”, ricorda Ferraiuolo, “Più o meno tra il 1981 e 1982 prese vita una seconda formazione dei Campania Felix con alcuni elementi che ne erano usciti e altri nuovi vi entrarono, me compreso. Insieme a Felice Imperato e lo stesso Gianni D'Argenzio decidemmo a un certo punto di tentare nuovamente la strada della musica tradizionale, prendendo come riferimento il Canzoniere del Lazio, con figure come Francesco Giannattasio e Piero Brega”. Il punto di ripartenza, furono le ricerche sul campo dello stesso Ferraiuolo: “A partire dal 1975 mi sono dedicato alla ricerca sul campo e tutti i brani che abbiamo ripreso e riarrangiato con il gruppo arrivavano direttamente dalle mie registrazioni”. Dopo una ulteriore e prolungata sospensione, la spinta creativa si riaccende con la terza incarnazione del gruppo: “C'era continuità negli individui con la presenza di Enzo Faraldo e Gianni D'Argenzio che erano nella prima formazione - ma non nel progetto. La nostra visione non era in continuità filologica con il passato, ma proponeva una profonda rivoluzione estetica. Io, Andrea Giuntini e Felice Imperato lavoravamo molto sugli arrangiamenti in cui c’erano riferimenti non tanto al jazz didascalico con pattern chiari e definiti, quanto piuttosto delle atmosfere che rimandano a quelle sonorità”. Tutto questo è cristallizzato nel disco “La luna joca” che, grazie ad un prezioso lavoro di rimasterizzazione realizzato nel gennaio 2026 da Leandro Anda Ferrainola presso i Till Deaf Recordings in occasione di un venticinquennale, è riemerso dall’oblio documentando l’ultimo segmento della vicenda artistica dei Campania Felix. Il disco è suddiviso idealmente in due parti: la prima dal vivo, che racchiude la registrazione del concerto tenuto il 10 luglio 2001 nel cortile di Sant'Agostino a Caserta nel corso della rassegna “Estate a Sant’Agostino” e la seconda che in cui sono raccolti i brani in studio realizzate nel 1998 presso il Four Brothers Studio di Casagiove. Il suono e gli arrangiamenti – curati collettivamente da Ferraiuolo, Giuntini e Imperato – rifiutano i cliché didascalici della contaminazione superficiale per abitare un "terzo spazio" sonoro , in cui la musica si sviluppa per bordoni, ritmi di tamburi a cornice e linee melodiche che si dilatano attraverso accumuli e rarefazioni; il jazz non interviene con stilemi rigidi o assoli invasivi, ma si offre come attitudine all'ascolto reciproco, sospensione formale e improvvisazione collettiva che modifica il tessuto musicale dall'interno. Ad aprire il disco è “Patrona mia”, un antico canto di lavoro legato alla faticosa fase della maciullatura della canapa ('a maciullia) registrato a San Marco Evangelista negli anni Settanta, in cui la voce evoca con grazia poetica la figura della padrona della masseria che si muove leggera come una colomba. Segue la celeberrima “Cicerenella”, tarantella del Settecento diffusa in tutta la regione che si sviluppa tra doppi sensi, immagini di opulenza contadina e un umorismo surreale incentrato sulle bizzarre proprietà della protagonista, a partire dal suo instancabile gallo. L'energia coreutica prosegue con “Abballate abballate”, un travolgente canto d'introduzione ai balli tradizionali meridionali che esorta donne anziane e sposate a ballare con perizia, pena il dispetto dei suonatori e il rimprovero dei fidanzati. Con “E vuless addeventare “riemerge il filone della canapicoltura di San Marco Evangelista , affrontando il tema folclorico della metamorfosi amorosa in cui l'innamorato desidera trasformarsi in biancospino nella piazza del paese per potersi impigliare tenacemente alla gonna dell'amata. L'atmosfera si fa arcaica e suggestiva in “Santu Silviestre”, un canto di questua di Capodanno raccolto a Casertavecchia le cui radici medievali e la vicinanza ai rituali di charivari risuonano in grida e invocazioni augurali. La trasgressione e l'ironia pervadono invece “Carnevale è muorte”, una parodia della lamentazione funebre contadina in cui il tradizionale rituale del fantoccio disteso sul baldacchino viene filtrato da lazzi grotteschi e profumi di cucina, tra tianielli e braciole. La prima parte si chiude con l'antichissima “Michelemmà”, perla seicentesca tramandata oralmente fino alla trascrizione ottocentesca di Guglielmo Cottrau e rinvenuta a Serra Fontana ad Ischia da Gaetano Amalfi, dominata da un testo altamente simbolico denso di metafore erotiche che cantano di una misteriosa scarola nata in mezzo al mare, per poi sfociare nell'irresistibile trascinamento di Alla montemaranese , la danza processionale del Carnevale di Montemarano guidata dalla figura autoritaria del caporabballo , in cui il clarinetto e la fisarmonica dialogano serratamente con tamburelli e castagnette evocando ironiche micro-storie di gatti e ciaramelle rotte. La seconda parte si apre con le versioni in studio di “Cicerenella” e “Santu Silviestre” che ci introducono alla delicata e struggente “Nonna nonna”, una ninna nanna dal tipico andamento cantilenante volto a cullare il sonno ma intimamente legata al duro processo di socializzazione infantile, il che giustifica l'affiorare di immagini realistiche e perturbanti come quella del lupo che divora la pecorella. Il viaggio si conclude magistralmente con “All'acqua all'acqua”, anch'esso frammento prezioso della ricerca sulla canapa a San Marco Evangelista eseguito durante la maciullatura, una solare melodia in cui il corteggiamento contadino si consuma presso le fontane pubbliche, luogo d'elezione per scegliere la compagna più bella da portare per sempre con sé. 


Salvatore Esposito

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