Patrizio Trampetti | Alfio Antico | Jennà Romano | Amedeo Ronga – Anime delle due Sicilie (Laboratori di Provincia, 2026)

“Anime delle due Sicilie" nasce dall’incontro di quattro grandi "anime resistenti" della musica italiana e mediterranea: Patrizio Trampetti, Alfio Antico, Jennà Romano e Amedeo Ronga, accomunati dalla volontà di ribadire una comune e fiera identità linguistica e culturale, unendo in un unico, potente respiro le due anime del Meridione: quella continentale campana e quella insulare siciliana. Il disco si innerva su una narrazione profondamente radicata ma al contempo disincantata, capace di smitizzare la storiografia ufficiale senza mai scadere in uno sterile revanscismo, riflettendo sulla questione meridionale, sull'emigrazione e sulle ferite aperte del nostro tempo. Dal punto di vista sonoro, le sessioni di registrazione cristallizzano l'immediatezza e la forza dei concerti, optando per arrangiamenti essenziali e privi di sovrastrutture artificiose o batterie, in cui le percussioni ipnotiche di Antico dettano il ritmo su cui si innestano chitarre, contrabbasso, misurati interventi d'arco ed echi di matrice progressive. Ne abbiamo parlato con Patrizio Trampetti, in un dialogo che svela la genesi di un'opera vitale e necessaria, in cui la canzone si fa memoria e appartenenza.

Questo progetto discografico, "Anime delle Due Sicilie", cristallizza l'idea di unire in un unico respiro le anime del Meridione d'Italia. Ce ne puoi raccontare la genesi?
Tutto nasce da un'amicizia musicale che dura da quarant'anni. Con Alfio avevamo già fatto delle tournée tre decenni fa in Olanda e in Belgio, insieme a Mimmo Maglionico. Ricordo una serie di aneddoti divertentissimi legati a quelle date e alle nostre peripezie nei coffee shop olandesi. Successivamente ci siamo ritrovati a lavorare insieme in teatro, condividendo il palco per ben cinque spettacoli con Peppe
Barra. Qualche anno fa Alfio ha avuto dei seri problemi di salute, ha subito un'operazione al cuore, e mi ha detto: "Vogliamo fare dei concerti insieme? Da solo faccio fatica, uniamo le forze". Così abbiamo iniziato a suonare dal vivo e da lì è nata l'esigenza di realizzare un disco che unisse Campania e Sicilia. Volevamo ribadire con forza la nostra identità linguistica e culturale. È un progetto particolare, nessuno aveva mai affrontato il legame tra queste due anime in questo modo.

C'è un brano in particolare, "Nunn'erano mille", che rilegge un capitolo cruciale della nostra storia. Come ha preso forma?
A settembre eravamo a Catania per un concerto con Jennà Romano. Durante la notte ci è venuta l'idea di scrivere questo pezzo. Ci siamo detti: "Ma quando mai erano mille!". I Garibaldini che hanno conquistato il Regno delle Due Sicilie, imbarcandosi a Marsala per poi arrivare a Napoli, avevano alle spalle una storia inedita, che in pochi conoscono. Erano mille, sì, ma finanziati dalla massoneria inglese. Non sono uno storico e non mi dilungo, ma ci sembrava giusto smitizzare la figura di Garibaldi come "eroe dei Due Mondi". A noi quell'impresa ha fatto dei danni: il Regno delle Due Sicilie era il più grande e prospero d'Italia, dall'Abruzzo all'isola. Basti pensare al sacco del Banco di Napoli. Da lì è nata la questione meridionale, un problema mai risolto, che ci porta ancora oggi a subire un'emigrazione continua di ragazzi costretti a cercare lavoro al Nord o all'estero. Il brano smitizza tutto questo attraverso gli occhi di un ragazzo siciliano che viene reclutato e dice: "Ma io non so nemmeno cosa sia l'Italia, conosco a malapena Messina!".

Nell'affrontare un tema così delicato, non avete avuto timore di cadere nel revisionismo storico di stampo neoborbonico?
No, assolutamente, anche perché noi non siamo affatto neoborbonici. E poi questo è solo uno degli
spaccati del disco. Ci sono canzoni come "Vite perse", ad esempio, che affrontano il dramma di tutte le vite spezzate dalle guerre. È un brano che mescola linguaggi diversi: lo abbiamo cantato in napoletano, in siciliano e in portoghese. La parte in portoghese fa una chiara allusione alle responsabilità delle superpotenze internazionali. Musicalmente è un ibrido che guarda al prog, ma testualmente si rifà alla canzone classica napoletana, citando espressioni antiche come "lampi e tuoni a mare" o "abbracci carnali". È una canzone profondamente moderna che riflette su come oggi viviamo le tragedie della guerra in modo distaccato: a un certo punto il testo dice proprio che tutte queste vite per noi sono diventate solo numeri, pagine di giornale, non più corpi e braccia carnali. Guardiamo tutto in televisione e poi andiamo a dormire.

Quando avete capito che la formazione testata dal vivo era quella perfetta per incarnare le "Anime delle Due Sicilie"?
Avendo fatto diversi concerti prima di entrare in studio, abbiamo capito subito che non ci serviva un approccio artificioso. Non è un disco "live", ma è suonato perlopiù in presa diretta. Non abbiamo usato batterie o arrangiamenti troppo stratificati. Abbiamo optato per soluzioni molto immediate perché vedevamo che dal vivo funzionavano alla perfezione. In studio abbiamo solo impreziosito il suono con qualche strumento ad arco, ma la forza del disco risiede proprio nel riprodurre l'impatto e la sincerità di quello che facevamo sul palco.

C'è un filo narrativo preciso che lega le canzoni del disco?
Il filo conduttore è il ribadire un'identità linguistica e culturale fortissima, quella napoletana e quella siciliana. I testi spesso diventano surreali e ci portano in una dimensione onirica. C'è un brano che si
intitola "Suonno fujente": in napoletano "suonno" significa sia sogno che sonno. "Fujente" si ricollega invece alla tradizione popolare campana, a coloro che il lunedì in Albis corrono in processione per la Madonna dell'Arco. Il messaggio è: insegui il tuo sogno interiore, corri, anche se durante il tragitto perdi gli ori e le ricchezze materiali che ti porti addosso, perché ciò che conta è quello che hai dentro e la meta che vuoi raggiungere. L'album poi si chiude con "Senza vele", un altro testo surreale sull'ascesa verso un cielo "senza scale". È una riflessione sulla vita, vista come una salita solitaria in cui non trovi nessuno a darti una mano, ma alla fine, anche se non hai più nulla, ti restano sempre le stelle da contare. Per questi versi ci siamo lasciati ispirare dal grande poeta siciliano Ignazio Buttitta.

Come sono nati i brani, sotto il profilo compositivo?
Di solito Jennà Romano scrive prima le melodie e poi ci costruisce sopra il testo. Questa volta abbiamo ribaltato il processo. Siamo partiti dalla poetica, dall'ispirazione pura. Alcuni testi li ho scritti io, altri li ha scritti Alfio in siciliano – canzoni profondamente sentite e intime come quella sul cuore e sul ponte – e altri ancora Jennà. Abbiamo preso questi testi, questa narrativa così forte, e solo in un secondo momento abbiamo cucito loro addosso la veste melodica e musicale.

"’A Sicilia senza ponti" sembra essere un altro snodo cruciale del disco…
Sì, è un brano emblematico. Si presenta come una canzone d'amore di un uomo che parla al suo stesso cuore e lo ringrazia di battere ancora: un riferimento autobiografico al periodo difficile vissuto da Alfio. Tuttavia, il titolo "’A Sicilia senza ponti" la rende inevitabilmente una canzone politica, nel senso più
nobile e apartitico del termine. In un'epoca in cui si continua a parlare di voler costruire questo ponte a tutti i costi, sprecando risorse che servirebbero altrove, il siciliano verace chiede un'isola senza ponte, un'America senza bastimenti e senza emigrazione, e una luna da raggiungere senza scale. Rifiuta le sovrastrutture imposte dall'alto e difende la sua insularità.

Dopo diversi dischi in cui hai sperimentato con l'italiano e il portoghese, torni a scrivere e cantare in lingua napoletana. Come si è rinnovato questo tuo approccio?
Lavorando con Alfio e con Jennà Romano ho sentito l'esigenza di riprendere in mano tutto ciò che ha segnato i miei quarant'anni di carriera: la musica popolare, l'esperienza con la Nuova Compagnia di Canto Popolare e, su tutto, la fondamentale lezione di Roberto De Simone. Mi sembrava un atto doveroso rendergli un profondo omaggio culturale e musicale. Ho attinto a tutto quello che ho imparato da quando avevo diciotto anni fino ad oggi. Il lavoro fatto con De Simone è stato una scuola immensa; lui è uno studioso trasversale che ha sempre spaziato dal jazz alla musica popolare fino alla classica, un maestro che forse in vita è stato finanche sottovalutato a causa del suo carattere schivo, lontano dalle logiche della mera promozione.

Che cosa ha significato, anche a livello vibrazionale, intrecciare il tuo canto con le percussioni a cornice di Alfio Antico?
È un disco particolare proprio per questo. Alfio ha un timbro unico, un modo di suonare il tamburo che appartiene solo a lui. Viene da una cultura pastorale autentica, scoperta quarant'anni fa da Eugenio
Bennato a Firenze. Negli anni si è raffinato collaborando con artisti come Fabrizio De André e Capossela, ma il suo istinto è rimasto intatto. Spesso la musica popolare, andando avanti negli anni e diventando nota al grande pubblico, rischia di trasformarsi in un esercizio di maniera. Con Alfio abbiamo fatto il percorso inverso: abbiamo riportato la musica popolare alle sue origini più forti, più viscerali e carnali. Era fondamentale che io entrassi nel suo mondo, più che lui nel mio.

Dal punto di vista degli arrangiamenti, come avete indirizzato il lavoro in studio?
Jennà Romano ha svolto un lavoro magnifico. Anche lui ha riscoperto una parte di sé: pur venendo dal rock, ha ripreso in mano gli studi sulla musica popolare del Sud Italia e su quella araba, fondendoli con il nostro background. Anch'io, prima della NCCP, venivo dal rock e dal progressive. Proprio in brani come "Vite perse" o "Senza vele" abbiamo inserito dei piccoli elementi strutturali che richiamano in modo evidente la musica progressive.

Come state portando questo materiale dal vivo?
La nostra è una formazione molto snella e pratica: siamo in quattro, ci mettiamo in macchina con le chitarre e il contrabbasso, che è lo strumento che ci sacrifica un po' di più per via degli ingombri, e giriamo. Di questi tempi è difficile portare in tour grandi ensemble con tastiere e strumentazioni complesse. A fine mese saremo nel Lazio con date a Tuscania e Sermoneta, per poi spostarci a Livorno. Sul palco cantiamo tutti e il repertorio si amplia, includendo anche brani dal mio precedente album "L'ideale", che magari a suo tempo è passato troppo inosservato, ma che conteneva pezzi a cui tenevo molto, come quello dedicato a Luigi Tenco. Sono convinto che questo nuovo disco con Alfio arriverà dritto al cuore del pubblico: lui è uno che "sposta voti" solo con la presenza, ha una malìa sul palcoscenico e un fascino magnetico che incanta chiunque lo ascolti.



Patrizio Trampetti | Alfio Antico | Jennà Romano | Amedeo Ronga – Anime delle due Sicilie (Laboratori di Provincia, 2026)
Fondendo la memoria storica, la canzone d'autore e la musica tradizionale di Campania e Sicilia, "Anime delle due Sicilie" non è il frutto una fortuita convergenza di intenti, ma piuttosto è l’esito di percorsi artistici che tornano a incrociarsi su terreno comune, spinti dall’urgenza creativa ed espressiva. Da un lato avvertiamo la pervicacia interpretativa di Patrizio Trampetti, figura centrale della Nuova Compagnia di Canto Popolare e custode della straordinaria lezione di Roberto De Simone; dall'altro emerge l’unicità artistica di Alfio Antico, il cui tamburo a cornice evoca radici profonde nella tradizione pastorale e nate tra le pelli di pecora della sua Lentini. A guidare questo laboratorio sonoro glocale, capace di mettere a specchio l'anima continentale campana e quella insulare siciliana, ci sono la sapiente regia e gli arrangiamenti polistrumentali di Jennà Romano – leader dei Letti Sfatti in grado di far dialogare visioni, suoni e orizzonti sconfinati – mirabilmente sorretti dal contrabbasso e dal basso di Amedeo Ronga, legato ad Antico da un’intesa ritmica e umana ormai telepatica. L'ossatura sonora dell'intero album si muove su un crinale affascinante dove l'essenzialità degli arrangiamenti si traduce in massima densità emotiva. Registrato presso i Laboratori di Provincia a Grumo Nevano, il disco rinuncia deliberatamente alla batteria per affidarsi esclusivamente al suono profondo, intenso e inconfondibile dei tamburi a cornice di Antico. Su queste architetture ritmiche, Jennà Romano ha intessuto un ordito acustico ed elettrico complesso, in cui chitarre preparate, tres, balalaika e bouzouki dialogano con discreti inserti di sintetizzatori e diamonica. Dall’alambicco sonico ha preso vita, così, un suono che intreccia le villanelle con i riverberi del rock degli anni Settanta, aprendosi verso il Mediterraneo ed ampliando il raggio verso i territori della world music internazionale, il tutto impreziosito da testi in napoletano, siciliano e portoghese. Ad aprire il disco è la pungente "Nunn'erano mille", in cui si canta della controstoria dell’Unità d’Italia vista con gli occhi di un disorientato ragazzo di Marsala, la cui unica sicurezza era quella che quei soldati venuti dal mare non erano in mille. Dalla storia si passa all’attualità con la dolente "Vite perse", autentico vertice world-prog in cui la voce ostinata di Trampetti si intreccia a quella di Antico e alla limpida vocalità dell'ospite brasiliana Nathalia Sales. Il brano affronta l’orrore geometrico delle guerre contemporanee, ridotte dai media a sterili cifre, ricordandoci con dolorosa fermezza che i corpi spezzati dai droni non sono statistiche da telegiornale ma braccia carnali e calde. Il ritmo si fa più intimo e confidenziale nella successiva "'A Sicilia senza ponti", una meravigliosa canzone d'amore in senso lato in cui un uomo dialoga con il proprio cuore, ringraziandolo per la sua fragile ma costante resistenza dopo aver visto la brutta copia della vita. Qui la rivendicazione dell'insularità e il rifiuto di sovrastrutture si fondono in una poesia civile che sogna un'isola libera da cementificazioni e un'America senza bastimenti colmi di emigranti. Segue "Sentimentu", un brano denso di lirismo il cui testo, firmato dallo stesso Antico, indaga le dinamiche profonde degli affetti, arrivando alla constatazione che il "voler bene" profondo e sincero sopravvive persino al naufragio dell'amore, sorretto qui da un arrangiamento strumentale avvolgente. La guerra torna nelle memorie contadine di "Ntiempo 'e guerra", che racconta una storia vera del secondo dopoguerra in cui la prolungata assenza di un compagno al fronte spinge una donna verso un nuovo amore e una maternità considerata scandalosa dal giudizio bigotto del paese; un dramma rurale in cui il desiderio di morte per la vergogna si scontra con l'innocenza di un puro atto vitale, impreziosito dal calore dei fiati di Domenico Brasiello al trombone e Mario Lupoli al sax soprano. La dimensione onirica prende invece il sopravvento in "Suonno fujente", dove Trampetti gioca sulla splendida ambiguità della lingua napoletana in cui sonno e sogno coincidono in un unico vocabolo; la traccia evoca una fuga visionaria legata alla ritualità dei fujenti della Madonna dell'Arco, un viaggio dello spirito in cui il viandante è disposto a spogliarsi di ogni ricchezza materiale pur di preservare la purezza della propria meta interiore. Il cerchio si chiude con "Senza vele", un epilogo surreale fortemente ispirato alla poetica del grande scrittore Ignazio Buttitta; la salita della vita si fa ripida e solitaria, ma l'immaginazione e il rifiuto della rassegnazione spalancano le porte a un cielo raggiungibile attraverso una lunga scala, lasciando all'ascoltatore la consolazione notturna di poter ancora contare le stelle. "Anime delle due Sicilie" è un disco di pura resistenza sonora e culturale contro l'indifferenza del presente. Lontano da qualsiasi tentazione nostalgica o sterile revanscismo, il quartetto firma un album necessario, capace di graffiare la contemporaneità attraverso una straordinaria urgenza espressiva. È musica di confine che sa essere profondamente locale eppure universale, un'opera fiera in cui la canzone d'autore si fa carne, memoria e visione futura.


Salvatore Esposito

Posta un commento

Nuova Vecchia