Dodicesimo album, quattro decenni di musica e viaggi in comune. Dopo una tappa con Daniel Lanois, questa volta a produrre i Tinariwen è Patrick Votan: dal 2010 (insieme a François Gravouil) guida la Wedge e lo Studio Delta a Pantin, nella parte orientale di Parigi. Con il regista e disegnatore Axel Digoix (la copertina dell’album è opera sua) hanno prodotto anche il video che fa da filo conduttore fra le undici tracce, traducendo in immagini “Erghad Afewo”. Composta, come metà dei brani, dal fondatore del gruppo, Ibrahim Ag Alhabib, la canzone percorre il Sahara e attraversa tensioni: quelle che dividono oggi i gruppi tuareg e che prendono corpo nel timbro scuro della chitarra elettrica stemperato da quella acustica e dalla voce di Ibrahim cui risponde un coro di voci maschili: “Il deserto è in fiamme / C’è rimasto solo il nemico / con il bambino orfano / e le carcasse in decomposizione delle mandrie”. Il video diretto da Axel Digoix segue nello spazio e nel tempo un ragazzo e una ragazza tuareg che nel deserto crescono e sanno dare voce alle comunità sahariane, condividendo musica come invito a ricordare, a rimanere unite, a saper guardare , collettivamente, avanti. In quella
regione , in parte sotto il controllo di gruppi armati, è oggi molto difficile provare a filmare; il video d’animazione diventa allora uno zoom che coagula la dimensione simbolica attorno a luoghi, mezzi e persone chiave le zone desertiche. I colori sono intensi e in progressivo cambiamento, così come mutano le espressioni e le tonalità affettive che abitano il deserto. Da questa animazione in 2D e 3D ognuno degli altri brani dell’album, per il formato video, attinge ad una breve sequenza ripetuta nel corso della canzone: guardandoli uno di seguito all’altro si ri-compone un puzzle corale in cui si riflettono anche le diverse età e caratteristiche delle due decine di musicisti che prendono parte all’album, autentico affresco intergenerazionale capace di coinvolgere anche ospiti da latitudini molto distanti fra loro.
È il caso della cantante e suonatrice di oud sudanese Sulafa Elyas (in esilio in Francia), protagonista della canzone
tradizionale "Sagherat Assani”, forse il brano ritmicamente più vivace e denso di un sentimento di speranza. Abdallah Ag Alhousseyni e Mohamed ag Itlal, “Japonais” (morto a febbraio del 2021 a Timiaouine) l’avevano ascoltata e imparata nel 1989 a Al Kufrah, al confine fra Sudan, Libia,e Chad. Fu uno dei brani su cui Abdallah si esercitò mentre imparava a suonare la chitarra e da allora li ha sempre accompagnati.
Dalla Svezia, in “Imidiwan Takyadam”, il gruppo ha coinvolto José González: su una cadenza appena accennata da chitarra acustica e percussioni, canta una melodia in spagnolo in cui si riflette il cuore e l’austera estetica sia sua, sia dei Tinariwen e cui risponde un coro di voci maschili e femminili con Anana Harouna, Nounou Kaola, Wonou Walet Sidati, Hardou, Djelle, a raccontare le vicissitudini comuni “sotto lo stesso sole”.
È in questa occasione che Ibrahim Ag Alhabib e Abdallah Ag Alhousseyni cantano insieme, per la prima volta in 30 anni. Nel l’essenziale finale, in “Aba Malik”, il canto di Abdallah mette in guardia rispetto ai mercenari russi, al Gruppo Wagner e alle divisioni territoriali provocate da quel controllo territoriale armato. tinariwen.bandcamp.com/album/hoggar
Alessio Surian
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