MOOLA è il debutto dell’omonimo progetto di Renata Frana (dilruba) e Antonella Bianco (chitarrista e sound designer). Si presenta come un lavoro che ambisce a costruire un’esperienza sonora immersiva e psichedelica, fondata sull’incontro tra lo strumento ad arco della tradizione sikh e le suggestioni della musica classica indostana e l’elettronica. Nelle intenzioni, il disco vorrebbe articolarsi come un flusso unitario e coerente; all’ascolto, però, questa coesione risulta spesso più dichiarata che realmente percepibile.
Il principale limite dell’album sta proprio nella difficoltà con cui i suoi elementi riescono a trovare un equilibrio convincente. I brani, spesso molto lunghi, si muovono in una dimensione psichedelica che finisce per apparire piuttosto sofisticata e artificiosa, senza tradursi in un vero coinvolgimento. Non si tratta di un ascolto “difficile” perché richieda particolare concentrazione o profondità di attenzione: è difficile perché fatica a creare un percorso interno chiaro, e quindi a sostenere davvero l’ascolto nel tempo. In questo senso, il dilruba avrebbe potuto rappresentare il centro espressivo ideale del progetto. Per la sua natura di strumento dotato di corde simpatiche è particolarmente adatto a una ricerca timbrica orientata alla risonanza, alla sospensione e alla psichedelia. Non a caso, il suo timbro è entrato anche nell’immaginario della psichedelia occidentale: basti pensare a “Within You Without You” dei Beatles, dove il dilruba contribuisce in modo decisivo alla costruzione dell’atmosfera mistica e avvolgente del brano. In MOOLA, il momento in questo strumento cui emerge con maggiore efficacia è “Marut”, brano d’apertura, dove il lavoro sugli armonici delle corde simpatiche produce una tessitura sonora viva, profonda e convincente. Nel resto del disco, però, tale potenziale viene sostanzialmente trascurato e sfruttato solo in minima parte. Un altro episodio notevole è “Sciusciu”, che recupera con maggiore efficacia la tradizione indiana della musica a bordone e si avvicina di più a quell’idea di atmosfera mistica e spirituale che l’album sembra voler evocare. Rispetto agli altri, questo brano ha un respiro Migliore grazie al quale trova una direzione più nitida e riesce almeno in parte a restituire quella dimensione rituale e contemplativa che altrove resta solo accennata. Nei restanti brani, invece, la componente elettronica non riesce ad amalgamarsi felicemente con gli altri materiali sonori. Più che aprire spazi nuovi, finisce spesso per accentuare una sensazione di estraneità. Il risultato non appare davvero innovativo, ma piuttosto si configura come una psichedelia già ampiamente frequentata da molta ricerca musicale contemporanea, che qui però non trova del tutto né una forma abbastanza personale né abbastanza compatta. Anche la durata estesa dei pezzi non aiuta. Invece di favorire immersione e trasformazione percettiva, la lunghezza tende a dilatare i passaggi meno risolti, rendendo più difficile entrare nell’atmosfera e restarvi dentro.
Così MOOLA, pur restando un disco con intuizioni interessanti e momenti riusciti, risulta nel complesso discontinuo e di non sempre facile fruizione.
Jacopo Dentice
