Cheikh Ibra Fam – Adouna (Cumbancha, 2026)

Per il cantautore e polistrumentista senegalese Cheikh Ibra Fam, già voce dell’Orchestra Baobab (2017-2023), la scintilla artistica è scoccata tra le mura di casa: un padre che si dilettava come poeta e cantastorie, una madre pittrice e fashion designer e lo zio Coly Cisse, chitarrista professionista al fianco della star Youssou N’Dour. Un bagaglio culturale che si è poi fuso con la coralità mistica dei Kourels, le sonorità cubane dell’Orquesta Aragón e del dominicano Johnny Pacheco – popolarissimi in Africa occidentale – e, soprattutto, con l’anima soul di Otis Redding. Fondamentali per la sua formazione sono stati anche i sei anni trascorsi in Italia a studiare presso l’Accademia Musicale di Treviglio. Dopo l’esperienza con la super Orchestra Baobab (I Baobab hanno risvegliato l'Africa che dormiva in me”, dichiara) e tre album firmati con lo pseudonimo di Freestyle, Cheikh Ibra Fam ha pubblicato “Peace In Africa” (2022), il suo primo vero manifesto internazionale. Registrato tra Réunion (dove l'artista risiede), Senegal, Francia e Canada, il suo nuovo album, “Adouna” (Vita in lingua wolof), si pone come personale riflessione di un seguace della spiritualità Baye Fall su temi universali come conoscenza, fede, amore, migrazioni e unione tra i popoli. Domina una struttura afro-pop intrisa di sfumature soul e funk, nutrita da stilemi di diverse culture musicali del grande continente, chiaramente esposta nell’iniziale “Gnou Mbollo” (Uniamoci). Si tratta di un appello alla connessione tra i popoli della diaspora africana, sostenuto da una ritmica efficace e fraseggi di chitarra Mandé. Il tema dell’unità e della forza della comunanza di fronte alle avversità ritorna in “Amoul Solo” (La vita è semplice) , episodio dalle suggestioni capoverdiane, segnato dal trombone di Wilfrid Zinsou: una riflessione sulla natura fugace della fama, della ricchezza e del desiderio. Sfumature di zouk antillano e kizomba angolana avvolgono la gioiosa “Xam Xam” (Conoscenza), dove zio Coly Cissé è impegnato a chitarra e basso, affiancato dalla kora di Anosuma e dalla tromba di Jacob Edgar (etnomusicologo e produttore, fondatore della label Cumbancha di Charlotte, Vermont), mentre Hakim Abdulsamad, produttore americano di stanza in Ruanda, si occupa degli arrangiamenti. Il brano celebra la conoscenza come vettore di emancipazione. Emerge una grande energia, tra chitarre serrate e una sezione ritmica di matrice yoruba, in “Gondi”. L’ambientazione dancefloor non deve far passare in secondo piano un testo che esorta all’onestà e all’autenticità nell’amore: una vera connessione non può basarsi sulla finzione, ma richiede sincerità e apertura. Il tema della migrazione dei giovani africani che affrontano il pericolo per una vita più degna è invece al centro di “Shabida”, in cui l’mbalax incontra i ritmi Maloya de La Réunion. Considerazioni sulle diseguaglianze in “Weurseuk” (Destino) prendono forma attraverso una fusione di ritmiche dell’Africa occidentale e appeal contemporaneo. La tromba disegna l’accattivante incedere di “Oubil Sa Khol” (Apri il tuo cuore), traccia che ribadisce l’importanza della sincerità nelle relazioni e dell’apertura tra amici e amanti. I ritmi mbalax tornano in “Sali”, diminutivo di Salimata, appellativo per le donne in Africa occidentale. Si tratta di una celebrazione della femminilità africana, caratterizzata dal fraseggio funky della chitarra. Echi di rumba congolese animano la vivace title track, un richiamo alla perseveranza e alla fiducia in sé stessi. I testi incoraggiano l’ascoltatore a procedere con coraggio, pazienza e dignità, anche di fronte alla paura o all'incertezza. Segue “Mama”, canzone dalla fisionomia dance, altro omaggio alle donne d’Africa e alla loro insostituibile presenza. Chiude “Wakhtane” (Dialogo), brano incentrato sulla convinzione che il confronto generi armonia. È facile lasciarsi prendere dalla vitale intima universalità di “Adouna”. 


Ciro De Rosa

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