È il tour di addio? Così è stato presentato, ma a sentirlo cantare e vedendolo ballare, Gilberto Gil non sembra sentire gli 83 anni che l’anagrafe gli attribuisce. Nel frattempo, un colossale giro di saluti si è concluso sui palchi del Brasile fra marzo 2025 e marzo 2026, quasi una trentina di concerti accompagnato da un supergruppo che comprende buona parte della sua famiglia. All’Europa ha riservato una manciata di date ad aprile e luglio. Dopo Roma il 6 aprile, è stato protagonista di un energizzante concerto l’8 aprile all’Alcatraz di Milano, sold-out in anticipo. Ad accompagnarlo è un quartetto con due figli, il quarantenne Bem Gil (coro, chitarra, basso) e il fratello minore (di sei anni) José Gil (coro, batteria), schierati insieme sul palco alla destra di Gilberto Gil, e con due nipoti, João Gil (coro, chitarre, basso) e Flor Gil (voce, tastiera, percussioni), a sinistra del nonno. Insieme mostrano un perfetto amalgama: tutti cantano e si sostengono a vicenda, Bem e João si scambiano volentieri le parti di chitarra e basso, valorizzando le reciproche doti soliste e nell’accompagnamento ritmico.
L’elenco dei brani è nutrito, alla fine saranno una ventina, intelligentemente legati fra loro. Mentre il quartetto si limitava ad un accompagnamento percussivo, con la sola chitarra acustica, Gilberto Gil ha aperto le danze dando piena
voce al suo brano-bandiera in epoca di carnevale, “Expresso 2222”, ottimo modo per far emergere da subito, fra il pubblico, la numerosa componente brasiliana, con tanto di bandiere verde-oro e bahiane, sempre ben disposta ad intonare cori e ritornelli e a far atterrare la musica là dove deve prendere forma: nel ballo. L’effetto è contagioso anche per il resto del pubblico che prova in qualche modo ad unirsi alle voci lusofone. “Expresso 2222” viene dall’album omonimo realizzato cinquantaquattro anni fa e inserito anche in “Viramundo” (1976): a dar fuoco alle polveri attivando il mordente elettrico di basso e chitarra elettrica e della batteria, sono state proprio le note di “Viramundo”, seguite da un terzo classico del carnevale bahiano, il samba “Chiclete com banana” (altro classico inciso nel 1972), apristrada per altri quattro samba. I primi due sono stati un esplicito omaggio a Elis Regina che ne offrì versioni inimitabili: “Upa neguinho” sambar”, composizione di Edu Lobo e Gian Francesco Guarnieri, impreziosita dall’interpretazione di Flor, e un samba dell’esilio, “Ladeira da preguiça”, composto da Gil nel periodo londinese alla fine degli anni Sessanta. Poi, spazio ai classici: a “É luxo só” il samba di Barroso and Luiz Peixoto che chiude “Chega de Saudade”, l’album con cui debuttò
João Gilberto, e “Garrota de Ipanema” della premiata ditta Jobim-Vinícius de Moraes, occasione per duettare con la nipote Flor che propone anche la versione in inglese della canzone e nel finale la trasforma in un affascinante canone, a due voci con nonno Gil. L’intesa fra Gilberto e Flor prosegue con la ballata che già da tempo vede Flor protagonista, “Estrela”.
A metà concerto, Bem, José, João e Flor si sono fatti da parte; hanno lasciato che a duettare alla chitarra con Gilberto Gil fosse Bento Gil (figlio di Bem): insieme hanno offerto una sentita versione di “Tempo Rei”, coinvolgendo tutto il pubblico in un coro che ha fatto ulteriormente salire la temperatura della sala. Per il resto del concerto, Gilberto Gil ha saputo mantenerla alta imbracciando la chitarra elettrica e inanellando successi come “Palco” e vari brani che dialogano col reggae cominciando con “Norte da saudade” per poi accendere le luci rosse in omaggio a Xango, l’orixa cantato (con Egum) in “Baba Alapalá”. Un’introduzione specifica è stata dedicata al brano che Gil volle dedicare alla campagna francofona SOS Racisme, “Touche pas à mon pote”, prima di passare ai brani chiamati a infondere speranza: dai reggae di “No woman no cry / Não chore mais” e “Vamos fugir” a “Andar com Fé”, prima di riservare la chiusura a
“Aquele Abraço”. L’energia è altissima e il gruppo non si fa attendere per i due bis: “Madalena (Into A Dead End And Out Again) (Entra Em Beco, Sai Em Beco), del compositore Isidoro Oliveira, incisa in “Parabolic” nel 1991 e, sempre in crescendo, con tinte reggae, “Toda Menina Baiana”.
Menzione speciale per Marco Castello: ha aperto il concerto alle 20.30, con la sola chitarra acustica, dando voce alla parte più intima del suo repertorio e quindi non a “Palco” che pure è fra i brani che suona, ma non da solista. Delle sue influenze brasiliane ha saputo richiamare il rapporto con Peppe Cubeta e con il brano “A Novidade”, presentando poi una sua riuscita rielaborazione di “So che ti amerò” (omaggio esplicito anche ad Ornella Vanoni), con una parte del pubblico che evidentemente lo segue e lo apprezza da tempo e una parte purtroppo distratta e rumorosa, anche di fronte a gioielli come “Beddu” e “Fare ninna”, con testi in siciliano memori del miglior Trilussa e della necessità di disobbedire ai potenti guerrafondai.
Alessio Surian
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