Catrin Finch – Notes To Self (Bendigedig, 2026)

Dopo un lungo peregrinare durato dieci anni, ricco di avventure musicali nate dal prolifico confronto con altre raffinate sensibilità, l’arpista gallese Catrin Finch ritorna con un album solista intimamente personale nel quale descrive e rielabora sentimenti, preoccupazioni e una traumatica malattia, mostrando come l’accettazione delle proprie vulnerabilità ci renda incredibilmente forti. Riflettendosi nella limpida superficie di uno specchio interiore, l’artista si racconta in un profondo e terapeutico monologare con la sé stessa tredicenne, Katy, che non ha mai dimenticato e dalla quale recupera l’amore per la vita rigenerandosi da ogni disincanto dell’età adulta. Etereamente abbandonata ad una densa esperienza sinestetica, che pochi strumenti come l’arpa sono in grado di ricreare, in “Notes to Self” amplifica la percezione del proprio sentire, lasciando che lo strumento ritragga con vivida sincerità le sue emozioni. E così accompagnando ad ogni composizione una lettera alla sua bambina interiore, la Finch tesse una musica tra le più belle e oneste della sua intera produzione. L’album si apre con la magica “13”, in cui un sottile e rapido arpeggiare, che suona come un delicato sfarfallio, disegna una suggestiva attesa dalla quale prende pian piano forma una dolce e luminosa melodia che rievoca la spensierata innocenza dell’infanzia. In “Adre”, dedicata alla sua amata terra natale, la sua casa, il villaggio di Llanon, circondato dal mare d’Irlanda, l’arpa produce un suono acquoreo, marino, dal quale le note sembrano gocciolare ritmicamente propagandosi in un’eco di domestica serenità. Dopo la malinconica “Kin”, segue l’ipnagogica e sperimentale “Black Holes” il cui ascolto conduce in una dimensione gravitazionale altra nella quale ci sentiamo contemporaneamente risucchiati e in ascesa da una sensazione di vuoto. “Dopo tanta nebbia, a una a una, le stelle si svelano”, la lettera allegata a “Clear Sky” cita il poeta Giuseppe Ungaretti e invita ad essere gentili con gli altri e con sé stessi conservando e proteggendo sempre la speranza in un cielo sereno. Il brano, dalla bellezza astrale, è eseguito con una meravigliosa arpa acustica. “Who We Were” è una delle composizioni più interessanti del progetto: le note, in un primo momento disunite e sospese, ad un tratto vengono giù in torrenziali e incantevoli glissandi che man mano diventano più leggeri fino alla fine del pezzo. In apparenza doppio di “Black Holes”, “Together Again” inizia con un motivo inquietante che con delicatezza va stemperandosi tracciando una linea melodica meno cupa ma comunque nostalgica. Riconoscendosi negli archetipi incarnati da Arianrhod, divinità gallese della luna e del destino, in “Môr Arianrhod” l’artista satura lo spazio sonoro intrecciando glissandi ascendenti e discendenti, evocando un’atmosfera sovraumana. Astratta e ipnotica è “There's Always Time”; in essa le potenzialità espressive dello strumento vengono significativamente ampliate: corde sfregate e zampillanti armonici invitano ad un ascolto profondamente meditativo. “Be Gone, Begin” è composta su di un cristallino e circolare tintinnio di note reiterato per tutta la durata del brano producendo un effetto pulviscolare. “[…] Siamo fatti di stelle. I nostri stessi atomi sono nati nel cuore di stelle antiche. Sono come gli angeli di tutti gli antenati che ci hanno preceduto […]”, scrive la musicista nell’ultima lettera a commento della celestiale “Angels”, altro componimento uroborico i cui arpeggi sembrano orbitare intorno ad uno spazio infinito. Stratificando armonie, pensieri ed emozioni, la Finch ha donato a sé stessa e al suo pubblico una nuova e autentica espressione delle sue potenti capacità d’amare. 


Maria Claudia Leone

Posta un commento

Nuova Vecchia