Giangilberto Monti – Voci Ribelli (Warner Music/The Saifam Group, 2026)

Poliedrico chansonnier, scrittore e attore teatrale, Giangilberto Monti incarna fin dalla seconda metà degli anni Settanta l'essenza della commistione tra canzone d'autore, letteratura e palcoscenico, maturata in una Milano irripetibile e nutrita dall'amore per i "maledetti" francesi, per la poetica di Boris Vian e per l'ironia teatrale di Dario Fo. La sua è una formazione che affonda le radici in un'epoca in cui la musica era uno strumento di indagine politica e letteraria, un percorso che lo ha visto mettere in fila una lunga serie di collaborazioni e ripensare costantemente il ruolo dell'intellettuale sul palcoscenico. Con il suo nuovo lavoro discografico, "Voci Ribelli", l'artista milanese dà forma a un'idea di ribellismo intimo e pacifista attraverso un affascinante viaggio sonoro nel Mediterraneo in un affascinante sound world. Lo abbiamo intervistato per ripercorrere le ultime tappe della sua carriera, per soffermarci sul nuovo album.

Nel 2024 hai dato alle stampe “Franco Califano, il Prévert di Trastevere” dedicato al cantautore romano. Ci puoi raccontare questo progetto?
Non è stato facile. Da una parte non è chiaramente su quei repertori complicati per grandi interpreti, non sono un grande cantante, però l'ho fatto in un modo completamente diverso. Mi dava fastidio il fatto che fosse sempre stato considerato una persona legata a un certo mondo di destra che non mi compete. Però lui in effetti era uno spirito libero, a me piaceva questa sua anarchia di fondo. E poi secondo me è stato un
grande poeta; che poi abbia vissuto in modo un pochino anomalo... nessuno scrive quelle cose se va a letto tutte le sere alle nove, purtroppo è così. Mi ha fatto molto piacere questo lavoro, ho coinvolto dei jazzisti che non sapevano nulla del suo repertorio, insomma, abbiamo fatto un bel lavoro, devo dire.

Il tutto si inserisce nel solco del libro omonimo che hai scritto con Vito Vita, giusto?
Q uello è stato un po' lo spunto. In realtà, dopo il libro mi è venuto in mente di scrivere un radiodramma per la radio svizzera, il libro ne è stato solamente l'anticipazione. Nei libri puoi raccontare certe cose, ma nei radiodrammi — almeno in quelli che ho fatto io dall'altra parte del confine — si poteva fare molto di più. Il radiodramma è comunque una fiction, però ti permette di entrare nei dettagli. Il disco invece me l'hanno chiesto proprio gli svizzeri. Non ci volevo nemmeno pensare, ma mi hanno detto: "Che peccato Giangilberto che tu non ci porti qualche canzone cantata da te". A quel punto ci ho pensato e l'ho fatto. Però ci ho messo un po', non è una cosa così semplice.

Negli ultimi anni diversi sono stati i dischi dedicati alla divulgazione di altri repertori: dalle canzoni di Dario Fo a Maledetti Francesi, a François Villon, fino a Boris Vian…
È stata una vita operosa. Sì, si son fatte tante cose. Ogni tanto non ci penso più, quando le faccio poi dimentico, come tutti. Penso a quello che potrei fare domani, però fino a quando posso ci provo.

Ripercorrendo i tuoi ultimi lavori, ci sono delle collaborazioni o degli incontri più recenti che hanno influenzato il tuo modo di intendere la canzone d'autore?
Bella domanda. Sai, ho avuto una serie di fortune inaspettate. Quando ho iniziato, nella seconda metà degli anni '70, il mondo era ovviamente diverso, così come la discografia. Ho vissuto in una Milano irripetibile, dove avvenivano incontri magici con persone che a volte con la musica c'entravano poco, ma con la cultura moltissimo. Poi i dischi sono venuti abbastanza casualmente. La cosa importante è che allora esisteva un'educazione sentimentale, ambientale, sociale e umana completamente diversa. Il modo di comunicare era più diretto e umano. Adesso è un delirio, ma una volta ti davano il tempo di pensare, decidere e, soprattutto, sperimentare. Oggi vogliono tutto subito. Eppure, c'è una storia dietro ogni scrittura, ogni canzone, ogni idea.

Come si è evoluto il tuo percorso artistico dal punto di vista del songwriting e della scrittura delle canzoni?
È molto legato al modo in cui si scrivevano le canzoni negli anni '70. Negli anni '60 esistevano gli interpreti; i cantautori fondamentalmente no, erano dei compositori. Parliamo di un mondo che inizia da Umberto Bindi o da Gino Paoli, le memorie di una Milano in cui c'è sempre stata commistione tra teatro e musica. Il cantautore degli anni '60, se esisteva, aveva una preparazione musicale. Poi all'inizio degli anni '70 ci siamo invaghiti dei folk singer americani, da Bob Dylan in poi. Lì è esploso il mondo della chitarra, che per noi era il mondo folk. Il cantautore si esprimeva in modo semplice badando solo al testo. Piano piano si è ricreata la necessità di affiancare al testo una composizione musicale diversa, arricchendo il tutto. A un certo punto ho scritto tutto quello che potevo da solo, ma quando ho capito che non avevo la preparazione musicale per migliorare, ho scelto di affidarmi ad altri coautori e compositori. Di fatto sono rimasto un compositore melodista: fischiettavo le melodie. Lo raccontai a un giornalista di Repubblica che non ci credeva: "Ma tu non sai scrivere la musica?". "No, la fischietto e poi chiedo a qualcuno di scriverla". Ogni incontro ti porta qualcosa. Non sono un individualista, mi piace scambiare e collaborare, c'è sempre da imparare.

La tua produzione attraversa più linguaggi (letteratura, teatro, musica) e ha spesso una forte impronta di ironia. Come convivono oggi queste anime nel tuo modo di fare arte?
Convivo con naturalezza cercando di non prendermi mai sul serio. Sono una persona normalissima, a volte anche noiosa. Non faccio l'artista, sono artista: è un modo di vivere. Le cose nascono in modo casuale, poi avendo studiato ingegneria la mia testa si organizza i progetti. Può nascere tutto da un incontro, un film, un libro, una serata tra amici. Hai visto il recente film su Charles Aznavour? Lui aveva un quadernetto rosso dove ogni giorno scriveva dei testi, accumulava pensieri come in un'agenda. Io sono più disordinato, ma magari mi metto in testa una cosa, ci penso per mesi e poi la realizzo. Le idee avvengono in maniera spontanea; certo, se stai chiuso in casa tutte le sere a guardare Netflix è difficile. L'artista fa nascere le cose dalla normalità, ma poi ci applica uno sguardo appena diverso.

Veniamo al nuovo disco “Voci Ribelli”. Non è la prima volta che tratti questo argomento, nel 1997 hai pubblicato “Canti Ribelli”. C'è una connessione?
C'è un ribellismo di fondo che mi affascina e che non è legato solo alla musica. È il desiderio di dire quello che si pensa, specialmente quando la maggioranza la pensa diversamente. Il ribellismo non è per forza scendere in piazza e spaccare vetrine; a volte è un atteggiamento intimo fondato su una resistenza umana che diventa pensiero e cultura. Durante il Maggio '68 a Parigi, Léo Ferré venne invitato a un'assemblea studentesca. Si mise in fondo ad ascoltare. Dal palco gli dissero: "Léo, nessuno ti ha visto sulle barricate in questi giorni". E lui, che aveva un bel caratterino, rispose: "Io sulle barricate ci vivo da
una vita". Non bisogna sempre urlare: a volte l'atteggiamento più mansueto e umano aiuta a capire di più. Anche Einstein era un ribelle: quando nessuno ci credeva, la vedeva in modo diverso. Anche gli scienziati sono ribelli. Questo disco è il risultato di tante storie che cantavo allora. Ad esempio, la canzone che ho scritto cinquant'anni fa su Beirut e il Medio Oriente sembra scritta ieri.

Parliamo di “Dal vostro inviato speciale”…
Pensi che le cose migliorino e invece scopri che non è vero. Però le utopie non cambiano, rimangono dentro, se uno ce le ha.

Otto brani su dieci sono rifacimenti. Come li hai scelti nel tuo repertorio seguendo questo filo rosso?
È come un viaggio nel Mediterraneo, un percorso generazionale dai ribellismi delle varie etnie fino ad arrivare alla metropoli. Vivere in certe periferie come lo Zen di Palermo o il Corvetto a Milano è delicato. Io sono cresciuto in periferia a Milano, sono un ragazzaccio di periferia. Poi ho aggiunto due inediti. Invece di registrarlo a Milano...

Come mai hai deciso di registrarlo in Marocco, a Casablanca?
Per il legame con un mio caro amico purtroppo scomparso, Thibaoui, un intellettuale algerino conosciuto ai tempi dell'università. Ho esplorato il mondo arabo quando non era ancora di moda. Tutti parlano di contaminazione, ma molti credono basti far suonare a un musicista marocchino l'oud o le percussioni. Io ho chiesto loro di suonare i "nostri" strumenti: chitarra, basso, tastiere. Loro dividono le scale e suonano in
modo totalmente diverso. Franco Battiato lo aveva capito col lavoro sui Dervisci che per collaborare con altre culture devi prima rispettare i loro modi.

Quello che mi ha sorpreso del disco è proprio il suono e l'ambientazione sonora dei pezzi: è un quid pluris...
Ti racconto un aneddoto. Nel disco ci sono quattro musicisti: tre marocchini e un rifugiato cileno che vive lì. Un giorno eravamo in sessione e al chitarrista — che in quel momento suonava il basso — si rompe una corda. A Casablanca trovare la corda di un basso è un'impresa, non siamo in Norvegia. Io vedevo che faceva fatica, gli ho chiesto: "Scusa Adil, ma come fai?". "Nulla, suono con tre corde e mi invento gli accordi". Andava benissimo così! Il cileno aveva un'idea di arrangiamento, ma quando arrivavamo in sala gli altri la stravolgevano. Me la facevano cantare e poi la suonavano sul mio tempo. E lo facevano solo se il brano gli piaceva! Altrimenti dicevano: "Questa è venuta male, non metterla nel disco". L'ultimo giorno siamo andati a festeggiare in un ristorante e abbiamo suonato una lunghissima cover in finto inglese di "Aïcha" di Khaled. Non l'ho potuta inserire nel disco per problemi di edizioni francesi, ma nel ristorante tutti ballavano ed erano felici. Abbiamo fatto una post-produzione molto attenta a Monza con Massimo Faggioni, ma in Marocco l'atmosfera era rilassatissima. Loro non mi conoscevano, si fidavano di me tramite il mio amico intellettuale. Quando poi hanno cercato su internet e hanno scoperto che avevo scritto La mia razza per Mia Martini con Mauro Pagani mi hanno detto: "Ma tu sei famoso! Allora questa non la facciamo perché è troppo conosciuta". Un clima bellissimo.

Qual è stato il tuo approccio con i suoni world?
Io sono un artista senza confini. In un vecchio film con Warren Beatty, gli chiesero del problema delle razze e lui rispose: "Un giorno tutti andranno a letto con tutti, quindi non ci saranno più razze". Io sogno un mondo così. Come quando ad Einstein chiesero cosa scrivere alla voce "razza" sul passaporto e lui rispose: "Umana". La world music è incrocio. Ieri l'agente immobiliare mi diceva: "Sono batterista e lavoro con i griot africani, ma mi chiedono cose che non so fare". E io gli ho detto: inventati qualcosa di nuovo, se fai solo quello che sai già fare a loro non interessa! L'incontro genera la necessità. Anche De André ha fatto world music con Crêuza de mä.

Qual è il brano a cui sei più legato e quello più rappresentativo?
Sono legato a tutti, ma il più rappresentativo, per assurdo, è l'unico che non ho realizzato in Marocco: “Casablanca”, con Rocco Tanica. Avevo una versione fatta a Casablanca, ma alla fine ho recuperato un nastro analogico del 1990 scritto una notte allo Zelig proprio con Rocco, che vi suonava tutti gli strumenti. L'ho restaurato, mixato, e ho deciso di inserire quello per chiudere il cerchio. Il brano parla di vivere in quindici in una stanza. Pensa a Gaza o al Libano oggi. C'è chi dice: "Viviamo in quindici in pochi metri quadrati, ma vediamo il mare". E l'altro: "Ma il mare non c'è!". "Sì, ma noi lo vediamo!". Noi esistiamo lo stesso. Il ribellismo è questo: esserci, resistere. Come diceva Borrelli: "Resistere, resistere, resistere".

Il brano che mi ha colpito di più in assoluto è “Metrò”, scritto con Flavio Premoli.
È un brano che riassume una favola pacifista che avevo scritto negli anni '80 su un'umanità costretta a vivere sottoterra dopo la fine del mondo. Speriamo non diventi mai vera, anche se oggi fa purtroppo pensare all'Ucraina.

E per finire, c'è “Modì”, ispirato a Modigliani.
È partito dalla poesia di un mio amico che vive a Brera, il quartiere dei pittori. Modigliani è un pilastro della nostra cultura. Nel mondo degli chansonnier parigini la pittura era un collante fondamentale.


Giangilberto Monti – Voci Ribelli (Warner Music/The Saifam Group, 2026)
Con "Voci Ribelli", Giangilberto Monti firma uno dei suoi dischi più intensi di sempre, non limitandosi a rileggere sotto una nuova luce alcuni brani del suo songbook, ma piuttosto ha messo in atto una vera e propria operazione di ricontestualizzazione delle sue composizioni, facendole approdare sulle coste di un Mediterraneo sonoro che è, prima di tutto, uno stato dell'anima. La cifra distintiva di questo lavoro risiede in una tessitura sonora audace e priva di sovrastrutture accademiche: il disco è nato in gran parte a Casablanca, frutto di un incontro quasi fortuito con musicisti marocchini e un esule cileno che hanno approcciato il materiale senza conoscere la storia del cantautorato italiano. Questa inconsapevolezza si è trasformata in una risorsa creativa straordinaria, poiché gli arrangiamenti evitano il pittoresco della world music di facciata per abbracciare un suono sporco, meticcio e autenticamente elettrico, dove basso e chitarre respirano ritmi maghrebini su strutture armoniche occidentali, il tutto poi levigato con sapienza tecnica da Massimo Faggioni nei laboratori di Monza. L'ascolto si apre con la potenza profetica di "Dal vostro inviato speciale", un brano nato mezzo secolo fa che, immerso in questo nuovo impasto sonoro, sembra scritto stamattina per raccontare il dramma dei conflitti in Medio Oriente, seguito dalla cupa intensità di "Metrò", ballata post-atomica composta con Flavio Premoli che trasforma il sottosuolo cittadino nel rifugio di un’umanità dolente. Si prosegue con il lirismo bohémien di "Modì", dove il fantasma di Modigliani vaga tra le ombre di Brera diventando simbolo di un’arte che non scende a compromessi, per poi giungere all’emozionante recupero di "Casablanca", un nastro analogico del 1990 su cui svetta l’estro di Rocco Tanica, che chiude il cerchio tra passato e presente come un messaggio in bottiglia finalmente ritrovato. Il viaggio continua con la rilettura di "Stasera cosa fai", che abbandona i toni più lievi del passato per farsi riflessione matura e malinconica, mentre l’etica civile torna prepotente in "Balthazar", ritratto di un’emarginazione che non ha tempo né confini geografici. Monti usa la sua voce come uno strumento narrativo, quasi teatrale, muovendosi tra le pieghe ironiche di "Cercasi" e l’amara consapevolezza di "Niente di nuovo", brano che suggella l'album lasciando addosso quella sensazione di resistenza pacifica ma ostinata tipica di chi ha fatto della libertà intellettuale la propria unica bandiera. In definitiva, "Voci Ribelli" è un’opera organica che respira l'aria salmastra di un porto franco, dimostrando che la vera ribellione oggi non risiede nel grido, ma nella capacità di tessere legami tra culture diverse, trasformando la polvere dei ricordi in una materia sonora viva, vibrante e necessaria.


Salvatore Esposito

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