Armanda Desidery – Incanti e disincanti (NoWords/SoundFly, 2025)

Pianista e compositrice napoletana e aperta al mondo, Armanda Desidery propone un viaggio sonoro puro, ispirato e ricco di sfumature. Un viaggio senza parole, suonato con diciannove musicisti e, per questo, altamente esplicito e intriso di espressioni stimolanti. L’assetto preminente dell’album “Incanti e disincanti” – il terzo da solista di Desidery, dopo “Blackmamba” del 2014 e “La stanza dei colori” del 2017 – è quello compositivo: della scrittura vissuta e provata (“Loredana’s tango”). Quello di una composizione che, nello stesso tempo in cui vuole essere e programmaticamente è strutturata nel canovaccio di una scrittura fluidissima e chiara (“Intro. Qualcosa in più”), si sintonizza con tutti gli strumenti in ogni momento dell’esecuzione (“Savana”). Ne deriva – come si può immaginare – un profilo musicale che assorbe il meglio dell’esperienza performativa (in alcune note online è stato definito “brioso”): la libertà dentro una traccia, la fantasia estemporanea, il colore e il calore dentro la sicurezza di un percorso illuminato, programmato e definito con coerenza. Per quanto riguarda le sfumature che puntellano gli undici brani dell’album, possiamo fin da qui dire che definiscono allo stesso tempo – e, in parte, anche per quello che si diceva pocanzi – un’apertura al mondo del jazz latino, ma soprattutto (vogliamo sottolinearlo) a una narrazione attenta alla novità del linguaggio, alla ricerca dei vocaboli più significativi: fuori dalla retorica del bello perché morbido e permeabile, e fuori dallo schema articolato e complesso a tutti i costi (“That’s my answer”). In questo quadro – che è sì complesso ma senza forzature di forma, e solo perché l’autrice scrive e suona musica raffinata e multiforme – ogni passaggio ci appare più che necessario: dalla costruzione dei fraseggi amplificati dagli interventi dei fiati, che poggiano su un pianoforte pregno di consapevolezza e sperimentazione, alle puntellature degli strumenti più ritmici – batteria, percussioni, basso e contrabbasso (“Come il sole al tramonto”). Quando poi Desidery abbraccia la narrativa più vicina al latinismo, ci sembra di toccare delle note di materia pura, impresse in un colore determinato ma, allo stesso tempo, cangiante e abbagliante. Questa vicinanza alla spiritualità musicale jazz-latina non induce mai alla tentazione di amalgamare le esecuzioni a ritmi trascinanti, inclusivi e forzatamente riconoscibili. Cioè nulla di ciò che scorre in “Incanti e disincanti” si avvicina alla ridondanza ma, al contrario, ci pone nelle condizioni di elaborare un nuovo assetto di ascolto. Per motivi che potremmo ricercare, probabilmente, nella maternità di questo corposo discorso musicale – nel fatto cioè che l’album è scritto ed eseguito da una musicista napoletana, e registrato al Teatro Novecento di Napoli, intriso della storia musicale napoletana – ciò che viene citato anche in modo più esplicito non è mai una semplice evocazione, una riproposta perfetta, lineare e perciò rischiosamente artefatta. Ma diviene – attraverso la grazia esecutiva e la lettura attenta dell’autrice e dei musicisti che la affiancano – un passo nuovo verso quel mondo lì: un passo possibile, una possibilità indagata, elaborata e perfettamente riproposta (provare per credere “Latin reunion”). 


Daniele Cestellini

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