Collettivo Jambona – Noi, Piero (Viceversa Records, 2026)

“Noi, Piero” è un tributo inabissato nelle strampalate e disperate descrizioni dell’universo ciampiano, si impegna anche a metterlo musicalmente a soqquadro e questo è un pregio a fronte di tanto abituale timore reverenziale. Vero è che su Ciampi si leggono quasi sempre gli stessi luoghi comuni da decenni, come per tutti ci si dovrebbe attenere ai fatti ma i fatti che si conoscono sulla sua vita sono talmente pochi e, purtroppo, sempre meno risultano oramai anche i testimoni diretti. Troppo tempo è trascorso dalla sua vicenda umana ad allontanare e distorcere la realtà originaria, i media poi si sono infiltrati nell'immaginario collettivo attraverso simbolismi e condizionamenti vari. Oggi più di ieri per emergere dal fango, c’è bisogno di mitizzare una figura sfuggente come Ciampi con la sua ragnatela narrativa, per riuscire a distinguere verità da illusione e riconoscere, una volta tanto, il prezzo di una creazione libera che destabilizza e spaventa. Il mercato discografico di massa ha più volte rifiutato autenticità artistiche quando non è riuscito a percepirne il valore. “Alcuni versi delle canzoni di Piero appaiono ancora surreali rovesci rispetto alla realtà come una caricaturale e desolata pittura, la sua poetica esprime erranza e sofferenza crudele nei riguardi di quella società materialistica che gli appariva grossolana e banale” (da Flavio Poltronieri, “Ciampeide”, Titani Editore, 2026). Per un raffinato esteta come lui, sfuggire all’artifizio della volgarità ambientale era questione di sopravvivenza stessa, non importa se indossava camicie sempre candide ma era andato “a letto col maglione”. Con la penna trasformava amore e odio in parole che andavano in carrozza fuori epoca, riempivano valigie di colore rosso e assomigliavano terribilmente a qualcuno che lui conosceva, frequentava, incontrava. Nel frattempo trascorreva disadattate giornate a tracannare vino di pessima qualità, a più non posso e a basso prezzo nelle osterie di ovunque, sognando di offrire ai figli cene epiche nel regno dei cieli. Insomma in quella sua piccola bohème provinciale fatta di “poesia di coscienza”; nonostante (o forse proprio perché) fosse un alcolista, Piero sembra per assurdo, lucidamente consapevole nel metaforizzare in poesia il proprio scetticismo sia sociale che individuale. Non sopportava gli entusiasmi gratuiti o le grossolane esuberanze e così cantava i propri fallimenti. Negli anni, di Ciampi ho scritto varie volte dalle pagine di Blogfoolk Magazine e alcuni dei molti tributi passati li ho citati in un mio articolo su Estatica. Ogni volta che si ascoltano le sue angosciose canzoni è come partecipare ad una processione di misteri, a un mesto corteo in cui ognuno può finalmente sentir messe a nudo anche le proprie lacrime e trarne beneficio. La disperazione presente in ciascuna di loro diventa quasi sacrale, copre il brusìo d’intorno, nutre e offre protezione agli animi. L’idea dei brani presenti in questo disco ha preso vita nel 2022 dal produttore Antonio Castiello attorno al Jambona Lab Studio di Livorno e un laboratorio di musicisti che ri-arrangiano ciascuno una canzone. Partecipano alle sedute: Glauco Benedetti (tuba, euphonium, trombone), Marco Biagiotti (batteria, elettronica e percussioni aggiunte), Antonio Castiello (synth e chitarra), Mario Evangelista (chitarre elettriche, acustiche e resofoniche, basso elettrico, pedal steel e pianoforte elettrico), Tommaso Iacoviello (tromba), Alea Lenzi (voce recitante), Marco Lenzi (voce recitante, pianoforte elettrico ed elettronica), il piccolo Nicolò (voce recitante), Simone Padovani (percussioni), Daniele Paoletti (batteria, elettronica e percussioni aggiunte) e Beppe Scardino (sassofoni, clarinetto basso, flauto, sintetizzatori, campionatore e Farfisa). A cantare ogni volta è una voce diversa: Dellera (“L’amore è tutto qui”), Gaia Morelli (“Barbara non c’è”), Marco e Alea Lenzi (“Il denaro”), Cesare Basile (“Non c’è più l’America”) mentre Chiara Riondino e Gaetano Ventriglia recitano due poesie, quest’ultimo accompagnato da un arpeggio quasi “coheniano anni ‘70”. E poi Alessandro Fiori che propone la provocazione dadaista, assurda, ironica e sfrontata di “Tento Tanto” confessione tesa a scardinare le convenzioni borghesi del tempo, ridicolizzando concetti tradizionali di vita, arte e logica razionali. Giovanni Truppi con “Tu No” canta la straziante originale supplica ciampiana che vale il capolavoro “Ne me quitte pas” di Jacques Brel e che qui viene sottolineata non da musica scarna e sul punto di spezzarsi come le parole, bensì da un’altrettanto incisiva fanfara funebre quasi campana, pugliese, calabra o siciliana, a trasportarle verso una solenne comunione di anime. Una lirica assoluta nata da un vuoto di vita, un drammatico canto soggettivo che finisce per diventare la verità collettiva di chi è andato oltre la vergogna delle proprie debolezze e frustrazioni. Peppe Voltarelli con “Il giocatore” descrive da par suo il caos mentale e l’affanno di un condannato alla sconfitta nella scommessa come nell’esistenza che non cambia certo per un azzardo, così come Anna Carol con “L’assenza è un assedio” si immerge nello spaesamento dell’amore nelle mani del caso. A Valeria Sturba tocca “Ha tutte le carte in regola” in cui l’autore traccia il ritratto di un altro ma in cui ciascun ascoltatore ha sempre visto proprio lui. Un sax illuminato impreziosisce infine la vacuità impotente del tempo che scorre inesorabile in “Bambino mio”, cantato da Andrea Satta, che Carmen Villani interpretò più di cinquant’anni fa. Nel 1972 aveva iniziato a registrare addirittura un intero album scritto dal cantautore livornese, sempre con gli arrangiamenti di Gianni Marchetti, ma il progetto, ahimè, non fu portato a termine per il sopravvenuto mancato appoggio della casa discografica. Lo realizzerà Nada l’anno dopo con “Ho scoperto che esisto anch'io”. La Villani interpreterà allora la banale “Perché dovrei” di Mogol/Battisti che venne presentata nello spettacolo Senza Rete, mentre “Bambino mio” fu finalmente incisa anche dal suo autore nel doppio vinile “Io e te abbiamo perso la bussola” (con alcune leggere variazioni testuali). In quello stesso periodo, l'argomento di questa canzone verrà magistralmente ripreso pure dal Gaber/Luporini con “Il mestiere del padre" nella stagione teatrale 1972/3, all'interno dello spettacolo teatrale "Dialogo tra un impegnato e un non so". Un assaggio delle potenzialità del progetto irrealizzato da Carmen Villani si può ascoltare in “Maria pazza d’amore”, provino del febbraio ‘72 (arrangiato sempre dal pianista Gianni Marchetti e con la chitarra di Maurizio De Angelis) che risulta essere prima stesura di “Io e te, Maria”. 


Flavio Poltronieri

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